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Benché sia considerato ambiente esclusivamente maschile, il progresso scientifico è costellato da scoperte di donne straordinarie, alcune delle quali note e amatissime, come Marie Curie, Rita Levi-Montalcini e Margherita Hack, e altre che la storia ha colpevolmente tentato di consegnare all’oblio. Tra queste spicca Ipazia di Alessandria, eccellente filosofa e scienziata vissuta tra il IV e il V secolo d. C., donna libera brutalmente assassinata dalla follia del fanatismo religioso.
Ipazia rappresentava il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione – Margherita Hack
Era il mese di marzo del 415 d. C. quando ad Alessandria d’ Egitto, in pieno giorno, una rabbiosa folla di fedeli cristiani, fomentati dal vescovo Cirillo, accerchiò Ipazia davanti alla sua casa, la trascinò in una chiesa e, dopo averla spogliata, la consegnò a una morte atroce, squartandola e strappandone le carni, fino a bruciarne i poveri resti. Ma chi era Ipazia e qual era la ragione dell’odio nei suoi confronti?
Ipazia, nata ad Alessandria d’Egitto nel 355 d. C. (benché per alcuni studiosi l’anno di nascita sia da retrodatare al 370), era figlia di Teone, illustre matematico e astronomo, nonché a capo del Museo, scuola di elevatissimo prestigio ed epicentro delle attività culturali e del sapere per buona parte dell’età ellenistica. Cresciuta in un ambiente di ferventi attività intellettuali e apprese dal padre tutte le conoscenze in ambito matematico, astronomico e filosofico, dimostrò di possedere un ingegno secondo talune fonti antiche superiore a quello del maestro. Ben presto assunse la guida del Museo, dove teneva lezioni pubbliche alle quali partecipavano discepoli provenienti da ogni luogo.
Sul fronte scientifico, Ipazia recuperò le ricerche del padre, approfondendole e ampliandole attraverso l’indagine di argomenti più complessi di ambito matematico, geometrico e astronomico, sebbene il valore della sua ricerca non possa essere effettivamente valutato dato che la tradizione non ne ha conservato gli scritti. In ogni caso, Ipazia è a buon diritto definita come la prima donna matematica della storia, stando alle attestazioni. L’attività della scienziata, inoltre, non si limitava alla pura teoria, ma abbracciava anche il campo pratico: costruì l’astrolabio piatto (strumento per calcolare la posizione dei corpi celesti), l’idroscopio (per misurare il peso dei liquidi) e l’aerometro (per misurare la densità dell’aria).
Le lezioni di Ipazia abbracciavano anche la filosofia, essendo interprete del neoplatonismo, cioè di quella corrente filosofica fondata da Plotino nel III secolo d. C. che costituiva una rielaborazione della dottrina di Platone. La trasmissione del suo sapere filosofico non si limitava alle mura della scuola alessandrina, ma era messa in pratica in ogni luogo della città e rivolto a chiunque avesse voglia di ascoltarla.
Ipazia era, dunque, appartenente all’élite culturale pagana di Alessandria e depositaria della gloriosa tradizione del sapere ellenico. Era, inoltre, una donna emancipata rispetto agli standard dell’epoca: istruita, rinomata e autorevole, oltre che libera da vincoli matrimoniali, che aveva rifiutato per perseguire una vita pienamente dedicata alla conoscenza e alla divulgazione, condotta anche nel rispetto delle differenze religiose, come testimonia l’affetto e il rispetto rivoltole da Sinesio, suo allievo cristiano successivamente nominato vescovo.
Tutti questi suoi attributi la rendevano una figura scandalosa, soprattutto in un contesto politico e culturale in cui, successivamente alla proclamazione del cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero romano da parte di Teodosio, il potere ecclesiastico aveva acquisito enorme rilievo e mostrava feroce intolleranza verso paganesimo e dissidenti di ogni tipo. Fu, dunque, in questo clima di radicalizzazione e fanatismo religioso che si consumò l’uccisione di Ipazia, vittima sacrificata sull’altare della libertà di pensiero e dell’amore per la conoscenza.
Negli ultimi decenni il personaggio di Ipazia è stato riportato all’attenzione del grande pubblico attraverso opere letterarie, come il saggio di Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, o il romanzo di Maria Moneti Codignola, Ipazia muore, e con il film Agora di Alejandro Amenábar.
Questo rifiorito interesse verso la sua storia e il suo straordinario intelletto costituisce un necessario punto di (ri)partenza per comprendere il grande valore anche simbolico della sua vita: in un mondo come quello attuale, in cui complottismi, laureati all’Università dei social e deliri d’ignoranza vari sviliscono l’autorità della scienza e del sapere, l’operato di Ipazia ci ricorda come l’esercizio della ragione e la costante tensione verso la conoscenza siano i fari guida per la costruzione della società del domani. La sua parabola, inoltre, testimonia potentemente che le donne libere e indipendenti riescono ad abbattere i muri degli stereotipi ed eccellere anche in campi tradizionalmente ritenuti maschili. Grazie Ipazia di Alessandria, filosofa e scienziata, maestra per le donne e gli uomini di oggi.
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