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Il grande amore (1939): quando un amore perduto diventa la prigione di una vita

Ci sono film che il tempo tende a nascondere dietro un titolo, una fotografia in bianco e nero o l’etichetta apparentemente rassicurante di «melodramma». Opere che sembrano appartenere a un cinema lontano, costruito secondo regole ormai superate, e che invece, quando vengono riscoperte, rivelano una complessità emotiva ancora capace di sorprendere. Il grande amore (The Old Maid), diretto da Edmund Goulding nel 1939, appartiene precisamente a questa categoria di film “sommersi”: un’opera che vive all’ombra di titoli più celebri della sua straordinaria protagonista, Bette Davis, ma che contiene alcuni dei temi più dolorosi e ricorrenti della sua filmografia.

La pellicola racconta una tragedia domestica nella quale nessuno è veramente innocente e nessuno, fino in fondo, riesce a liberarsi dalle conseguenze delle proprie scelte. Il titolo originale, del resto, è già significativo. The Old Maid è la zitella, la donna non sposata, quella figura che la società dell’epoca tendeva a relegare ai margini della vita sentimentale e familiare. Ma Charlotte Lovell, il personaggio interpretato da Bette Davis, non è semplicemente una donna rimasta sola. È una madre costretta a rinunciare pubblicamente alla propria maternità, una donna che ha visto la propria esistenza trasformarsi nel segreto che deve custodire. È da questa ferita originaria che nasce il film.

Una storia d’amore che la società non può accettare

La vicenda prende avvio nella New York della metà dell’Ottocento, sullo sfondo della Guerra di secessione. Charlotte Lovell è innamorata di Clem Spender, un uomo affascinante e inquieto, la cui presenza nella sua vita è destinata a cambiare ogni cosa. Quando Charlotte rimane incinta, il loro amore si scontra con una società nella quale una gravidanza fuori dal matrimonio può significare scandalo, emarginazione e distruzione della rispettabilità familiare.

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La morte di Clem durante la guerra rende la situazione ancora più tragica. Charlotte resta sola, incinta e senza la possibilità di costruire quella famiglia che avrebbe potuto proteggere la sua posizione sociale. A quel punto entra in scena Delia Lovell, interpretata da Miriam Hopkins, cugina di Charlotte e figura destinata a diventare contemporaneamente alleata, rivale e, in qualche modo, sostituta. Prende in consegna la bambina, Tina, che crescerà credendo che Charlotte sia soltanto sua zia. È questa la grande rinuncia sulla quale Goulding costruisce l’intero film: Charlotte può essere vicina a sua figlia, può proteggerla, educarla, amarla, ma non può chiamarsi madre. E soprattutto non può essere riconosciuta come tale.

Il dolore ne Il grande amore nasce proprio dalla quotidianità di questa finzione. Non è necessario ricorrere continuamente a grandi colpi di scena perché la tragedia si manifesti. Basta uno sguardo, una parola trattenuta, una manifestazione d’affetto che Charlotte non può permettersi. Il film racconta così una forma di maternità clandestina, costretta a vivere all’interno della stessa casa nella quale la propria figlia cresce senza conoscere la verità.

Bette Davis e il volto di una sofferenza trattenuta

La Davis era già una delle attrici più importanti di Hollywood, e The Old Maid le offrì un personaggio perfettamente adatto alla sua capacità di trasformare il melodramma in conflitto interiore. Charlotte non è una delle donne aggressive, spietate o apertamente ribelli che avrebbero contribuito a costruire l’immagine più celebre della Davis. La sua battaglia è più silenziosa. Proprio per questo, forse, ancora più dolorosa. L’attrice costruisce il personaggio attraverso una progressiva trasformazione.

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All’inizio Charlotte è una giovane donna ancora capace di immaginare un futuro sentimentale. Gli anni, il segreto e la rinuncia modificano lentamente il suo volto e il suo atteggiamento. La donna che aveva conosciuto l’amore diventa progressivamente una presenza apparentemente severa, quasi austera, incapace di mostrare apertamente il sentimento che continua a determinare ogni sua scelta. Il rischio di un personaggio simile sarebbe stato quello di trasformarlo in una vittima passiva. Davis evita accuratamente questa trappola. Charlotte soffre, ma non è debole. La sua rinuncia non nasce da una semplice rassegnazione, bensì da una decisione che, una volta presa, diventa il centro della sua esistenza.

