La tragedia palestinese continua a consumarsi tra Gaza e Cisgiordania, mentre la comunità internazionale appare ancora incapace di trasformare condanne e dichiarazioni in azioni concrete. Uccisioni di civili, fame, distruzione delle infrastrutture, sfollamenti forzati e violenze contro la popolazione palestinese alimentano una crisi che diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno descritto anche in termini di genocidio. Il quadro è aggravato dalle dichiarazioni e dalle iniziative di esponenti dell’estrema destra israeliana. L’ultimo caso riguarda il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che ha mostrato un cantiere destinato alla realizzazione di una struttura per l’esecuzione mediante impiccagione di detenuti palestinesi. Il progetto dovrebbe prevedere anche cabine dalle quali i familiari delle vittime di attentati potranno assistere alle esecuzioni.
L’annuncio di Ben Gvir trasforma la pena capitale in un elemento esplicito della politica di sicurezza israeliana. Il ministro ha presentato pubblicamente il progetto come l’attuazione di una promessa politica, mentre il provvedimento sulla pena di morte per reati di terrorismo è stato criticato per il suo carattere discriminatorio e privo di ogni elemento di imparzialità nei confronti dei palestinesi. La costruzione della struttura arriva pochi giorni dopo altre dichiarazioni estremamente controverse dello stesso Ben Gvir. In un podcast con l’ex ostaggio Rom Braslavski, il ministro ha sostenuto che a Gaza dovrebbero essere effettuate ogni notte uccisioni mirate di 30-40 palestinesi, anche quando non rappresentino una minaccia immediata.
Si tratta di parole che assumono un peso particolare considerando il ruolo istituzionale di Ben Gvir, membro del gabinetto di sicurezza e responsabile politico della polizia e del sistema penitenziario israeliano.
Dalla Cisgiordania arriva intanto un’altra vicenda che ha provocato indignazione nell’opinione pubblica mondiale. Secondo quanto riferito da Haaretz e da fonti locali, il giornalista palestinese Mahmoud Zakarneh sarebbe stato fermato durante un blitz militare israeliano a Qabatiya e successivamente rilasciato con il numero 44 scritto sulla fronte e sulle braccia. Secondo le testimonianze riportate, anche altri palestinesi avrebbero ricevuto il contrassegno numerico con un pennarello. Alcuni avrebbero denunciato inoltre violenze, abusi, percosse e interrogatori minacciosi durante la detenzione.
Il caso ha provocato una forte reazione anche perché l’episodio evoca pratiche di disumanizzazione nelle quali l’identità della persona viene sostituita da un numero. Benché, purtroppo, non sarebbe la prima volta che si verifica una cosa del genere. In precedenza, militari israeliani erano stati accusati di aver scritto numeri sulle mani di donne palestinesi durante operazioni nel campo profughi di Jenin. Il fenomeno solleva interrogativi inquietanti sul trattamento riservato ai palestinesi durante le operazioni militari e sui limiti entro i quali possono essere esercitati i poteri illimitati delle forze armate in un territorio occupato.
La vicenda di Qabatiya si inserisce in un quadro più ampio di crescente violenza nella Cisgiordania occupata. Gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi e cristiane, le intimidazioni, le aggressioni e le pressioni per abbandonare case e terreni rappresentano una delle emergenze più gravi del conflitto. Uno degli avvenimenti più recenti, ad esempio, riguarda il villaggio di Qusra, vicino a Nablus, dove alcune abitazioni palestinesi sono state sottoposte per giorni a un assedio da parte di coloni israeliani. La vicenda ha coinvolto anche Loui Ridi, cittadino palestinese-americano, la cui abitazione è stata circondata dai coloni.
Un elemento particolarmente significativo è arrivato proprio da oltreoceano L’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee ha definito “terroristi” i coloni responsabili delle violenze, sostenendo che le loro azioni rientrano nella definizione americana di terrorismo. Le loro violenze contro le comunità cristiane della Cisgiordania rappresentano una minaccia crescente per la presenza storica dei cristiani in Terra Santa. Particolarmente grave è la situazione di Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, dove si sono registrate incursioni nelle proprietà private, incendi di terreni agricoli, aggressioni, furti, spari e tentativi di occupazione delle terre.
Il patriarca latino di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha denunciato una situazione sempre più drammatica in quei territori, affermando che gli israeliani viene consentito impunemente di compiere aggressioni, furti, insulti e di impedire ai palestinesi di coltivare le proprie terre. Ha inoltre sottolineato che cristiani e palestinesi subiscono la sottrazione dei terreni, assalti, atti vandalici e la devastazione o requisizione delle abitazioni. Insomma, è come se la vicenda di Taybeh, con il rischio di spopolamento della comunità cristiana, assuma così un valore simbolico per la sopravvivenza della presenza cristiana nel Paese e in altri villaggi storicamente legati al Cristianesimo.
Sul caso dei palestinesi marchiati è intervenuto anche Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha denunciato pubblicamente la pratica, collegandola alla necessità di interrogarsi su come le società possano arrivare alla normalizzazione della disumanizzazione. La critica politica italiana investe direttamente anche il Governo Meloni e l’Unione Europea, accusati dagli oppositori di mantenere una risposta insufficiente davanti alla dimensione della tragedia palestinese per via dei troppi interessi economici e affari in essere.
Il tema non riguarda soltanto le dichiarazioni politiche, ma anche la possibilità per le nazioni europee di utilizzare gli strumenti diplomatici, economici e giuridici a loro disposizione per esercitare pressione affinché vengano rispettati il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario.
