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“L’orfanotrofio sul lago” di Daniel G. Miller: quando il male colpisce direttamente i bimbi

La gente pensa che a definire chi siamo siano i grandi momenti della vita: nascite, morti, successi e fallimenti. Secondo me invece contano di più quelli piccoli, perché sono loro a formare la percezione di te e di chi vuoi diventare – [estratto dal libro]

Allora, come facilmente comprensibile dal titolo, nel thriller L’orfanotrofio nel lago di Daniel G. Miller abbiamo una casa famiglia per bambine orfane o disagiate circondato da acqua gelida – che fa tanto prigione, ma sarò io a vedere sempre il male nei posti ai confini del mondo. E cosa può mai accadere in un posto simile? Be’, bambine scomparse, ovviamente. Molte, negli ultimi venticinque anni. Ed è triste pensare che questo è un libro, okay, ma anche nella realtà accade che le orfane godano di meno attenzione di chi una famiglia ce l’ha. Insomma, nessuno se n’è curato poi tanto. Fino a Mia. Perché Mia non è una bimba dimenticata qualunque, ma la figlioccia di Madeline, una donna che ha fondi per comprare mezzo mondo. Quando scompare, mette in campo mille investigatori privati, dopo che la Polizia ha fatto più buchi nell’acqua di una tempesta di grandine.

L’entrata in campo di Hazel: l’intreccio de “L’orfanotrofio sul lago”

Mille, abbiamo detto, ma nessuno che sia stato in grado di cavare un ragno dal buco. Ma Madeline, che sembra fredda ma è solo terrorizzata, non si ferma: l’ennesima è Hazel, un’investigatrice giovane e squattrinata che però ha un grande cuore e un gran bisogno di soldi. Ti do centomila dollari ma la devi trovare in una settimana: questo l’accordo. Hazel ci pensa, ci ripensa e ci ripensa ancora. Forse sta un pelino perdendo la fiducia in se stessa, forse sta anche pensando che questo lavoro sia difficile e persino pericoloso e che non sa se vuole continuare. Ma centomila dollari, ragazzi, mica sono due lire, eh. Risolverebbero i problemi molto e non poso. Senza contare che la scadenza così stretta se da un lato è un cappio al collo dall’altro è il modo per dimostrare di avere ancora la stoffa, di non essere del tutto fuori dai giochi. Quindi, accetta.

Primo step, vedere il posto dove la piccola Mia ha vissuto. Quella ragazzina era fenomenale, cantava come un usignolo e mostrava una sicurezza di sé che non sfociava mai in arroganza o prepotenza: era semplicemente una di quelle persone che il carisma non lo imparano, lo hanno che scorre nelle vene come il sangue. Hazel riesce a inquadrare la tredicenne tramite chi la conosceva e quasi si affeziona a lei. Ma il caso sembra non portare mai a nulla. Dov’è finita? Perché sembra che un buco nero l’abbia inghiottita e non ci sia nessuna traccia di lei? Può una ragazzina – ma una persona in generale – sparire senza lasciare traccia, senza lasciare un segno?

Hazel ha paura che, sebbene motivata, non riuscirà a rispettare le scadenze: nulla, nulla!, fa progredire le indagini. La Polizia è inutile, ha fatto un lavoro sommario e scadente. Nessuno collabora. Ma poi, un’altra ragazzina, lancia un indizio. Cos’è il Teatro Dioniso? E perché Mia ci doveva andare?

La chiave di tutto spesso è in un misto di casualità e talento

Se Hazel mette le mani su questa pista per caso, vero è che appunto è giovane, motivata e anche spericolata. Sa che il suo mestiere ha dei lati oscuri e non teme – quasi – nulla. Quindi, una volta compresa la direzione, la segue. Fortuito anche l’incontro con Andrew, un uomo bellissimo e ricchissimo e gentilissimo e un sacco di altri “issimo” che lo rendono da un lato figo e dall’altro pericoloso. Sì, nessuno può essere perfetto. Chi lo sembra, mente.

Ma Hazel è pronta. Ah, menomale che ha Kenny, piccolo appunto; lui è il suo coinquilino e la aiuta sempre. È dietro le quinte, ma la protegge – ha una cotta per lei, ma non si aspetta nulla. Ed è proprio lui che eviterà il peggio.

Il libro ci mostra che il male, a volte, si annida dietro un volto gentile

Un giorno leggevo una statistica e non ho dormito la notte: pare che ogni cento persone, una sia sociopatica. Eppure, quante persone incontriamo e in quante vediamo una sfumatura nera? Questo piccolo appunto per dire che non sempre il mostro, lo stupratore, l’assassino ha un volto che mostra la sua anima marcia. Spesso, sono vicini di casa, babbi di famiglia, persone apparentemente perbene, con lavori normalissimi, auto normalissime e vite normalissime. Anche in questo caso, in un caso dove spariscono le ragazzine. In un caso dove non si hanno scrupoli per nulla. In un caso dove la verità fa più male di cento coltelli conficcati nel corpo.

Il finale arriva e, se da un lato un po’ ci si immaginava tutto, dall’altro si inorridisce: non si è mai pronti a certi finali. Molto bello, ricco di colpi di scena. Ho apprezzato anche il fatto che non sia lunghissimo: spesso, per allungare il brodo, i libri vengono infarciti anche di dettagli inutili. Definirei lo stile dell’autore “essenziale”: nulla di più del necessario.

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Federica Cabras

Giornalista pubblicista, editor e scrittrice, ha in tasca una laurea in Lettere e un master in Criminologia. Ha pubblicato sette libri, spaziando dall'horror al romance, e lavora nel campo del giornalismo da dieci anni. Tra le sue pubblicazioni, "I segreti di una culla vuota" e "Chi me lo ha fatto fare".

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