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Castelli di ghiaccio (1978): una storia d’umanità difficile da dimenticare

Castelli di ghiaccio: America, fine anni Settanta. Una ragazza e un sogno. Lexie Winston (Lynn-Holly Johnson) ha sedici anni e sin da piccola ha nutrito la passione per il pattinaggio sul ghiaccio. Desidera, infatti, diventare un giorno una campionessa olimpionica in quella disciplina. Incoraggiata e seguita da una ex campionessa delle regionali, Beulah Smith (Colleen Dewhurst) e ora tenutaria di una pista da bowling (Ice Castles), Lexie acquista fiducia in sé stessa e si convince di poter arrivare a massimi livelli che le permetteranno di lasciare la piccola cittadina nella quale vive con il padre vedovo Marcus (Tom Skerritt).

Il fidanzato di Lexie, Nick Peterson (Robby Benson) è un giocatore di hockey sul ghiaccio e ha abbandonato la scuola di medicina per dedicarsi alla propria passione. Notata alle regionali da una talent scout ambiziosa, Deborah Mackland (Jennifer Warren), Lexie abbandona la propria cittadina di campagna per lavorare insieme alla donna e ad un gruppo di prescelte per poter partecipare alle selezioni per le future nazionali e, quindi, accedere alle Olimpiadi.

Locandina ufficiale/Credit: web

La bravura e la determinazione di Lexie le permetteranno di ottenere i risultati sperati finché un incidente, quasi volontario, arriverà a compromettere l’autostima e soprattutto i sogni della giovane adolescente.

Una perla per gli amanti del genere: ‘Castelli di ghiaccio’ e la sua trama che colpisce dritta al cuore

Donald Wrye (nominato agli Oscar come miglior regia per il documentario The Numbers Start with the River, 1970) scrive e dirige questa pellicola senza tempo che strapperà più di una lacrima ad un pubblico di ammiratori e amanti del genere.

Lexie è il prototipo della ragazza di campagna che abbandona le proprie origini per inseguire il proprio sogno. Credendo nelle proprie capacità dimostra alle rivali e alla famiglia di aver quel quid in più che le darà la possibilità di emergere. La contraddizione del personaggio interpretato dalla Johnson sta nel fatto che improvvisamente questo sogno si spezza trasformandosi in un incubo. L’incidente della ragazza bloccherà il suo sogno impedendole di rialzarsi per un lungo periodo. La frustrazione e la depressione condizioneranno l’avventura e il sogno dell’atleta considerata già troppo vecchia a causa della sua età.

Nel film è molto interessante soprattutto il legame che la ragazza ha con il padre Marcus (brillantemente interpretato dal veterano Tom Skerritt) e con la madre surrogata Beulah Smith. Il personaggio della Smith magistralmente indossato dalla Dewhurst è forse il perno di tutto il dramma. Vestita con abiti maschili e malandati, la Dewhurst rimpiange ancora il sogno delle Olimpiadi sfumate venticinque anni prima ma allo stesso tempo ripone nella ragazzina tutte le sue speranze e, quindi, frustrazioni.

Credit: web

Mentre la Dewhurst proprio per il suo senso materno non abbandona Lexie nel momento del bisogno, al contrario, la Mackland (Warren) non ci penserà due volte a scaricare il suo ‘investimento’ al primo cedimento o davanti alla consapevolezza di un’impossibile ripresa.

Una chiave di lettura per il nuovo millennio

La canzone di punta del film Through the Eyes of Love (candidata agli Oscar 1980 come migliore canzone), cantata da Melissa Manchester è un inno sublime alla vita, all’amore e alla rinascita perché come ci viene spiegato più volte: da ogni caduta l’importante è sempre rialzarsi e avere fiducia in sé stessi. Qualunque cosa accada.

Pochi anni prima della morte del regista, verrà fatto un remake di questo capolavoro drammatico strappalacrime che porta lo stesso titolo e sempre con Wrye alla regia e con la presenza della campionessa Taylor Firth come protagonista. Meno riuscito dell’originale ma molto interessante per una chiave di lettura del nuovo Millennio.

Buona visione!

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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