Nell’agosto del 1980, nel cuore dell’Australia, la scomparsa di una bambina di nove settimane trasformò una famiglia in uno dei casi giudiziari più discussi della storia del Paese. La piccola Azaria Chamberlain era in campeggio con i genitori, Lindy e Michael, e con i due fratelli maggiori nei pressi di Uluru. Una notte, mentre la madre si avvicinava alla tenda, la bambina scomparve. Lindy raccontò di aver visto un dingo allontanarsi con qualcosa in bocca. Da quella dichiarazione sarebbe cominciata una vicenda destinata a occupare per anni le prime pagine dei giornali e le aule dei tribunali. Nel 1988 Fred Schepisi portò quella storia sul grande schermo con Un grido nella notte, affidando a Meryl Streep il ruolo di Lindy Chamberlain e a Sam Neill quello del marito Michael.
Il film uscì mentre il caso giudiziario era ancora vicinissimo alla memoria del pubblico australiano. Le condanne dei coniugi Chamberlain vennero annullate nel settembre dello stesso anno. Il regista si trovava quindi davanti ad una materia particolarmente delicata. Non doveva raccontare soltanto la morte o la scomparsa di una bambina, ma ricostruire il modo in cui una tragedia familiare era diventata un caso nazionale, alimentato dai sospetti, dalla stampa, dalle convinzioni religiose della famiglia e da una serie di interpretazioni che finirono per pesare sulla vicenda giudiziaria. La pellicola, naturalmente, non cerca scorciatoie emotive poiché la scomparsa di Azaria rimane il centro doloroso della storia, sebbene l’attenzione si sposti presto sulle conseguenze che quell’evento produce sui genitori, sulla loro esposizione pubblica e sulla progressiva trasformazione di Lindy da madre disperata a imputata.
Schepisi non apre il racconto direttamente nelle aule giudiziarie. Prima del processo c’è la famiglia, c’è il campeggio e c’è una bambina che scompare nel giro di pochi minuti. Lindy e Michael stanno trascorrendo una vacanza con i figli nell’Outback australiano. La loro appartenenza alla Chiesa avventista del settimo giorno fa parte della loro identità e, successivamente, diventerà uno degli elementi attraverso i quali la vicenda verrà interpretata dall’opinione pubblica. Quando Azaria scompare dalla tenda, Lindy sostiene fin dall’inizio che un dingo abbia portato via la bambina.
La ricerca comincia immediatamente. Le autorità raccolgono testimonianze e indizi, mentre la famiglia si trova improvvisamente al centro dell’attenzione. Quella che avrebbe potuto essere la storia di una terribile scomparsa assume rapidamente una dimensione molto più ampia. Il film segue questa trasformazione senza costruire artificialmente un mistero alla maniera del cinema investigativo tradizionale. Il problema non consiste soltanto nello scoprire che cosa sia accaduto alla bambina. La domanda che prende forma nel racconto riguarda soprattutto la credibilità dei genitori. Lindy viene osservata, giudicata e interpretata. Ogni suo comportamento può diventare materiale per una nuova ipotesi.
La scelta della Streep per il ruolo di Lindy fu determinante. Secondo la documentazione relativa alla produzione, il regista accettò di partecipare al progetto a condizione che fosse lei ad interpretare la protagonista. Quest’ultima affronta il personaggio evitando una trasformazione spettacolare. Non cerca di rendere Lindy immediatamente simpatica e nemmeno costruisce una vittima cinematografica secondo i modelli più convenzionali del dramma giudiziario. La sua interpretazione è più trattenuta e osserva soprattutto il modo in cui la donna reagisce alla crescente pressione esterna.
L’accento australiano contribuisce inoltre alla costruzione del personaggio, ma il lavoro più interessante riguarda la postura, la voce e il controllo delle emozioni. Lindy non si comporta come il cinema tradizionale ci avrebbe forse fatto aspettare da una madre travolta dalla perdita. Non manifesta sempre il dolore nel modo che gli altri considerano appropriato e questa distanza fra la sua reazione personale e le aspettative del pubblico diventa una parte fondamentale della vicenda. Streep comprese che il problema interpretativo non consisteva soltanto nel rappresentare una donna accusata di aver ucciso la propria figlia. Doveva rappresentare una persona osservata continuamente da altri esseri umani che cercavano nei suoi gesti una conferma dei propri sospetti.
A tal propisito, in un’intervista del 1988 spiegò di essere stata colpita proprio dalla rapidità con cui i Chamberlain erano passati dall’essere considerati vittime di una tragedia all’essere percepiti come possibili responsabili. La questione della percezione pubblica di Lindy era diventata per l’attrice uno degli aspetti più interessanti del ruolo.