Ed è proprio qui che il film acquista una dimensione più complessa di quanto la sua struttura melodrammatica possa inizialmente far pensare. Charlotte ha sacrificato tutto per Tina, ma questo sacrificio, con il passare del tempo, rischia di trasformarsi in una forma di possesso emotivo. La madre che non può essere riconosciuta come tale pretende inconsciamente che ogni istante della propria vita abbia trovato una giustificazione nella figlia. Tina diventa il significato del sacrificio. E quando la ragazza cresce, si innamora e desidera costruirsi una vita autonoma, Charlotte è costretta a confrontarsi con una verità dolorosa: anche l’amore più generoso può diventare soffocante quando viene costruito sulla rinuncia totale a se stessi.

Miriam Hopkins, la rivale che non può essere ridotta a un’antagonista

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Uno degli aspetti più interessanti della pellicola è rappresentato dal rapporto tra Bette Davis e Miriam Hopkins. Delia avrebbe potuto facilmente essere costruita come la figura antagonista, la donna che ha ricevuto il ruolo di madre al posto di Charlotte e che rappresenta quindi una presenza ostile. Il film, invece, lascia emergere una situazione molto più ambigua. Delia ha certamente qualcosa che Charlotte non possiede: il riconoscimento sociale, la possibilità di vivere apertamente la maternità, il ruolo pubblico di madre di Tina. Ma Delia vive anch’essa all’interno di una costruzione fondata sul sacrificio e sulla menzogna. Ha accettato una responsabilità che inizialmente non era sua e, con il trascorrere degli anni, quella responsabilità è diventata parte della sua identità. Anche Delia ama Tina.

Ed è proprio questo a rendere il conflitto tra le due donne così doloroso. Non si tratta semplicemente di una lotta tra una madre «vera» e una madre «finta». Tina appartiene biologicamente a Charlotte, ma Delia l’ha cresciuta. Una ha rinunciato alla propria identità per proteggerla, l’altra ha costruito la propria identità familiare intorno a una figlia che non aveva generato. La sceneggiatura non permette quindi allo spettatore di trovare una soluzione semplice. Miriam interpreta Delia con un’intensità che si fonda proprio sull’instabilità emotiva del personaggio. La sua relazione con Charlotte attraversa momenti di solidarietà, affetto, competizione e rancore. Sono due donne legate da un segreto che, invece di unirle definitivamente, finisce per diventare la fonte della loro più profonda separazione.

Due donne, una figlia e una guerra che continua dentro una casa

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La Guerra di secessione costituisce lo sfondo storico della prima parte del racconto, ma la vera guerra de Il grande amore si combatte all’interno della casa. È una guerra silenziosa, combattuta attraverso convenzioni sociali, ruoli familiari e parole che non possono essere pronunciate. Charlotte e Delia non possono liberarsi dal passato perché il passato continua a vivere davanti ai loro occhi, incarnato da Tina. La crescita della ragazza rappresenta quindi il trascorrere del tempo, ma anche l’avvicinarsi inevitabile del momento in cui l’equilibrio costruito dalle due donne dovrà essere messo in discussione.

Edmund Goulding dirige il film con una sensibilità che evita di trasformare ogni passaggio in un’esplosione melodrammatica. La tensione è spesso contenuta, affidata ai rapporti tra i personaggi e alla progressiva trasformazione dei loro sentimenti. Il grande amore non è interessato soltanto a raccontare una vicenda sentimentale: racconta ciò che accade quando una scelta compiuta per amore diventa una condizione permanente dell’esistenza.

La sceneggiatura e il peso delle convenzioni

Tratto da un’opera teatrale di Zoe Akins, The Old Maid porta con sé la struttura del dramma da palcoscenico, soprattutto nella centralità dei rapporti personali e nella costruzione degli scontri emotivi. Tuttavia, la regia di Goulding riesce a dare al racconto un respiro più ampio, accompagnando i personaggi attraverso un lungo arco temporale. Il film si sviluppa come la storia di una prigione costruita lentamente. All’inizio esiste una possibilità di scelta. Charlotte può amare Clem, immaginare un futuro diverso, desiderare una vita che appartenga realmente a lei. Poi le circostanze intervengono, la morte cambia il corso degli eventi e la società stabilisce quali siano le conseguenze accettabili e quali quelle impossibili da sostenere. Da quel momento in poi, ogni scelta diventa una conseguenza della precedente.

Il mondo raccontato dal film è dominato da una morale che pretende dalle donne sacrifici enormi per proteggere l’apparenza della rispettabilità. Charlotte deve rinunciare a essere madre per evitare lo scandalo. Delia deve accettare un ruolo che finirà per definire la sua vita. Tina cresce inconsapevole del fatto che la sua stessa famiglia è costruita su un segreto. In questo senso, Il grande amore racconta una società nella quale la reputazione può diventare più importante della verità.

