Qualcuno ricorda come me l’episodio in cui da bambino, per la prima volta nella nostra vita, la maestra – a me è successo in prima elementare – o qualcuno dei nostri familiari o conoscenti, ci ha proposto di provare ad ascoltare mentalmente la nostra voce enunciare i nostri pensieri via via che li formulavamo? Da quell’esatto momento ha avuto inizio il nostro silenzioso monologo interiore. Ma prima di divenire quel flusso di parole – con cui spesso anche ci identifichiamo – com’erano i nostri pensieri?
La logica riempie il mondo: i limiti del mondo sono anche i suoi limiti – Wittgenstein
Cosa o chi c’era dentro la nostra testa prima che quel flusso continuo di parole avesse inizio e rompesse il nostro silenzio interiore? ve lo ricordate? Forse prima di quell’eco verbale non pensavamo?
C’è chi ritiene o crede che il suo pensiero – e per molti anche la propria entità esistenziale e identità – sia esattamente quel flusso di parole. Ma si sbaglia! e di grosso. Il nostro cervello sapeva pensare ben prima di quell’episodio e sa farlo anche oggi senza produrne l’eco in parole.
Molti di noi hanno difficoltà a concepire di poter pensare senza ascoltare quell’eco, ma potete rendervi conto di farlo tutte le volte che dovete risolvere un problema o svolgere un compito complesso, mentale o pratico che sia, a un certo punto la vostra concentrazione raggiunge un livello per cui le risorse di elaborazione attingono a una maggiore quantità di energia e volume di aree cerebrali, per cui, tutte quelle ritenute in quel momento secondarie e non necessarie al processo elaborativo, vengono “spente”, e nella mente si fa di nuovo il silenzio.
Quell’area che traduce i pensieri in parole, una volta messa in moto quel giorno dell’infanzia, poi non viene mai più spenta e nessuno ci dice e ci insegna come controllarla, pertanto, quell’area si specializza, cresce e aumenta le sue connessioni sinaptiche verso le aree cerebrali in cui vive il nostro inconscio e dove vengono prodotti i nostri pensieri. E questo, spesso, anzi, molto spesso, fa sì che in quel dialogo interiore, emergano non solamente le frasi rappresentative del prodotto finale dell’elaborazione cerebrale, ma inizino ad affiorare anche delle frasi relative alla sua costruzione. E da qui, iniziano a nascere dei problemi che più avanti, in articoli futuri affronteremo.
Immaginate un pittore che adoperasse delle tinte per cui una volta data una pennellata di un colore, questa non gli permettesse facilmente di ripassarci parzialmente sopra con un altro per definire un certo profilo fra i due colori, ma che il primo emergesse a tratti su quello passato in superficie e creasse delle ombre, delle macchie indesiderate.
L’immagine finale ne risulterebbe inevitabilmente disturbata, distorta, e nel pittore emergerebbero delle emozioni frustranti, e invece di essere soddisfatto della sua opera, ne sarebbe deluso e finirebbe stressato dal dover continuamente correggere quegli indesiderati e invadenti difetti.
Nel nostro inconscio, sono costantemente in atto miliardi di proiezioni assonali e sinaptiche atte a simulare miliardi di combinazioni di oggetti, eventi, azioni ed esperienze vissute in precedenza nel tentativo di individuare quelle che appaiono più plausibilmente possibili nel mondo esterno come lo conosciamo e coerenti ai nostri scopi. Ed essendo appunto combinazioni, la stragrande maggioranza di queste vengono filtrate dal cervello perché assolutamente incoerenti, inadeguate, improbabili o addirittura impossibili nella realtà esterna come conosciuta sino a quel momento.
Per quanto la realtà sia vasta e variegata, si rivela comunque ai nostri sensi strutturata in certi specifici modi, le cose fisiche che percepiamo in essa si combinano fra loro secondo certi specifici schemi, e il nostro cervello è in grado di mappare e di riconoscere questi modi e questi schemi, ed è in grado di utilizzarli per produrre le sue simulazioni e individuare dei modelli plausibili di come certe combinazioni ancora mai viste e certe esperienze ancora mai fatte, potrebbero verificarsi là fuori.
All’inizio, ho volutamente posto l’attenzione su quel momento specifico della nostra esperienza di vita – che per la sottospecie Homo Urbano a cui apparteniamo avviene a circa sei anni, e nella maggior parte dei casi, come per me, avviene all’inizio della scolarizzazione – in cui il linguaggio, da funzione cerebrale espressa in modo istintivo/intuitivo, passa ad essere osservato e analizzato dal nostro cervello come oggetto, e la sua produzione automatica e costante nel nostro monologo interiore, passa ad essere erroneamente identificata come la funzione di primo livello del pensare, di cui ne è invece solamente l’eco.
L’ho fatto allo scopo di consentirvi di separare fra loro funzioni cerebrali tanto strettamente correlate e parallele fra loro, che a livello cosciente, senza una profonda analisi, è difficile identificarle.
I processi combinatori/computazionali delle reti neurali cerebrali, hanno vita propria, sono permanentemente attivi sin dalla formazione fisica delle reti neurali che li svolgono e sono costantemente in evoluzione strutturandosi in modo sempre più specifico e in forma sempre più aderente al funzionamento della realtà esterna.
Il protolinguaggio, i lessigrammi e poi il linguaggio, i suoi simboli e la loro combinazione, riflettono esattamente gli oggetti, gli eventi e gli schemi secondo cui questi si combinano, e quindi in sostanza, riflettono la struttura e le forme in cui la realtà si presenta al nostro sistema cervello/mente.
L’etimologia della parola ‘logica’ origina dal greco lògos, ovvero: parola, discorso, pensiero, ragione. Ma difficilmente troverete il termine più esatto: descrizione, simbolica o verbale. Ed in particolare non troverete la definizione di: descrizione dei fenomeni combinatori rilevati dal cervello nella sua esperienza con le cose della realtà.
Mai vi aspettereste credo, che di fatto, le forme binarie – ovvero relative a coppie di oggetti – che il cervello rileva nella realtà, siano appena cinque, e che quindi, esistano appena cinque operazioni logiche, corrispondenti ancora a cinque soli simboli lessicali del nostro linguaggio, con i quali, tutti i giorni e in ogni momento della nostra vita, pensando, parlando o scrivendo, uniamo a coppie parole o frasi rappresentanti oggetti od eventi della realtà, per descrivere come abbiamo rilevato coi nostri sensi che questi si combinino in natura.
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