Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha avuto un pensiero erotico guardando un film di Tinto Brass. E non fate i moralisti, perché sarebbe davvero difficile credervi! C’è stata una generazione che, davanti al suo nome nei programmi televisivi, sapeva già che la serata avrebbe potuto prendere una piega diversa. Bastavano poche immagini, uno sguardo, una situazione appena accennata e quella curiosità che, spesso, si trasformava in qualcosa di molto meno innocente, perché il compianto regista, nel bene e nel male, aveva capito come attirare l’attenzione degli spettatori.
Se ne è andato oggi, 4 novembre 2026, alla veneranda età di 93 anni. È morto a Roma, intorno alle 10.30. A comunicarlo all’ANSA sono stati la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice. Con lui scompare uno dei protagonisti di una stagione cinematografica piuttosto particolare, caratterizzata da scandali, divisioni nel pubblico e della trasformazione dell’erotismo in un fenomeno di massa.
L’erotismo sta alla pornografia come la fella**o sta al po****o! È una questione semantica. Coi miei film, del resto, io non procuro soltanto e*ezioni, ma anche e soprattutto emozioni – Tinto Brass
All’anagrafe Giovanni Brass, nasce a Milano il 26 marzo 1933, in una famiglia veneziana. Il soprannome Tinto deriva dal nonno, il pittore Italico Brass, e diventerà il nome con cui il mondo intero imparerà a conoscerlo. Dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1957 decide di trasferirsi a Parigi. Qui entra in contatto con uno degli ambienti più importanti per la cultura cinematografica europea: la Cinémathèque Française diretta da Henri Langlois. Sono gli anni in cui si afferma la Nouvelle Vague, un movimento destinato a cambiare profondamente il linguaggio del cinema. Brass respira quell’atmosfera, studia, osserva e costruisce una propria sensibilità artistica.
Tornato in Italia, lavora anche accanto a Roberto Rossellini, Joris Ivens e Alberto Cavalcanti. Il suo esordio alla regia arriva nel 1963 con In capo al mondo, successivamente ribattezzato Chi lavora è perduto. Già il titolo racconta qualcosa del suo carattere, con un’opera anticonformista che incontra le resistenze della censura e mette in discussione le convenzioni della società italiana. Seguono Il disco volante, Yankee, Col cuore in gola, Nerosubianco e L’urlo. Insomma, film differenti, sperimentazioni e incursioni nei più svariati generi attraverso cui ha dimostrato di non voler essere incasellato in una sola definizione.
La svolta arriva negli anni Settanta. Nel 1976 dirige Salon Kitty, un’opera in cui sesso, potere e denaro si intrecciano sullo sfondo della Germania nazista. Pochi anni dopo è la volta di Caligola, girato nel 1979 e distribuito nel 1984, con una produzione internazionale travagliata, segnata da contrasti artistici e polemiche. Il film, con Malcolm McDowell, Peter O’Toole e Helen Mirren, diventa uno dei titoli più controversi della storia del grande schermo. La lavorazione e soprattutto il montaggio finale sono segnati da profonde divergenze con il produttore Bob Guccione, a tal punto che lo stesso Brass non riconoscerà pienamente quella versione come espressione della propria visione artistica.
Nel 1983, però, accade qualcosa che cambia definitivamente il suo rapporto con il grande pubblico. Vede la luce La chiave e ha come protagonista Stefania Sandrelli. Tratto dal romanzo dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki, il film affronta il desiderio, la gelosia e la scoperta della sessualità attraverso una storia che rompe molti dei tabù dell’epoca. Il successo è enorme e le discussioni non mancano, ma il cineasta sembra aver trovato una strada che gli permette di raggiungere un pubblico vastissimo senza rinunciare alla provocazione che aveva caratterizzato i suoi esordi.
Se c’è un elemento che ha contribuito a costruire il suo immaginario, è il rapporto con le sue interpreti femminili. Stefania Sandrelli, Serena Grandi, Francesca Dellera, Debora Caprioglio, Claudia Koll e Anna Ammirati sono alcuni dei volti che hanno attraversato il suo cinema. Con Miranda (1985), ad esempio, la Grandi diventa una delle figure più riconoscibili della commedia erotica italiana. Due anni più tardi, invece, arriva Capriccio, con Dellera, mentre nel 1991 Paprika consacra la Caprioglio agli occhi degli italiani e del mondo. Nel 1992 è la volta di Così fan tutte, con la Koll, mentre Monella, del 1998, porta sullo schermo la Ammirati.
