Il film biografico Demoni e dei (titolo originale Gods and Monsters), diretto da Bill Condon nel 1998, non è semplicemente il ritratto degli ultimi giorni di vita di un grande regista hollywoodiano. È piuttosto una meditazione profonda sulla memoria, sull’identità e sulla paura di essere dimenticati. Al centro della storia c’è James Whale, figura leggendaria del cinema horror degli anni Trenta e Quaranta, noto soprattutto per aver diretto Frankenstein (1931), uno dei film più influenti della storia del cinema. La pellicola si ispira al romanzo Father of Frankenstein di Christopher Bram del 1995 e ricostruisce, con libertà narrativa ma grande sensibilità psicologica, l’ultimo anno di vita del regista, ormai anziano, malato e isolato nella sua villa di Hollywood.
Nel film, Whale è interpretato magistralmente da Ian McKellen, la cui performance gli è valsa una candidatura all’Oscar. McKellen non si limita a impersonare un’icona del cinema: costruisce un uomo fragile, ironico, a tratti crudele, ma soprattutto profondamente consapevole della propria fine imminente. Whale vive immerso nei ricordi dei suoi fasti hollywoodiani, quando dirigeva star come Boris Karloff (1887-1969) e definiva l’immaginario del cinema horror con opere come Frankenstein e La moglie di Frankenstein (1935). Ma ora il suo mondo è ridotto a una casa silenziosa, a quadri, fotografie e fantasmi interiori.
Il titolo Demoni e dei non è casuale: gli “dei” sono le glorie del passato, il cinema e la creatività che lo hanno reso immortale; i “demoni” sono invece la solitudine, la depressione e i ricordi dolorosi di una vita vissuta come uomo gay in un’epoca in cui l’omosessualità era stigmatizzata e nascosta.
L’equilibrio del film cambia con l’arrivo di Brendan Fraser, che interpreta Clayton Boone, un giovane giardiniere ex marine. Boone è inizialmente distante dal mondo raffinato e decadente di Whale, ma diventa progressivamente il suo confidente, quasi un testimone della sua memoria. Il rapporto tra i due è il cuore emotivo del film: non una semplice amicizia, ma un incontro tra due solitudini. Whale, con la sua intelligenza teatrale e il suo passato glorioso; Boone, con la sua concretezza e il suo silenzioso disagio. Tra loro nasce una tensione fatta di curiosità, attrazione psicologica e incomprensione.
Il film suggerisce anche — senza mai renderlo esplicito in modo banale — la complessità del desiderio e dell’identità di Whale, che guarda Boone con un misto di nostalgia, fascinazione e consapevolezza della distanza incolmabile tra le loro vite.
Uno degli elementi più potenti del film è il continuo ritorno alla figura del mostro di Frankenstein, non solo come icona cinematografica, ma come simbolo personale. Per Whale, il mostro non è solo una creatura della finzione: è una proiezione della sua interiorità. L’idea dell’essere “diverso”, rifiutato, osservato con paura e curiosità, diventa una metafora della sua stessa esperienza di uomo omosessuale in un’epoca repressiva.
Il film suggerisce che il vero “mostro” non sia la creatura, ma lo sguardo della società. E Whale, che lo ha reso immortale sullo schermo, ne è allo stesso tempo il creatore e la vittima simbolica.
La narrazione della pellicola si muove lentamente verso la fine inevitabile: il declino fisico e mentale di Whale, segnato da ictus e allucinazioni, e il progressivo avvicinamento alla morte. Ma il film evita il sentimentalismo facile. Non c’è glorificazione né pietismo. C’è piuttosto un confronto lucido con la fragilità umana e con il bisogno di lasciare una traccia. Whale sa che sarà ricordato per Frankenstein, ma teme che la sua identità reale — quella privata, queer, vulnerabile — venga cancellata o distorta. In questo senso, il film diventa anche una riflessione sulla storia del cinema e su come le figure marginali vengano spesso ridotte a icone semplificate.
Demoni e dei è un film che parla di cinema, ma soprattutto di isolamento. Whale è un artista che ha creato immagini immortali, ma che alla fine della vita si trova solo con le proprie creazioni come unica compagnia. La regia di Bill Condon costruisce un’atmosfera sospesa, quasi teatrale, in cui la casa di Whale diventa un palcoscenico mentale. I ricordi si intrecciano al presente, e il confine tra realtà e immaginazione si dissolve progressivamente.
Il vero successo del film sta nel ribaltamento finale: James Whale non è il “padre di Frankenstein”, ma un uomo che ha passato la vita a interrogarsi su cosa significhi essere diverso, escluso, osservato. Ci lascia con una domanda semplice e inquietante: chi è davvero il mostro? La creatura che viene creata o la società che la rifiuta? Ed è proprio in questa ambiguità che il film trova la sua forza più duratura: quella di trasformare una biografia in una meditazione universale sulla solitudine, l’identità e il bisogno umano di essere visti, anche quando la luce del mondo si sta spegnendo.
Ha detto che voleva disegnarmi come una statua…Ecco! – Brendan Fraser (Clayton Boone)
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Cinema Sommerso”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
Una notte per morire (1965), un film perfetto in stile “Hammer” – L’Opinione
“La casa del terrore” di Seth Holt (1961): quando la paura fa novanta! – L’Opinione
Il rifugio dei dannati (1963): quando l’orrore supera l’immaginazione – L’Opinione
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
Principi, rappresentanti delle grandi casate europee, imprenditori ed esponenti del mondo culturale e della società…
Si è spenta oggi, all'età di 80 anni, la regina della musica country Dolly Parton.…
Le polemiche che hanno investito il tenente colonnello Gianfranco Paglia dopo le sue parole sul…
La scorsa settimana ci siamo concentrati su quella meravigliosa e assurda abitudine tipicamente moderna di…
Perché incontro sempre persone incapaci di amarmi davvero? Perché all’inizio sembrano meravigliose e poi si…
Una Roma che conosciamo poco, nascosta sotto la superficie del Tevere eppure strettamente legata alla…