La scorsa settimana ci siamo concentrati su quella meravigliosa e assurda abitudine tipicamente moderna di mettere all’asta la qualunque. Dal toast di Justin Timberlake al calcolo renale di William Shatner, passando per un’unghia rotta di Lady Gaga, abbiamo visto come oggetti che, in condizioni normali, avremmo probabilmente buttato nel primo cestino disponibile, acquistano inspiegabilmente un valore inestimabile. Oggi, non so ancora se purtroppo o per fortuna, il mercato sembra invece offrirci qualcosa di diverso, di certo ben più sofisticato e, al tempo stesso, un po’ più inquietante. Si tratta di robot umanoidi che, per quanto strano ci possa sembrare, gareggiano addirittura in Olimpiadi ideate esclusivamente per loro!
E no, chiaramente non mi riferisco ad una nuova pellicola di Hunger Games di cui non sapevate nulla o all’ennesimo episodio di Black Mirror che non siete riusciti ancora a guardare, bensì agli World Humanoid Robot Games 2026, la seconda edizione dei Giochi mondiali dedicati alle macchine attualmente in corso a Pechino e che si concluderà domani, mercoledì 26 agosto. A partecipare sono 666 squadre, un numero che lascia ben sperare oserei dire, con oltre 2.000 androidi provenienti da 16 Paesi, ognuno dei quali è impegnato in 51 competizioni che spaziano dall’atletica al calcio, passando per il tennis da tavolo, le arti marziali, la danza e prove che simulano situazioni di vita reale.
Insomma, è come se avessimo dato loro qualunque cosa di cui avessero bisogno per sentirsi degli atleti in carne ed ossa, cos’altro potrebbe mancare? Beh, forse solo l’ennesima dimostrazione del fatto che potrebbero essere di gran lunga migliori di noi, chi lo sa!
Comunque, qualora non ci venisse in mente nient’altro, c’è Tiangong Ultra (pensate un po’, possiedono perfino un nome!), sviluppato dal Beijing Humanoid Robot Innovation Center, a ricordarcelo. Difatti, nella sua batteria dei 100 metri ha fermato il cronometro a 9,39 secondi, battendo il record mondiale umano di Usain Bolt, ossia quel 9,58 stabilito dal giamaicano nel 2009 e rimasto per quasi vent’anni uno dei numeri più iconici dello sport. Alle sue spalle è arrivato Lightning, creato da Honor, con 9,47 secondi. Della serie, Bolt farebbe prima a riconsegnare le sue medaglie!
Scherzi a parte, a mio avviso ci sono poche ragioni per cui valga la pena di ridere. E lo dico non tanto perché un ammasso di metallo, sensori e circuiti abbia deciso di fare concorrenza ad uno dei corridori più famosi al mondo, quanto più perché la velocità con cui queste macchine stanno imparando a fare cose che fino a ieri sembravano esclusivamente nostre è talmente impressionante che se prima le consideravamo distopie, ben presto potrebbero diventare realtà.
Il successo nella creazione dell’intelligenza artificiale sarebbe il più grande evento nella storia dell’umanità. Purtroppo, potrebbe anche essere l’ultimo – Stephen Hawking
E fin qui, per carità, potrei non vederci niente di male. D’altronde, posso accettare che un umanoide corra più velocemente di me. Non ho mai avuto ambizioni olimpiche e, a giudicare dalla mia forma fisica, probabilmente non le avrò mai. Potrei pure fare pace col fatto che giochi a calcio, a ping-pong o che sappia tirare un pugno meglio di quanto saprei fare io. Tuttavia, se tra qualche anno sarà in grado di lavare i panni, piegarli, mettere in ordine casa, preparare la cena, andare a fare la spesa e magari pensare anche al posto mio, allora comincerò ad avere qualche problema.
Certo, non sto mica dicendo che domani mattina Will Smith busserà alla nostra porta per avvertirci che degli automi hanno deciso di conquistare il pianeta. Eppure, non posso fare a meno di pensare a ciò che quel film racconta. Per chi lo ricorda, in Io, Robot non c’erano semplicemente dei sistemi artificiali capaci di muoversi, ma entità che erano diventate parte integrante della società. Lavoravano, aiutavano le persone, prendevano decisioni, ed è francamente una prospettiva che trovo molto più inquietante dell’idea classica del robot cattivo che improvvisamente decide di sterminarci. Sarebbe troppo semplice!
Il vero problema, in effetti, potrebbe manifestarsi quando una marionetta fatta di circuiti e ingranaggi non si ribella affatto ed esegue perfettamente ciò che gli chiediamo. Ora, immaginiamo di doverne costruire uno per rendere più sicuro un ambiente. Ad un certo punto dovrà decidere che cosa è pericoloso e che cosa non lo è. Oppure, non so, di progettarne un altro per assistere una persona anziana: quanto potere gli concederemmo in quel caso? O ancora, pensiamone uno destinato ad una fabbrica: quanti lavoratori potrà sostituire prima che quello che consideriamo un progresso tecnologico inneschi una crisi sociale? E infine, se quel robot dovesse commettere un errore, chi ne risponde? Il produttore? Il programmatore? L’azienda che lo utilizza? Chi lo ha addestrato? E se prendesse una decisione che nessuno aveva previsto?
Sono tutte domande lecite e che magari dovremmo cominciare a porci adesso, mentre siamo in quella fase in cui possiamo permetterci di scherzaci sopra. Anche perché, a differenza di quel che potrebbe suggerire il nome “Giochi”, qui non si sta semplicemente giocando. La competizione sportiva è un gigantesco banco di prova. Correre, saltare, tirare, mantenere l’equilibrio e reagire rapidamente servono a sviluppare le capacità fisiche necessarie per muoversi nel mondo reale. E le prove più interessanti sono proprio quelle in cui si devono fare cose apparentemente banali: collegare un cavo, riconoscere un oggetto, manipolarlo con precisione, svolgere una sequenza di compiti e reagire quando qualcosa non va come previsto.
Una macchina deve imparare a fare tutto e la parte più interessante, o inquietante in base ai punti di vista, è che lo sta già facendo piuttosto velocemente. Basti pensare che soltanto un anno fa Tiangong aveva corso i 100 metri in 21,50 secondi, mentre oggi ne ha impiegati 9,39. È un miglioramento talmente enorme che quasi viene da chiedersi che cosa sarà capace di fare tra altri cinque o dieci anni.
Certo, i risvolti positivi sarebbero in ogni caso notevoli. Dopotutto, se ci riflettiamo bene, un umanoide potrebbe fare lavori pericolosi al posto nostro, entrare in luoghi dove noi rischieremmo la vita, occuparsi di attività pesanti e ripetitive, intervenire nelle emergenze. Quelli negativi, invece, emergeranno se a stabilirne con attenzione l’utilizzo al posto nostro saranno la convenienza economica e la semplice efficienza. E sappiamo bene quanto possa essere delicata una situazione in cui qualcuno deve scegliere tra una persona e una macchina che costa meno, non si ammala, non va in ferie, non chiede aumenti e non si lamenta. Senza contare che la tecnologia, quando ci semplifica davvero la vita, ha una caratteristica irresistibile, ossia quella di abituarci molto velocemente a non farne più a meno!
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