L’intervento chirurgico a cui è stato sottoposto Papa Leone XIV al Policlinico Gemelli di Roma nelle scorse settimane ha riportato l’attenzione sulle condizioni di salute del Pontefice e sulla rapidità con cui è stato possibile organizzare il suo percorso di cura. Una vicenda che ha riaperto inevitabilmente una riflessione che riguarda chi, ogni giorno, deve fare i conti con visite specialistiche rinviate, esami difficili da prenotare e liste d’attesa che possono protrarsi per mesi, talvolta persino per anni. Il problema, a mio avviso, non è che Sua Santità abbia ricevuto assistenza, ma il fatto che ogni persona dovrebbe poter accedere tempestivamente alle cure necessarie. Un diritto che dovrebbe essere garantito a tutti, infatti, rischia troppo spesso di trasformarsi in una corsa ad ostacoli per chi non dispone delle stesse possibilità.
Ognuno ha i propri santi in paradiso, si sa. Ma quando perfino chi rappresenta la massima autorità spirituale sembra disporre di corsie preferenziali — magari popolate da luminari e specialisti della medicina — la sensazione di vertigine di fronte alle ingiustizie del mondo diventa quasi insostenibile. È la solita, vecchia storia dei figli e dei figliastri: una linea invisibile, ma chiarissima, che divide chi ha accesso immediato alla salvezza e chi viene relegato nell’ombra dell’attesa.
In questo teatro del privilegio, assistiamo a una paradossale distorsione del messaggio evangelico. Quel “beati gli ultimi perché saranno i primi” rischia di trasformarsi in una sottile mossa tattica: c’è chi, furbamente, si mette in coda come “ultimo” al solo scopo di scavalcare la fila e passare fra i primi. Nel frattempo, fuori dai palazzi e lontano dalle attenzioni, un’umanità fatta di “anime flagellate” attende mesi, talvolta anni, prima di vedere riconosciuto un diritto elementare come quello alla cura o alla dignità.
La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero — John Rawls, Una teoria della giustizia
Un’attesa che per molti si trasforma in una condanna a morte silenziosa. E mentre queste esistenze si consumano lentamente nei grovigli della burocrazia e dei ritardi della sanità pubblica, c’è persino un cinico retrogusto istituzionale: quell’ente previdenziale che, conti alla mano, finirà per giovarsi di ogni assegno mai erogato, di ogni pensione sfumata prima del tempo.
Dire che tutto questo sconvolga sarebbe una menzogna. Il disincanto insegna che il mondo, nella sua ossatura di potere, si è sempre concepito così. Le gerarchie cambiano forma, le architetture istituzionali si ammodernano, ma la sostanza del privilegio rimane inalterata. Resta da chiedersi se questo stato di cose possa mai cambiare davvero. È difficile dirlo, e forse la risposta non sta nelle grandi conversioni del sistema. Si dice da sempre che la speranza sia l’ultima a morire, ma quello che spesso ci si dimentica di aggiungere è che, in una società fondata sul cinismo, la speranza è quasi sempre la prima che crocifiggiamo.
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