Esistono storie capaci di superare il confine tra finzione e realtà, racconti che non rimangono semplicemente impressi nella memoria di chi li ha vissuti al cinema, ma che continuano a crescere, generazione dopo generazione, alimentando nuove passioni e nuovi sogni. È il destino riservato ai grandi fenomeni culturali, quelle opere che riescono a trasformarsi in veri e propri mondi paralleli nei quali milioni di persone amano ancora perdersi. Nelle scorse settimane, ad esempio, abbiamo parlato di una delle saghe cinematografiche fantasy cult degli anni Duemila, ossia Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, un’impresa che, a distanza di oltre vent’anni, continua a stupire per la sua capacità di unire spettacolo, tecnologia all’avanguardia e attenzione maniacale per ogni dettaglio.
Tuttavia, e non me ne vogliano i tolkeniani più sfegatati, c’è qualcun altro che, più o meno nello stesso periodo, è riuscito a conquistare il cuore di milioni di spettatori. Naturalmente sto parlando di Harry Potter, il maghetto nato dalla penna di J. K. Rowling e divenuto uno dei personaggi di fantasia più popolari di tutti i tempi. Non a caso, a riprova della sua enorme notorietà, nei prossimi mesi vedrà la luce una serie tv targata HBO a lui dedicata. Eppure, mentre tutti si chiedono quali sorprese riserverà il nuovo adattamento, la magia dei film originali sembra non volersi affievolire.
Del resto, dietro otto pellicole, centinaia di attori e migliaia di ore di lavorazione, si nascondono fatti curiosi, decisioni inaspettate e piccoli aneddoti che, per quanto strani possano apparire a primo impatto, hanno contribuito a creare quel mondo in cui tutti noi, tra chi non ne fa mistero e chi si mostra più restio ad ammetterlo, saremmo voluti essere, almeno una volta.
La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda di accendere la luce — Albus Silente
Quando nel 2001 uscì Harry Potter e la Pietra Filosofale, in pochi potevano immaginare che quella piccola storia ambientata in una scuola di magia avrebbe dato vita ad uno dei blockbuster più adorati al mondo. Al di là degli effetti speciali, delle creature fantastiche e della fedeltà al canone della Rowling, però, furono le numerose scelte compiute lontano dalle telecamere a rendere il progetto davvero speciale. Intuizioni dei registi, abitudini degli attori, piccoli problemi quotidiani e aspetti apparentemente insignificanti, con il passare degli anni, si sono rivelati fondamentali per la buona riuscita della trasposizione, ma conosciamo realmente tutto? Cosa accadeva dietro le quinte?
Quello che davvero in pochi sanno o ricordano è che per preparare Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, il terzo capitolo della saga, il regista messicano Alfonso Cuaròn decise di chiedere ai tre giovani protagonisti qualcosa di decisamente particolare prima di cominciare le riprese: scrivere un saggio dal punto di vista del proprio personaggio, per comprendere meglio la sua psicologia e il suo modo di vedere il mondo. Il risultato fu perfettamente coerente con i caratteri interpretati.
Emma Watson, proprio come Hermione, consegnò un elaborato lunghissimo: ben sedici pagine. Daniel Radcliffe, invece, scrisse un testo molto più breve, quasi una sintesi, rispecchiando in qualche modo la semplicità e la concretezza di Harry. Rupert Grint, infine, fece qualcosa che probabilmente avrebbe potuto fare anche Ron Weasley: non consegnò mai il compito.
Tra tutti gli interpreti della saga, nessuno più del compianto Alan Rickman è riuscito a trasformare un uomo ambiguo in un’icona. Il suo Severus Piton è passato dall’essere considerato un professore crudele e misterioso ad una delle figure più complesse dell’intera trama. Per di più, Rickman fu l’unico membro del cast a conoscere in anticipo il destino finale del suo personaggio. J. K. Rowling gli rivelò infatti alcuni elementi fondamentali della storia, permettendogli di ricoprire il proprio ruolo con una consapevolezza che gli altri attori non possedevano ancora.
Una sorta di privilegio, ma anche una grande responsabilità, perché mentre il pubblico cercava di capire da quale parte stesse davvero il professore di Pozioni, Rickman sapeva già la verità.
