Ci sono film che il tempo cancella e altri che, proprio perché rimangono ai margini della memoria collettiva, finiscono per diventare testimonianze preziose di un’epoca cinematografica ormai scomparsa. Un’ombra nell’ombra, diretto da Pier Carpi nel 1979, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. È un’opera imperfetta, irregolare e per certi versi persino anomala, ma possiede una caratteristica oggi sempre più rara: un immaginario personale, riconoscibile, alimentato da quelle ossessioni legate all’occulto, alla magia e al soprannaturale che avevano accompagnato Carpi per buona parte della sua attività artistica e intellettuale.
Scrittore, fumettista, sceneggiatore, editore e studioso di esoterismo, si era avvicinato al cinema portandosi dietro un universo culturale molto particolare. Non era un autore interessato semplicemente a sfruttare la moda dell’horror satanico che negli anni Settanta aveva conquistato il pubblico internazionale. Il mistero e l’occulto rappresentavano per lui un campo di ricerca costante, una materia sulla quale aveva scritto e riflettuto a lungo. Il cinema diventava quindi uno strumento attraverso cui dare una forma visiva a quelle inquietudini.
Un’ombra nell’ombra, tratto dal romanzo omonimo dello stesso Carpi pubblicato nel 1974, rappresenta la sua seconda e ultima regia cinematografica dopo Povero Cristo del 1975. La pellicola arriva nelle sale in un momento in cui il cinema dell’orrore legato al demonio, alla possessione e alle forze oscure aveva ormai raggiunto una grande popolarità, ma il progetto di Carpi possiede origini precedenti e una gestazione particolarmente travagliata. Le riprese erano infatti iniziate già nell’ottobre del 1976 tra Roma e Zagabria, per poi essere interrotte a causa delle difficoltà finanziarie. Il film sarebbe stato completato soltanto alcuni anni dopo, grazie all’intervento del produttore Piero Amati.
Questa lunga lavorazione contribuisce probabilmente anche alla particolare atmosfera dell’opera, che sembra appartenere contemporaneamente a momenti diversi del cinema italiano degli anni Settanta. È come se il film fosse rimasto sospeso durante il passaggio da una stagione all’altra, conservando intatta un’idea di horror fortemente legata alla cultura esoterica e alle inquietudini di quel decennio.
La storia ruota attorno a quattro donne, Carlotta, Raffaella, Lena e Agata, unite da un antico patto con Lucifero. La loro scelta non rappresenta soltanto un episodio isolato, ma l’inizio di una discendenza nella quale il rapporto con il male viene trasmesso di generazione in generazione. È proprio la dimensione familiare a rendere particolarmente interessante il film. L’orrore non proviene da un luogo sconosciuto e lontano, ma nasce all’interno della famiglia e si trasmette attraverso il sangue. La maternità, normalmente associata alla protezione e alla vita, viene così trasformata da Carpi in qualcosa di profondamente ambiguo.
Lena dà alla luce Annalisa, mentre Carlotta è la madre di Daria. Le due giovani donne rappresentano due modi differenti di affrontare un’eredità che nessuna delle due ha scelto realmente di ricevere. Annalisa cerca di sottrarsi a quella condizione, rifiutando la strada che sembra essere stata tracciata per lei. Daria, invece, assume progressivamente il proprio lato oscuro e finisce per trasformare ciò che potrebbe essere considerato una maledizione in una forma di potere.
È qui che Un’ombra nell’ombra trova uno dei suoi elementi più inquietanti. Daria non è semplicemente una vittima di una forza soprannaturale. La sua figura è molto più ambigua, perché il male sembra appartenere alla sua stessa identità e non rappresentare qualcosa che le è stato imposto dall’esterno. Il film suggerisce così che la vera paura non risieda soltanto nella presenza del demonio, ma nella possibilità che qualcuno possa riconoscersi nel male e decidere di accettarlo.
Ad interpretare Daria è una giovanissima Lara Wendel, destinata negli anni successivi a diventare un volto familiare del cinema italiano di genere. La sua presenza è fondamentale per l’efficacia del personaggio, soprattutto perché Carpi costruisce gran parte dell’inquietudine attraverso il contrasto tra l’apparente innocenza della ragazza e ciò che progressivamente scopriamo della sua natura. Daria non ha bisogno di trasformarsi continuamente in una creatura mostruosa. È sufficiente la sua presenza, insieme alla consapevolezza dello spettatore che dietro quell’aspetto apparentemente fragile si nasconde qualcosa di diverso. La recitazione di Wendel sfrutta proprio questa ambiguità, lasciando che siano soprattutto gli sguardi e gli atteggiamenti a suggerire la trasformazione del personaggio.
