Avete presente quelle notizie che sembrano uscite da un racconto di fantascienza, ma che, invece, arrivano dritte dritte dai nostri laboratori universitari?! Ebbene, la storia di Gillbert (a volte scritto anche “Gilbert”), un pesce robotico stampato in 3D che, a differenza dei suoi simili in carne ed ossa, non si nutre di plancton ma di microplastiche, è proprio una di queste e, se vista dalla giusta prospettiva, è in grado di insegnarci persino più di qualcosa.
Per coloro che non ne fossero ancora a conoscenza, Gillbert è nato dall’idea di una studentessa britannica, Eleanor Mackintosh, sulla spinta di voler dare forma ad un sogno tanto strambo quanto geniale: creare un pesce artificiale capace di nuotare nelle acque inquinate e, al tempo stesso, purificarle, trattenendo al suo interno minuscoli frammenti di plastica, quelli che non vediamo ma che finiscono nei fiumi, nei mari e, purtroppo, benché tendiamo a non farci troppo caso, perfino nelle nostre catene alimentari.
Non parliamo di un giocattolo per geek, sia chiaro, ma di un autentico prototipo open source stampato in 3D, costruito con l’obiettivo di essere replicabile da chiunque e in qualsiasi parte del mondo. A tal proposito, per quel che riguarda il suo funzionamento, mentre nuota Gillbert apre la bocca, filtra l’acqua attraverso speciali branchie artificiali e trattiene i rifiuti invisibili che avvelenano gli ecosistemi. Una missione silenziosa e umile, ma dal significato enorme: contrastare l’inquinamento che noi umani produciamo a tonnellate ogni giorno.
Ed è qui che scatta la riflessione. Ci serviva davvero un pesce di plastica per ricordarci di ripulire il mondo dallo sporco che noi stessi disperdiamo? Una creatura artificiale per compensare gli eccessi di quella naturale, l’uomo? Viene in mente una celebre frase di Albert Einstein:
Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati
Gillbert, in fondo, non è altro che l’esempio lampante di un pensiero diverso: usare la tecnologia non per dominare la natura, ma per imitarla e magari salvarla. Ed è qui che è inevitabile porsi un’altra domanda, da cui potrebbe addirittura scaturire una riflessione ben più ampia: vogliamo davvero affidarci a robot per rimediare ai nostri errori, o vogliamo cambiare i nostri comportamenti prima che il mare diventi un cimitero di bottiglie e imballaggi? Gillbert può darci una mano, certo, ma da solo non basta. Il resto dipende da noi, dalle scelte quotidiane, dal coraggio politico e dalla responsabilità collettiva.
Ed è così che, tra il serio e il faceto, dobbiamo tenere ben a mente che la vera sfida rimane umana: smettere di buttare plastica dove non dovrebbe esserci. Strano ma vero, la salvezza dell’ambiente potrebbe passare da un piccolo pesce robotico che ci guarda, silenzioso, come a dirci: “Io faccio la mia parte, ma ora tocca a voi“!!!
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