Non la lode fugace
Né la fama straniera
Ma il canto di una zolla
Che arriva in fondo alla terra – Victor Jara
Victor Jara è stato un noto cantante cileno, definibile anche poeta perché le sue canzoni, non solo per struttura, ma soprattutto per la forza propulsiva delle parole, che hanno suscitato livore ai sostenitori del dittatore Pinochet.
“La mia chitarra non è per i ricchi – cantava difatti – né qualcosa di simile. La mia canzone canta della scala che costruiamo per giungere alle stelle. Perché una canzone ha senso quando pulsa nelle vene di un uomo che morirà cantandole verità vere“.
Tra i versi di questa canzone, che è il manifesto politico della sua battaglia, ritroviamo tutta la forza di un uomo che non teme i poteri forti, che trova il coraggio di opporsi a coloro che hanno sostenuto il regime per diciassette lunghi anni. Consapevole della sua probabile fine, nell’ultimo periodo della sua giovane vita ha subìto persecuzioni non indifferenti. Dagli insulti, alle torture fino all’uccisione avvenuta nel modo più brutale.
Gli ultimi istanti della sua vita sono state la conclusione di tutto ciò per cui ha lottato.
La notte del 15 Settembre, Víctor Jara fu condotto per l’ultima volta in uno degli spogliatoi del recinto. Lì, gli hanno rotto le mani costringendolo a provare a suonare una chitarra, hanno preso in giro il musicista, lo hanno schiaffeggiato, lo hanno torturato.
“Cantante marxista, comunista figlio di pu**ana, cantante di me*da!”
Queste frasi furono gli insulti verso Victor, ma non smise di sorridere, probabilmente tale atteggiamento inferociva le bestie che continuavano a torturarlo.
Quello che lo insultò di più fu il tenente Edwin Dimter Bianchi, detto Il Principe.
Nel frattempo i militari iniziarono a giocare alla roulette russa, puntandogli una pistola alla tempia e lasciando ogni tentativo al caso, finché uno dei proiettili uccise Víctor Jara.
La tragica fine del cantautore lasciò quell’indelebile segno che ancora oggi a distanza di cinquantuno anni ricordiamo per il sorriso donato fino all’ultimo momento.
Probabilmente, anzi con certezza, esprimo tutto il mio dissenso verso tutti coloro che sapevano e non hanno parlato per paura, perché fa comodo il pezzo di pane facile.
Gli esseri umani amano il rigor mortis, è il modo più semplice per esaltare il coraggio di chi durante la vita, pur gridando, non è stato ascoltato da nessuno.
Quante vittime hanno fatto i totalitarismi e quanti ne continuano a disseminare, e noi che inermi guardiamo fino a quando non avviene la morte dell’eroe, che in vita non fu neanche presunto tale.
Qualcuno disse che sono stati i folli a cambiare il mondo, io aggiungerei che l’equilibrio ha creato più danni che geni…
A mio parere, non tanto secondo me, ma anche secondo le poche anime senzienti, abbiamo bisogno di più cuore, più azione e meno idee che incasellano la volontà di potenza del cuore. Quanti ancora Victor Jara, vittime di chi non ha mai conosciuto l’amore?
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