È una scelta che anticipa, sotto certi aspetti, una delle figure più inquietanti dell’horror: quella del bambino o dell’adolescente che non appare immediatamente minaccioso, ma che proprio attraverso la propria innocenza apparente diventa perturbante. La futura presenza di Lara Wendel in Tenebre di Dario Argento renderà ancora più interessante, per gli appassionati del genere, il recupero delle sue prime esperienze nel cinema fantastico italiano.
Una delle peculiarità della pellicola è rappresentata dal cast, decisamente importante rispetto alla fama successiva del film. Carpi riesce infatti a coinvolgere interpreti di notevole prestigio come Irene Papas, Valentina Cortese, Anne Heywood, Marisa Mell, John Phillip Law, Frank Finlay e Ian Bannen, accanto ad attori italiani come Paola Tedesco e alla stessa Wendel.
La presenza di attrici come Papas e Cortese conferisce alla pellicola una particolare autorevolezza. Sono interpreti provenienti da una tradizione cinematografica assai distante dall’exploitation e dall’horror più commerciale, e il loro ingresso nell’universo esoterico di Carpi produce un contrasto significativo. Cortese poi, nei panni di Lena, porta nel film una presenza scenica elegante e autorevole, mentre Irene Papas contribuisce con il proprio carisma alla dimensione quasi rituale della vicenda. Anche Heywood partecipa alla costruzione di questo mondo familiare dominato da segreti e legami oscuri, mentre Law interpreta la figura dell’esorcista chiamato a confrontarsi con le forze che stanno progressivamente prendendo il sopravvento.
Il film appare così, almeno nelle intenzioni, molto più ambizioso di quanto la sua fama potrebbe lasciare immaginare. È uno di quei casi in cui un progetto appartenente al cinema di genere riesce a riunire interpreti di notevole livello, senza però riuscire a trasformare completamente questa ricchezza in una struttura cinematografica altrettanto solida.
Il rapporto tra il film e il romanzo originale è fondamentale per comprenderne anche i limiti. Carpi porta infatti sullo schermo una storia fortemente legata alla propria immaginazione letteraria e alla propria visione dell’occulto, ma non sempre riesce a tradurre quella materia in una narrazione cinematografica compatta. La sceneggiatura procede soprattutto attraverso la progressiva rivelazione dei segreti che circondano le protagoniste. Il pubblico viene condotto all’interno di una rete di rapporti familiari e di rituali nella quale passato e presente finiscono per sovrapporsi. L’intenzione è quella di creare un senso di mistero crescente, ma in alcuni momenti il ritmo rallenta e la componente esplicativa prende il sopravvento sulla tensione.
Questo aspetto può risultare oggi evidente, soprattutto per uno spettatore abituato a un horror molto più rapido e spettacolare. Ma sarebbe ingeneroso liquidare il film soltanto per le sue ingenuità narrative. Carpi è interessato a costruire un universo di credenze e suggestioni, più che a realizzare una perfetta macchina narrativa. Il suo cinema nasce dalla necessità di raccontare un mondo nel quale il soprannaturale non costituisce un’eccezione, ma una presenza costante. Ed è probabilmente proprio questo elemento a rendere il film più interessante come testimonianza culturale che come semplice esercizio di genere.
Il satanismo raccontato da Carpi non è soltanto un espediente horror. Il patto con Lucifero diventa il simbolo di una ricerca di potere che attraversa le generazioni. Le protagoniste adulte hanno scelto di entrare in contatto con una dimensione proibita nella speranza di ottenere qualcosa che il mondo ordinario non sembra poter offrire loro. Ma il potere acquisito attraverso l’occulto produce inevitabilmente una conseguenza: chi lo riceve deve trasmetterlo, e chi lo eredita non necessariamente desidera portarne il peso.
È questa contraddizione a rendere significativo il rapporto tra Annalisa e Daria. La prima tenta di sottrarsi alla propria eredità, mentre la seconda sembra accettarla fino alle estreme conseguenze. Il film costruisce quindi una contrapposizione tra rifiuto e accettazione del male, trasformando il soprannaturale in una sorta di eredità familiare impossibile da cancellare. In questa prospettiva, la vera maledizione non è soltanto il patto con il demonio, ma la sua capacità di sopravvivere attraverso le generazioni.
Come accade frequentemente nell’horror italiano degli anni Settanta, anche Un’ombra nell’ombra intreccia l’orrore con una forte componente erotica. Il corpo diventa uno degli strumenti attraverso cui il film esprime la propria idea di mistero, perché sessualità, maternità, morte e magia appartengono allo stesso universo simbolico. Questa fusione di erotismo e occultismo era ormai diventata una caratteristica riconoscibile del cinema di genere italiano. Carpi la utilizza all’interno della propria visione personale, anche se alcuni passaggi risentono inevitabilmente delle convenzioni commerciali dell’epoca.