Tra gli oggetti più iconici dell’intera saga c’è senza dubbio la lettera di ammissione. Una semplice busta di pergamena con il sigillo della scuola che, nell’immaginario dei fan, è diventata quasi il simbolo stesso dell’avventura. Ebbene, dietro a quell’oggetto apparentemente banale si nasconde un lavoro tutt’altro che semplice. La produzione non si limitò a creare un normale foglio di carta con qualche riga stampata. Al contrario, ogni dettaglio doveva trasmettere l’idea di un documento proveniente da un’antichissima istituzione magica. Vennero quindi realizzati numerosi prototipi, studiando attentamente il tipo di pergamena, la calligrafia, il colore dell’inchiostro e persino il modo in cui la busta avrebbe dovuto apparire nelle mani degli attori.
Ancora più complessa fu la realizzazione della scena in cui migliaia di lettere invadono Privet Drive. Per ottenere quell’effetto, la troupe dovette creare un’enorme quantità di buste fisiche, perché all’epoca gli effetti digitali non erano considerati sufficientemente convincenti per rendere quella cascata di missive davvero realistica. D’altronde, l’idea era quella di dar vita ad una lettera, apparentemente ordinaria, che fosse capace di cambiare veramente la vita a chi la riceveva!
Tra le curiosità meno conosciute c’è quella legata alla costruzione degli ambienti del castello. Molti dettagli di Hogwarts non erano semplicemente decorazioni, ma veri elementi narrativi. Ne è una dimostrazione la famosa scala mobile della scuola che, con i suoi quadri e i corridoi apparentemente infiniti, fu progettata creando una quantità enorme di particolari inutilizzati sullo schermo. Porte, passaggi e ambienti furono costruiti anche se spesso la macchina da presa non li avrebbe mai mostrati. Una scelta simile a quella adottata nella Terra di Mezzo da Jackson: creare un mondo che sembrasse esistere a prescindere e, di conseguenza, maggiormente reale.
Come per Hobbiton, anche per il mondo di Harry Potter si attuò una costruzione con una cura quasi maniacale. La produzione non voleva creare semplici sfondi cinematografici, ma dare vita ad un universo che sembrasse vero e già esistente, con una propria storia e una propria identità. Scenografi e artigiani realizzarono fisicamente molti ambienti ormai noti delle pellicole, riempiendo le stanze di oggetti, libri, pergamene e decorazioni capaci di raccontare qualcosa dei personaggi che le abitavano. La biblioteca, per citarne una, venne arricchita con migliaia di volumi creati appositamente, mentre ogni elemento del castello fu progettato per trasmettere l’idea di una scuola di magia esistita da secoli.
Sempre per lo stesso principio, tra gli elementi più curiosi ci sono i numerosi ritratti animati che popolano i corridoi del castello. Uno dei più celebri è sicuramente quello della Signora Grassa, la custode dell’ingresso alla torre di Grifondoro, incaricata di controllare che soltanto gli studenti autorizzati possano accedere al dormitorio. Forse non tutti sanno o rammentano, però, che nel primo film il personaggio ebbe un volto completamente diverso rispetto a quello che il pubblico avrebbe imparato a conoscere negli anni successivi. Nel primo capitolo fu l’attrice Elizabeth Spriggs ad interpretarla, mentre dal secondo in poi il ruolo passò a Dawn French, che diede al personaggio un tono molto più comico e stravagante.
La particolarità, però, sta nel modo in cui realizzarono il suo quadro. Anziché affidarsi soltanto alla computer grafica come fatto per gli altri, la produzione costruì un vero dipinto fisico, combinando scenografia, effetti visivi e recitazione per dare l’impressione che fosse realmente vivo e capace di muoversi.
Che dire, benché gli esempi che si potrebbero fare sarebbero tanti, questi sono sufficienti per capire che magari sono esattamente questi i motivi per i quali continuiamo tutti ad aspettare ancora la nostra lettera. In fin dei conti, la magia più autentica non è solamente quella fatta di bacchette, pozioni e formule, ma anche (e soprattutto), quella capace di farci credere, fosse anche solo per un attimo, che da qualche parte possa davvero esistere un posto dove una donna può trasfigurarsi in un gatto, o chissà, dove un viaggio può cominciare semplicemente attraversando un muro!
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Strano Ma Vero”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
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