Dal canto suo, la Turchia ha alzato il livello dello scontro giudiziario con Israele sulla vicenda della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta verso Gaza e intercettata dalle forze israeliane. Il ministero della Giustizia turco ha chiesto l’emissione di red notice internazionali nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del cittadino israeliano Afek Moskovitch, sulla base dei mandati di arresto emessi dalla magistratura turca il 14 luglio.
Le accuse, che dovranno essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti, comprendono genocidio, crimini contro l’umanità, privazione aggravata della libertà, tortura, lesioni volontarie, distruzione e saccheggio di beni e dirottamento di mezzi di trasporto. Il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek ha inoltre ribadito che Ankara intende utilizzare gli strumenti previsti dal diritto nazionale e internazionale per perseguire quelli che considera crimini commessi a Gaza.
Il termine “genocidio” non è soltanto una definizione politica, dal momento che diverse importanti organizzazioni per i diritti umani hanno utilizzato suddetta qualificazione. Human Rights Watch, nel suo World Report 2026, ha parlato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di genocidio e pulizia etnica nei confronti dei palestinesi, denunciando uccisioni, fame, sfollamenti forzati e distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture civili. Anche Amnesty International ha definito genocidio la condotta israeliana nei confronti dei palestinesi di Gaza, sostenendo che la distruzione sistematica e le condizioni imposte alla popolazione abbiano continuato a produrre conseguenze devastanti.
Nel frattempo, la Corte internazionale di giustizia continua a esaminare il procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio. Il procedimento è ancora in corso e non equivale a una sentenza definitiva che abbia già accertato il genocidio. La Corte, tuttavia, ha adottato misure provvisorie nel procedimento. Nel novembre 2024 la Corte Penale Internazionale, debutta al giudizio delle responsabilità individuali, aveva emesso mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, ritenendo esistenti ragionevoli motivi per considerarli responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui la fame come metodo di guerra, l’omicidio, la persecuzione e altri atti disumani.
Di fronte a questo scenario, quanto può durare la distanza tra le dichiarazioni di condanna e l’adozione di misure concrete? Gli USA rimangono il principale alleato internazionale di Israele, mentre l’Unione Europea mantiene rapporti politici, economici e commerciali con Tel Aviv. Per questo le responsabilità politiche non possono essere valutate soltanto sulla base delle dichiarazioni ufficiali. Il diritto internazionale non dovrebbe essere applicato selettivamente. Se esistono violazioni gravi e sistematiche, la risposta della comunità internazionale dovrebbe essere coerente indipendentemente dall’identità dell’autore. E proprio questa selettività alimenta una delle critiche più forti rivolte all’Occidente: la difesa dei diritti umani non può dipendere dalla convenienza geopolitica.
Mentre i governi esitano, cresce la mobilitazione della società civile, del mondo accademico e delle organizzazioni sanitarie. In più occasioni la giornalista e scrittrice palestinese con cittadinanza israeliana Rula Jebreal ha dichiarato:
L’Occidente si è sempre vantato di affermare che la differenza principale tra democrazie e autocrazie stava nel rispetto delle regole, delle leggi e dei trattati. Fondamentalmente a Gaza abbiamo assistito all’abbandono completo e al tradimento di queste regole e convenzioni costruite dopo la Seconda guerra mondiale.
A detta di Jebreal, in effetti, a Gaza si è adottata una dottrina barbarica in cui le vittime, civili, donne, bambini, anziani, malati, diventano target militari legittimi agli occhi di Israele. Una cosa che, solitamente, accadeva in quei contesti in cui erano coinvolte organizzazioni terroristiche o vigevano regimi canaglia. Per la prima volta, invece, un alleato armato dall’Occidente, continua a commettere crimini di guerra, crimini contro l’umanità con il sostegno totale dell’Occidente.
La European Public Health Alliance (EPHA), la European Public Health Association (EUPHA) e la World Federation of Public Health Associations (WFPHA) hanno pubblicato una dichiarazione congiunta nella quale riconoscono l’enorme distruzione sistematica a Gaza e affermano che le evidenze disponibili sono ampiamente caratterizzate come compatibili con la soglia del genocidio. Le organizzazioni chiedono cessate il fuoco, accesso umanitario senza restrizioni, protezione del sistema sanitario e responsabilità internazionale per le violazioni del diritto internazionale. È un passaggio importante perché dimostra che il silenzio non è inevitabile. Università, associazioni scientifiche, medici, ricercatori e cittadini possono esercitare pressione sulle istituzioni.
Il dramma palestinese non può essere ridotto a una successione di immagini provenienti da Gaza o a episodi isolati di violenza in Cisgiordania. Da una parte ci sono la distruzione della Striscia, la fame, gli sfollamenti e la devastazione delle infrastrutture civili. Dall’altra, in Cisgiordania, ci sono occupazione, espansione degli insediamenti, violenze dei coloni, arresti e intimidazioni.
La costruzione di una struttura per le esecuzioni annunciata da Ben Gvir e le dichiarazioni sulla necessità di uccidere decine di persone ogni notte rappresentano, in questo contesto, segnali politici estremamente preoccupanti. Perciò, la comunità internazionale, gli USA e l’Unione Europea devono fare una scelta: continuare a limitarsi a esprimere preoccupazione oppure utilizzare concretamente gli strumenti diplomatici, economici e giuridici disponibili per fermare le violazioni del diritto internazionale. Davanti alla sofferenza di una popolazione civile, il silenzio non è neutralità, e quando le violazioni diventano sistematiche, l’inerzia delle istituzioni rischia di trasformarsi in una forma di complicità politica!
Israele-Gaza, il governo di Netanyahu non paga gli influencer per la propaganda? – L’Opinione
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