In un mondo dove tutti vogliono essere speciali, essere normali è diventato un atto rivoluzionario — Anonimo saggio (forse scartato ai casting!)
Una volta il talento era raro e sacro, un po’ come i veri divi e le autentiche divine che popolavano lo sconfinato panorama dello show business nostrano. Purtroppo, però, è ormai ampiamente risaputo che ogni cosa è destinata ad un cambiamento, che poi ciò avvenga per il meglio o per il peggio, questa è una storia che lascerò a voi raccontare. Al giorno d’oggi, infatti, è sufficiente possedere un profilo su TikTok e una spunta blu da abbonamento per essere considerati come la “next big thing” del momento.
Ed è proprio così che, nella bulimia televisiva di “talent” (le virgolette in certi casi, perdonatemi, sono d’obbligo!) di cui sembra esser affetto il piccolo schermo odierno, arriva Mister Talent of Italy, lo show ideato e presentato da Kevin Dellino con la promessa, che mi auguro per lui possa non rivelarsi vana, di rivoluzionare il concetto di “uomo da palcoscenico”.
Le buone intenzioni di “Mister Talent of Italy” saranno sufficienti?
Lungi da me il voler insudiciare quella che è, forse, una delle idee più originali del momento, il che la dice lunga sulla situazione in cui versa il mondo dello spettacolo attuale, il format, infatti, si presenta con tutte le buone intenzioni del caso: valorizzare l’uomo completo, fatto di bellezza, personalità e talento. Ma saranno sufficienti? Oppure andranno a farsi benedire esattamente come accadde con Bugo e Morgan su uno dei palchi più ambiti d’Italia?
Non so cosa ne pensiate voi, ma a me la domanda sorge spontanea visto che, nella pratica, spesso e volentieri certi spettacoli non risultano essere altro che meri concorsi di bellezza, neanche stessimo parlando dell’ennesima edizione, rigorosamente firmata Patrizia Mirigliani, di Miss Italia. Mentre, sulla carta, quell’infinità di buoni propositi che ci eravamo ripromessi di portare a compimento non restano che un’utopia!
Il cast dei coach
Ad ogni modo, prima di saltare a conclusioni affrettate, in fondo, chi lo sa, “Mister Talent of Italy” potrebbe stupirci e regalarci delle belle sorprese, preferirei di gran lunga concentrarmi sui coach che porteranno in finale attraverso un percorso di talent scouting, il prossimo esemplare “Made in Italy” da vetrina. Tra coloro che siederanno sulle poltrone dall’insindacabile giudizio, difatti, ci saranno volti più o meno noti (e presunti tali) che, ne sono certo, saranno in grado di far parlare di sé molto più di quanto i partecipanti non riusciranno a fare. O perlomeno, questa è l’impressione che ho avuto dalle prime puntata andate in onda, a partire dallo scorso 1 luglio, su 15 reti regionali differenti.
Prima fra tutti, troviamo la mia amata Loredana Fiorentino, una delle poche rimaste abili nell’insegnare a qualcuno come percorrere in maniera perfetta una passerella a favor di telecamera. A seguirla a ruota, Alessio Pecorelli e Nicole Santinelli; Mirko e Giulia del podcast “Gli imxfetti”; il giornalista Attilio Romita, che da settembre tornerà in Rai al fianco di Michele Cucuzza e Pierluigi Diaco al timone di “BellaMa”; Daniele DeBosis, direttamente dalle dorate sponde di Temptation Island; Marika Gambardella, l’attrice Luna di “Mare Fuori”, e infine, dulcis in fundo, come se tutto ciò non bastasse, Gennaro Lillio che, tra l’altro, è testimonial d’eccezione della manifestazione.
Il caso di Gennaro Lillio
Quest’ultimo, in particolare, ai miei occhi è un vero e proprio caso che andrebbe sottoposto a studi scientifici. Bello, simpatico e presente, in altre parole, il classico ragazzo da copertina che sembra nato per riempire i rotocalchi dell’intera penisola. Ma poi? Dov’è il talento, quello vero, che ti fa restare seduto a guardarlo per cinque minuti buoni senza doverti immediatamente concentrare su altro pur di non dover essere contagiato da quel “nulla sottratto al niente” che pare avvolgerlo?
Entusiasmo e slogan potenti
Dellino, per carità, da parte sua ci mette la faccia e il suo slogan, in un’epoca di ideali da manifesto e striscioni da prima pagina, è potente: “Non un concorso, ma una missione”. Una missione davvero ardita, soprattutto perché ci ritroviamo, e non per colpa sua o nostra s’intende, a vivere in un Paese in cui l’etichetta di “talento emergente” appartiene a chiunque, e ancor prima che questi sia capace di fare qualcosa. D’altronde, ne è pieno il mondo, specie quello in cui navigo io, di gente che riesce a vantare infinite qualità che non possiede!
Forse lo troveranno davvero quel talento che tanto inseguono, o chissà, magari si renderanno semplicemente conto che dietro a quel sottile velo patinato fatto di riflettori, ottimismo e sogni si percepisce una grande assenza: quella della sostanza!
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