Come un disco inceppato che gira all’infinito, risuonando in continuazione lo stesso identico pezzo, la settimana del Festival di Sanremo, lo sappiamo bene, prevede cinque lunghe, interminabili e per certi versi “ripetitive” serate. O perlomeno, così era prima che Carlo Conti approdasse nuovamente sulla riviera ligure: con lui, il tempo di dare al pubblico il benvenuto che è già l’ora della sigla di chiusura! Comunque, escluse per un attimo la finale, nel corso della quale verrà eletto il vincitore, e le puntuali sollecitazioni del conduttore a suon di “andiamo veloci“, per non parlare dei primi tre appuntamenti serali che vedono i cantanti esibirsi e ri-esibirsi sulle note del proprio inedito fino allo sfinimento (del pubblico, s’intende), la quarta serata è dedicata ai duetti e alle reinterpretazioni di grandi classici canori, d’un tempo e contemporanei.
Ed è proprio ieri che è andata in onda la cosiddetta “serata cover”, nonostante qualcuno, Arisa, per citarne una a caso, dopo anni di trasmissione sembri non aver ancora compreso il tema della puntata essendosi presentata sul palco nei panni di Morticia Addams nemmeno fosse una cosplayer qualunque. Ma d’altronde, si sa, i rapporti tra la voce di “Sincerità” e la kermesse canora non sono mai stati dei più idilliaci.
Tra Annalisa e Giorgia che devono aver puntato tutto sulla tecnica e niente sull’emozione, l’Inno del Corpo sciolto di Roberto Benigni e la satira pungente di Geppi Cucciari, il dissing di Tony Effe a Carlo Conti e quel “se stasera mi tolgono i gioielli, sul palco ci canti tu“, l’impensabile ha fatto finalmente breccia nel muro di austerità che si era erto intorno a quel teatro, riuscendo a strappare pure una nota di leggerezza ad un’orchestra il cui spartito, diciamocelo, era piuttosto monotono. Visti gli standard di questa 75esima edizione, dunque, sul palcoscenico più ambito d’Italia è veramente accaduto l’improbabile: Lucio Corsi e Topo Gigio, con “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno (non a caso il primo a dar voce al ratto più famoso e simpatico della televisione nostrana), non si sono aggiudicati il primo posto, tra le altre cose.
L’inverosimile e l’ironico, però, non sono certo cosa nuova a Sanremo. Anzi, negli anni hanno assunto forme e colori differenti, sebbene abbiano fatto il loro ingresso forse più dirompente all’Ariston nell’ormai lontano 1979, quando i Pandemonium parteciparono alla gara con il singolo “Tu fai schifo sempre/Lui non lo sa“.
Nel panorama musicale italiano, pochi sono coloro che hanno saputo coniugare ironia, demenzialità e una buona dose di improbabilità e fra questi ci sono sicuramente i Pandemonium. Il loro brano, in particolare, benché ad oggi sia sconosciuto ai più, all’epoca si distinse per la sua struttura dialogica tra un uomo e una donna. Da un lato, c’è lui che esordisce con una dichiarazione d’amore sdolcinata, tipica delle canzoni romantiche dell’epoca; dall’altro, lei che risponde con una serie di insulti, culminando nel ritornello “Tu fai schifo sempre da mattina a sera“. Questo scambio culmina con l’uomo che, esasperato, ribatte con la stessa moneta.
La scelta di portare una canzone del genere fu senza dubbio audace e inaspettata, soprattutto perché negli anni ’70 erano le ballate sentimentali e testi impegnati a dominare la scena. Innegabile, quindi, è il fatto che la band introdusse una ventata di freschezza con una canzone che mescolava il dialetto napoletano all’italiano, rompendo gli schemi tradizionali, e chissà, magari innalzando il sipario sanremese persino ai Geolier e ai Rocco Hunt dei giorni nostri.
Nonostante le critiche iniziali (e, per determinati aspetti, comprensibili), “Tu fai schifo sempre” divenne il simbolo di quell’edizione e oggi è considerato uno dei primi esempi di musica demenziale in Italia. Nello specifico, il carattere ironico e la natura demenziale risiedono nella capacità di sovvertire le aspettative dell’ascoltatore: ciò che inizia come una classica dichiarazione d’amore si trasforma rapidamente in uno scambio di battute taglienti e sarcastiche. Questa imprevedibilità, unita a una melodia orecchiabile, ha reso la canzone un cult, dimostrando che anche la musica leggera può essere veicolo di satira e critica sociale.
Per chi non li conoscesse, erano una band, tutt’ora in attività, che nel corso del tempo ha cambiato più volte formazione. Nati negli anni ’70, si sono fatti conoscere per il loro approccio ironico e dissacrante alla musica leggera. Fondati da Pino Caruso, il gruppo si è distinto per un repertorio che mescola comicità, satira e teatro-canzone, in linea con lo spirito della musica demenziale dell’epoca. Tra i membri storici figurano Paolo Gatti, Tony Fusaro, Gianni Mauro, Rodolfo Laganà e Edoardo Vianello, alcuni dei quali hanno poi proseguito carriere individuali nel mondo dello spettacolo.
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