Eppure, sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un film contro le convenzioni sociali. Goulding mostra anche quanto quelle convenzioni finiscano per penetrare nell’animo dei personaggi. Charlotte non è semplicemente vittima della società: dopo anni di sacrificio, diventa a sua volta incapace di immaginare una vita che non sia fondata sul sacrificio stesso. È forse questo l’aspetto più tragico del personaggio.

Il 1939 e l’altra faccia dell’anno d’oro di Hollywood

Il 1939 è universalmente ricordato come uno degli anni più straordinari della storia del cinema americano. È l’anno di grandi produzioni, di opere destinate a diventare monumenti dell’immaginario hollywoodiano. All’interno di quella stagione irripetibile, The Old Maid occupa una posizione più appartata. Non possiede l’imponenza di certi colossal, non cerca l’avventura, la spettacolarità o il mito. La sua forza risiede in un territorio più intimo: una casa, una famiglia, un segreto che attraversa gli anni.

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Ed è forse proprio questa dimensione raccolta ad aver contribuito a renderlo, nel tempo, un titolo meno ricordato rispetto ad altri film interpretati da Bette Davis. Fortunatamente, però, questa gemma preziosa del cinema del passato permette di osservare un volto particolarmente interessante dell’attrice. Qui la Davis non domina il mondo attraverso la sua volontà, come accade in molti dei suoi personaggi più celebri. È invece una donna che ha accettato di cancellare pubblicamente se stessa. Ma la cancellazione non è mai completa. Il dolore ritorna continuamente, si manifesta nella gelosia, nell’irritazione, nell’incapacità di accettare la distanza di Tina. Tutto ciò che Charlotte ha cercato di seppellire continua a vivere dentro di lei. La Davis rende questo conflitto attraverso una recitazione che non ha bisogno di spiegare ogni sentimento. Il personaggio è costruito anche attraverso ciò che non riesce a dire.

Il vero grande amore è forse quello che non riesce a liberarsi

Il titolo italiano, Il grande amore, suggerisce immediatamente una dimensione romantica. Ma il film dimostra progressivamente che il grande amore non coincide soltanto con la passione tra Charlotte e Clem, destinata a interrompersi troppo presto. Il vero centro emotivo della storia è il rapporto tra Charlotte e Tina. Un amore assoluto, totalizzante, capace di giustificare ogni sacrificio e, proprio per questo, pericolosamente vicino alla perdita dell’identità. Charlotte ha vissuto per sua figlia senza poter essere sua madre. Quando Tina diventa adulta, tuttavia, quella figlia deve necessariamente allontanarsi. È il passaggio che Charlotte non riesce ad accettare.

Il film raggiunge così una dimensione universale, perché racconta una delle contraddizioni più profonde dell’amore: amare qualcuno significa desiderare la sua felicità, ma la sua felicità potrebbe condurlo lontano da noi. Charlotte ha sacrificato la propria vita affinché Tina potesse averne una libera. Il problema è che, quando quella libertà diventa reale, Charlotte deve scoprire se il suo amore è veramente capace di lasciarla andare.

Un melodramma da riscoprire

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Insomma, si tratta di uno di quei film che meritano di essere recuperati proprio perché non possono essere racchiusi nella semplice definizione di «vecchio melodramma hollywoodiano». In fondo, stiamo parlando di una pellicola imperniata su sentimenti trattenuti e ferite mai completamente rimarginate, nella quale il tempo non cura davvero il dolore ma lo rende semplicemente parte dell’identità di chi lo porta con sé. Un’opera forse meno celebre di altri grandi titoli dell’anno d’oro di Hollywood, ma capace di conservare ancora oggi una notevole intensità proprio perché guarda oltre il melodramma e affronta una domanda che non ha perso nulla della sua forza: quanto può costare un sacrificio compiuto per amore?

Per Charlotte il prezzo è un’intera esistenza. E forse è proprio questo il motivo per cui Il grande amore merita di essere ricordato: perché dietro la storia di una donna costretta a rinunciare al proprio ruolo di madre, si nasconde il racconto molto più universale di tutte quelle vite che, per amore o per paura, finiscono per diventare prigioni costruite con le proprie mani.

Hai fatto di me una zitella! Mi hai portato via la mia creatura, l’hai adottata! Perfino i miei diritti legali mi hai portato via! Le hai anche insegnato a chiamarti “mamma”. Ebbene stasera, questa sera Tina sarà ancora mia figlia…finalmente stasera chiamerà me…MAMMA! – [Estratto dal film]

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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