Uno dei temi più forti del film riguarda il modo in cui la società costruisce l’immagine di una persona attraverso il comportamento. Lindy non sembra sempre reagire al dolore secondo le aspettative di chi la osserva. La sua freddezza, il modo di parlare, il rapporto con la stampa e persino la sua appartenenza religiosa vengono progressivamente inseriti in un racconto nel quale ogni dettaglio può diventare sospetto. La vicenda assume così una dimensione che va oltre il tribunale. Prima ancora che arrivino le sentenze, viene sottoposta a un processo pubblico. I giornali contribuiscono a trasformare il caso in uno spettacolo nazionale e la famiglia Chamberlain viene sottoposta a un’attenzione sempre più invasiva. Le fonti sulla vicenda documentano come il clima inizialmente favorevole alla famiglia si sia progressivamente trasformato in diffidenza e ostilità.
Schepisi porta questa pressione dentro il film senza bisogno di trasformare i giornalisti in caricature. Il problema è più complesso: ogni nuova informazione viene inserita in un racconto già costruito e finisce per essere interpretata alla luce del sospetto. Una persona può quindi dire la verità e, allo stesso tempo, non essere creduta.
La stampa occupa una posizione importante nella storia perché rappresenta il passaggio dalla tragedia privata al fenomeno collettivo. La scomparsa di Azaria non rimane confinata alla famiglia o alle autorità incaricate delle indagini. Diventa una vicenda seguita dall’intero Paese. Il lungometraggio mostra bene la trasformazione del dolore in materiale pubblico. Le telecamere cercano immagini, i giornalisti cercano dichiarazioni e il comportamento dei Chamberlain viene sottoposto a un’attenzione che rende quasi impossibile vivere la tragedia lontano dagli occhi degli altri. La televisione contribuisce a costruire l’immagine di Lindy. Il suo volto, il modo di parlare e le sue reazioni vengono osservati da persone che non la conoscono e che, nella maggior parte dei casi, non possiedono gli elementi necessari per comprendere realmente ciò che sta vivendo.
Questa dimensione mediatica rende la pellicola particolarmente interessante anche al di là del caso specifico. Il film mostra un meccanismo nel quale l’opinione pubblica può precedere le prove e nel quale la percezione di una persona può diventare più resistente dei fatti che dovrebbero modificarla.
Accanto a Streep, Neill interpreta Michael Chamberlain, il marito di Lindy e padre di Azaria. Il suo personaggio assume una funzione diversa rispetto a quella della protagonista. Michael condivide la tragedia, ma deve affrontare anche il progressivo isolamento della famiglia e la necessità di sostenere la moglie mentre il caso si trasforma in un processo. Neill evita di trasformarlo in una figura secondaria rispetto a Lindy. Il rapporto tra i due mostra una coppia sottoposta a una pressione che arriva da ogni direzione e che modifica anche il loro modo di comunicare. La tragedia non produce soltanto un conflitto con le istituzioni. Entra nella vita quotidiana dei due coniugi e condiziona ogni loro scelta.
Il film mantiene questa dimensione familiare anche quando la vicenda si sposta nelle aule giudiziarie. Il processo non cancella ciò che è avvenuto prima: continua a essere presente il dolore per la scomparsa della bambina, mentre i genitori devono contemporaneamente difendere la propria innocenza.
Quando la storia entra nel territorio giudiziario, Un grido nella notte cambia ritmo senza abbandonare il suo nucleo drammatico. Le prove vengono esaminate, le testimonianze confrontate e la versione dei Chamberlain viene sottoposta a un controllo sempre più severo. Il processo diventa il luogo nel quale una tragedia deve essere trasformata in una ricostruzione dei fatti, ma il film non presenta il sistema giudiziario come un meccanismo astratto e completamente separato dal clima sociale che circonda il caso.
La vicenda reale fu lunga e complessa. Lindy Chamberlain venne condannata nel 1982 per l’omicidio di Azaria e Michael fu condannato come complice dopo il fatto. Nel 1985 venne pubblicato il libro di John Bryson Evil Angels, dal quale il film sarebbe stato successivamente tratto. Nel 1986 la condanna di Lindy venne annullata dopo il ritrovamento di nuove prove e nel 1988 le condanne dei coniugi furono formalmente rovesciate. Schepisi evita di trasformare queste tappe in una semplice cronologia giudiziaria. Il film segue soprattutto le conseguenze umane di quelle decisioni e il modo nel quale ogni passaggio modifica la vita della famiglia.