Brass costruisce un universo nel quale le protagoniste femminili occupano spesso il centro della narrazione. Sono donne che esprimono desideri, fantasie, contraddizioni e una libertà che, almeno nella rappresentazione cinematografica, sfida apertamente le convenzioni. Naturalmente, il suo modo di raccontare il corpo femminile ha alimentato anche critiche e discussioni. C’è chi ha riconosciuto nei suoi film una celebrazione della libertà sessuale e chi ha contestato uno sguardo prevalentemente maschile, talvolta oggettivante. E chissà, forse è proprio questa ambivalenza a rendere ancora interessante il confronto con la sua opera, perché, in fondo, Brass non è mai stato un autore capace di mettere tutti d’accordo. E probabilmente non era neppure quello che desiderava.
C’è un aspetto del suo cinema che spesso viene dimenticato: l’ironia. Brass non utilizzava soltanto la nudità per attirare l’attenzione. Il suo era un mondo fatto di sguardi indiscreti, specchi, giochi di prospettiva, situazioni paradossali e personaggi che sembravano divertirsi a mettere in difficoltà lo spettatore. Il voyeurismo diventava parte integrante della narrazione. Guardare e lasciarsi guardare, spiare e immaginare, scoprire ciò che normalmente rimane nascosto. Il pubblico non era soltanto davanti a uno schermo: veniva coinvolto in un gioco che Brass sapeva orchestrare con grande consapevolezza.
Persino quando affrontava temi scomodi, il regista non rinunciava a una componente grottesca e dissacrante. Non voleva impartire lezioni di morale, ma mettere in discussione quella degli altri. Negli anni ’90, per citare alcuni progetti, arrivano L’uomo che guarda, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, e Fermo posta Tinto Brass, nel quale il regista gioca anche con la propria immagine pubblica. Seguono Tra(sgre)dire, Senso ’45, Fallo! e Monamour.
Come ci sarebbe da aspettarsi, la sua carriera non fu priva di polemiche. Le sue pellicole hanno incontrato divieti, censure, sequestri e giudizi contrastanti, che evidenziano la sua opposizione al perbenismo, che non è solamente una strategia promozionale, ma faceva parte della sua identità artistica. Nella sua vita privata ha condiviso un lungo percorso con Carla Cipriani, conosciuta come Tinta, sua prima moglie, scomparsa nel 2006, dalla quale ha avuto i figli Beatrice e Bonifacio. Nel 2017 ha sposato Caterina Varzi, che gli è rimasta accanto negli ultimi anni e che ha contribuito alla conservazione del suo archivio.
Di recente, le condizioni di salute lo avevano progressivamente allontanato dalla vita pubblica. Lo scorso settembre, in occasione della Mostra del Cinema di Venezia, la Biennale aveva scelto di rendergli omaggio con la proiezione restaurata in 4K di Col cuore in gola, il film del 1967. Un riconoscimento significativo, soprattutto perché riportava l’attenzione sul Brass sperimentatore degli inizi, prima ancora che sul maestro del cinema erotico. Si potranno non condividere le sue scelte, contestare alcuni aspetti della sua produzione e non riconoscersi nella sua rappresentazione della femminilità. Eppure, scandalizzarsi è facile, farsi ricordare perfino attraverso uno scandalo, invece, potrebbe essere una vera e propria arte!
Federico l’Olandese Volante: la vita fuori rotta di un uomo che ha fatto volare la radio italiana
Wilma De Angelis e la storia di una donna che non ha mai smesso di reinventarsi
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
La violenza di genere e il femminicidio saranno al centro dell'incontro Atelier di contrasto alla…
Oggigiorno, si sa, c'è una nuova figura che, senza alcun tipo di laurea, studio professionale…
Nell'agosto del 1980, nel cuore dell'Australia, la scomparsa di una bambina di nove settimane trasformò…
Quando qualcuno si prende la libertà di ricordarci qualcosa, sarebbe opportuno ricordargli, a nostra volta,…
Martedì 10 novembre 2026, dalle 18 alle 21, Casa degli Artisti a Milano ospita Leyla…
Il riconoscimento dei caregiver familiari rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata per milioni di persone…