Credit: immagine di copertina estrapolata dal web fra quelle intese di pubblico dominio
Sebbene quest’anno coincida con i festeggiamenti della Pasquetta, la tipica giornata che si trascorre fuoriporta fra amici, con tanto di picnic improvvisati e grigliate all’aria aperta, quella del 6 aprile è una data che da tempo è legata a fatti ed avvenimenti che di gioioso, purtroppo, non hanno assolutamente nulla. Quando si avvicina, in effetti, da abruzzese quale sono, non posso fare a meno di pensare a quel terribile terremoto che, in questo stesso giorno del 2009, non solo devastò l’Aquila, ma scosse l’Italia intera, poiché fu uno di quei momenti che segnò la vita del nostro Paese.
La memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza — Liliana Segre
Ricordo bene il clima di quei giorni. Lo spavento per l’evento violento ed improvviso, la continua apprensione per il verificarsi, presto o tardi, di ulteriori scosse, la tensione data dal non riuscire ad avere, perlomeno all’inizio, delle informazioni certe su cosa fosse realmente accaduto e, infine, il dolore (accompagnato dal silenzio) dinanzi alle immagini che arrivavano da L’Aquila e ai primi conteggi delle vittime. Subito dopo, come sempre accade in questi frangenti, arrivarono le promesse, quelle stipulate (e spesso solamente propagandate) per fare in modo che conseguenze di tale portata, derivanti da eventi del genere, non si sarebbero mai più potute ripresentare.
Sfortunatamente, però, è risaputo che più passano gli anni e più le promesse puntualmente si infrangono. Non spariscono, ma perdono comunque quella forza che le aveva generate. Ad oggi restano le commemorazioni (come quella che avrà luogo questa sera nel capoluogo abruzzese), i discorsi ufficiali, le fiaccolate, i nomi delle 309 persone rimaste uccise sotto le macerie. Ed è giusto così, perché la memoria, come ci suggerisce anche Liliana Segre, è un dovere. Eppure, mi risulta piuttosto difficile non chiedermi se, nel frattempo, avremmo potuto fare qualcosa in più o se per caso ci siamo semplicemente abituati all’idea che, in fondo, più di tanto non si possa fare.
Certo, viviamo in un territorio sismico, complesso, inevitabilmente esposto e forse un po’ abbandonato a se stesso, come, del resto, le recenti alluvioni ci hanno ricordato. Non a caso, la tragedia che si consumò quella tragica notte non dipese soltanto dalla portata della catastrofe naturale in sé, ma anche dalla vulnerabilità a cui gli edifici, le scelte urbanistiche, le priorità politiche e i mancati controlli avevano dato vita già in precedenza. Per carità, negli anni successivi qualcosa è cambiato e negarlo sarebbe ingiusto. Le norme antisismiche sono diventate più severe, la consapevolezza è cresciuta, la Protezione Civile ha dimostrato capacità organizzative che all’epoca dei fatti sembravano più fragili. Persino la ricostruzione di L’Aquila, pur tra mille difficoltà, ha restituito alla città una parte della sua identità. Insomma, pare quindi che dei passi in avanti siano stati fatti!
Ciò nonostante, bisogna avere il coraggio di guardare anche a ciò che ancora manca. Perché la prevenzione, in Italia, continua a muoversi a rilento. Intervenire sugli edifici esistenti costa, è complesso, richiede visione a lungo termine, e la politica, lo sappiamo, fatica ad investire su ciò che non porta risultati immediati o visibili. D’altronde, mettere in sicurezza una scuola prima che succeda qualcosa non fa notizia quanto inaugurarla dopo una ristrutturazione! Eppure è esattamente lì che si gioca la differenza tra rischio e sicurezza.
Difatti, benché quando un terremoto come quello de L’Aquila resta lontano lo si percepisca come ‘un problema degli altri’, il rischio sismico interessa gran parte d’Italia, in modi diversi ma concreti. Potrei sbagliarmi, ma a volte ho l’impressione che in Italia siamo molto bravi a ricordare e molto meno a prevenire, quasi fossimo prede di un’inerzia collettiva. Sappiamo trovare le parole più opportune in numerose circostanze, ma a poco servono se poi facciamo fatica a fare le scelte giuste.
Di conseguenza, la commemorazione del 6 aprile deve servire, anche e soprattutto, ad innescare un’azione di innovazione e prevenzione quotidiana, che interessi bilanci pubblici, piani urbanistici adeguati, sorveglianza sui cantieri e sulle decisioni che vengono prese dietro le quinte. Serve maggiore responsabilità diffusa, che riguardi tanto le istituzioni quanto i cittadini e che passi sia dalle piccole che dalle grandi decisioni. Perché? Beh, perché è proprio lì che si vede se, al di là delle commemorazioni e dei nomi delle vittime, abbiamo veramente imparato qualcosa. Se dovesse disgraziatamente accadere di nuovo, dubito che saremmo pronti!
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