Il fatto che Un grido nella notte racconti una vicenda realmente accaduta modifica inevitabilmente il rapporto dello spettatore con le immagini. Non siamo davanti a un mistero inventato per costruire una soluzione cinematografica. La scomparsa di Azaria, il processo a Lindy e Michael e gli anni trascorsi prima del completo ribaltamento delle condanne appartengono alla storia giudiziaria australiana. Questo rende ancora più importante il modo nel quale Streep affronta la protagonista.
L’attrice non deve soltanto interpretare una donna innocente accusata ingiustamente. Deve restituire la complessità di una persona che, nella realtà, era stata trasformata in un personaggio pubblico prima ancora che la sua vicenda giudiziaria fosse conclusa. Lindy viene raccontata attraverso gli occhi degli altri, mentre cerca contemporaneamente di mantenere una propria identità. È una difficoltà che Streep rende con grande precisione. Il dolore non viene esibito continuamente e la disperazione non diventa una scorciatoia per ottenere una risposta emotiva dallo spettatore. Il film lascia che siano gli eventi a produrre il peso della situazione.
Il titolo originale, Evil Angels, deriva dal libro di John Bryson e possiede una sfumatura diversa rispetto al titolo internazionale, A Cry in the Dark, e a quello italiano, Un grido nella notte. La versione australiana conserva infatti un riferimento più oscuro e simbolico alla vicenda, mentre il titolo utilizzato per la distribuzione internazionale porta l’attenzione sul grido, sulla notte e sull’evento traumatico che apre il racconto. In entrambi i casi, comunque, il titolo richiama un’atmosfera che il film non abbandona mai. Nonostante la presenza delle scene processuali e della ricostruzione investigativa, rimane sempre sullo sfondo quella notte nell’Outback durante la quale una bambina scompare dalla propria tenda. Tutto ciò che accade dopo nasce da quel momento.
Schepisi dirige il film con un’impostazione sobria, quasi documentaria. La fotografia di Ian Baker e il montaggio di Jill Bilcock contribuiscono a mantenere il racconto ancorato alla realtà dei fatti, evitando un’estetica troppo spettacolare. Un grido nella notte è un dramma giudiziario, ma non cerca l’effetto della grande ricostruzione hollywoodiana. La regia lascia spazio agli attori e alle situazioni. La tragedia familiare, le conferenze stampa, le udienze e le discussioni assumono peso attraverso i comportamenti dei personaggi più che attraverso la musica o la costruzione artificiosa della suspense. Questa sobrietà rende ancora più evidente la solitudine di Lindy.
La performance di Streep fu premiata al Festival di Cannes del 1989 con il premio per la migliore interpretazione femminile e le procurò anche una candidatura all’Oscar e al Golden Globe.
Rivedendo oggi il film, il riconoscimento appare legato soprattutto alla capacità dell’attrice di evitare qualsiasi semplificazione. Lindy non viene interpretata come una santa perseguitata e nemmeno come una donna costruita per suscitare automaticamente simpatia. Streep lavora sulle contraddizioni, sui silenzi e su una maniera di stare davanti agli altri che spesso viene fraintesa dai personaggi che la circondano.
La sua Lindy sembra continuamente trattenere qualcosa, non perché nasconda una colpa, ma perché non ha più il controllo sulla propria storia. Ogni parola può essere utilizzata contro di lei e ogni reazione può diventare una nuova interpretazione. La recitazione della celebre attrice trova così la propria forza nella misura. Non ha bisogno di trasformare ogni scena in una dimostrazione di bravura. Il personaggio vive soprattutto attraverso la tensione accumulata nel corso della vicenda, mentre la donna che interpreta viene progressivamente separata dall’immagine che gli altri hanno costruito di lei.
Un grido nella notte non è uno dei primi titoli ai quali si pensa quando si parla della Streep. La sua filmografia comprende opere molto più conosciute e personaggi entrati stabilmente nell’immaginario cinematografico. Questa pellicola, invece, occupa una posizione più appartata. La sua riscoperta permette di tornare su una vicenda nella quale cinema, cronaca, giustizia e opinione pubblica si incontrano in modo particolarmente complesso.
Difatti, credo appartenfa a quel cinema che non ha bisogno di inventare un mostro per raccontare una storia inquietante: gli basta mostrare quanto rapidamente una tragedia possa trasformarsi in un giudizio collettivo e quanto sia difficile, per una persona travolta dagli eventi, tornare a essere soltanto ciò che era prima che tutti cominciassero a guardarla.
Io non ho inventato nessuna storia…mia figlia è stata portata via da un dingo! – Meryl Streep [Estratto della pellicola]
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