Il corpo, nel film, non è semplicemente oggetto di desiderio. Diventa il luogo nel quale si manifesta una trasformazione. La nascita di una nuova generazione, e con essa la possibilità che il male continui a vivere, acquista una dimensione quasi rituale. È una concezione profondamente legata alla cultura esoterica che interessa Carpi e che distingue la pellicola dalle opere horror costruite esclusivamente intorno alla paura e alla violenza.
È una caratteristica tipica dell’horror degli anni Settanta, quando l’orrore non dipendeva necessariamente dalla quantità di sangue mostrato sullo schermo, ma dalla capacità di trasformare un ambiente quotidiano in qualcosa di estraneo. In questo senso il titolo stesso, Un’ombra nell’ombra, appare quasi come una dichiarazione programmatica. Il film non vuole soltanto mostrare l’oscurità, ma suggerire che dentro quella stessa oscurità possa nascondersi qualcosa di ancora più profondo. Particolarmente interessante è la colonna sonora, attribuita ufficialmente a Stelvio Cipriani e realizzata con la partecipazione dei Goblin, formazione fondamentale nella storia della musica applicata al cinema italiano fantastico e horror.
La presenza dei Goblin contribuisce a collocare l’opera stessa dentro quella stagione irripetibile in cui la musica elettronica e il progressive rock dialogavano con le immagini dell’orrore. Il suono non svolge soltanto una funzione di accompagnamento, ma contribuisce a costruire l’atmosfera inquietante della pellicola, amplificando la componente visionaria e psicologica della storia. La colonna sonora è infatti uno degli elementi che permettono al film di conservare ancora oggi una particolare suggestione. Anche quando la narrazione mostra i propri limiti, la musica riesce a restituire quella sensazione di inquietudine e di mistero che rappresenta il cuore dell’operazione di Carpi.
Non è casuale che proprio questa componente sia rimasta nella memoria degli appassionati del cinema di genere e abbia conosciuto una successiva riscoperta discografica, con la pubblicazione della colonna sonora su CD nel 2006 e, successivamente, in vinile.
Quando il lavoro di Carpi arriva al cinema nel 1979, il pubblico ha già assistito a una radicale trasformazione dell’horror internazionale. Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York aveva contribuito a riportare il satanismo dentro il cinema d’autore, mentre L’esorcista aveva trasformato la possessione demoniaca in un fenomeno cinematografico di massa. Il presagio (The Omen, 1976) aveva poi consolidato l’immaginario del male legato all’infanzia. È inevitabile riconoscere nel film di Carpi alcune di queste suggestioni, ma sarebbe sbagliato considerarlo semplicemente una copia italiana di quei modelli. Il regista parte da un immaginario che gli appartiene: affonda le proprie radici nella letteratura esoterica e nella sua personale fascinazione per il mistero.
Il risultato è perciò molto meno compatto rispetto ai grandi horror internazionali, ma anche più curioso e imprevedibile. Un’ombra nell’ombra non possiede la perfezione narrativa di Polanski, né la forza spettacolare di Friedkin o Donner. Possiede però quella libertà tipica di una certa produzione italiana di genere, capace di mescolare generi e suggestioni senza preoccuparsi troppo delle categorie.
Un’ombra nell’ombra rimane così un piccolo oggetto cinematografico sospeso tra l’horror satanico internazionale e la tradizione italiana del cinema di genere. La sua forza non risiede nella perfezione, ma nella capacità di evocare un mondo preciso, quello di un cinema che aveva ancora il coraggio di attraversare il confine tra il fantastico, l’erotico, il religioso e l’occulto senza preoccuparsi troppo delle definizioni.
A distanza di oltre quarant’anni, il film di Carpi continua quindi a vivere nella sua dimensione più naturale: quella dell’ombra. Un’ombra dentro un’altra ombra, appunto!
Dov’è Martin? E’ inutile chiamarlo…Martin è morto! – [Estratto dalla pellicola]
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Cinema Sommerso”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
Gli Argonauti (1963): il film cult di Don Chaffey
Paura nella notte (Fear in the Night): il thriller di Jimmy Sangster
Case 39: il film horror con Renée Zellweger e Jodelle Ferland
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
Oltre cento emittenti radiofoniche italiane, un appuntamento fisso ogni mercoledì sera e un programma che…
Entra nella fase conclusiva il percorso della nuova legge elettorale. Dopo il via libera del…
Fino a poco tempo fa sentire la voce di una persona era sufficiente per riconoscerla…
La società contemporanea si trova ad affrontare una profonda contraddizione. Se da un lato si…
Lo speciale TIM Battiti Live 2000 Hits, trasmesso sabato 26 settembre in prima serata su…
Ci sono amori dai quali l'unica cosa da fare sarebbe semplicemente andarsene, almeno guardandoli da…