Foibe, dall’istituzione del Giorno del Ricordo alla ‘schedatura’: Rampelli “interroga” Valditara

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Rampelli foibe
Credit: immagine di copertina creata con un software di IA generativa

Il 30 marzo 2004 venne istituito dal Parlamento Italiano il Giorno del Ricordo delle Foibe, in onoranza di atrocità di cui oggi si torna a parlare, ma non nella maniera in cui forse si dovrebbe a causa di una proposta di schedare le scuole che non aderiscono alle celebrazioni della giornata. Difatti, il Vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli ovviamente sa che per nostra fortuna non esiste (e non è mai esistito) nella Repubblica Italiana alcun obbligo di celebrare la memoria di eventi della Storia italiana (tra cui le foibe). La Scuola, gli scolari, devono conoscere la Storia e il modo per conoscerla, è studiarla. Non è richiesto loro di mimare un rito. E quando la politica confonde le due cose, affiorano crepe molto rivelatrici. La faccenda però è ben più complessa e occorre fare un passo indietro nella storia.

In passato abbiamo assistito ad un’esclusione didattica delle foibe

Per decenni gli eventi del confine orientale non sono comparsi nei programmi di storia delle scuole italiane. Gli studiosi cattolici osservano che la “metafora” di infoibare (nascondere e dimenticare) si è tristemente avverata nella memoria nazionale, che ha voluto “rimuovere, cancellare quei fatti”. Analogamente, nel dibattito pubblico fin dagli anni ’40 si è affermato un racconto omissivo: i massacri delle foibe venivano giustificati come conseguenza delle nefandezze fasciste pregresse, e dunque neppure i giornali nazionali ne parlarono. Fu imposto una sorta di silenzio di Stato, come ricorda un deputato nel 1975:

La Iugoslavia […] ci fece tacere in merito agli stermini, alle foibe, alle deportazioni

Ripetuti memorandum governativi ribadirono che l’Italia non avrebbe più sollevato la questione nelle sedi internazionali. Anche l’editoria contribuì: i libri che ne trattavano avevano circolazione limitata alle regioni giuliano-dalmate, mentre gli editori nazionali ignoravano l’argomento.

Sul piano simbolico, i monumenti ai caduti delle foibe mancarono fino agli anni ’80: il piccolo cippo di Basovizza fu eretto nel 1960 solo per iniziativa locale e riconosciuto monumento nazionale nel 1980. La cosiddetta “Foiba di Basovizza” è in verità un pozzo minerario, scavato all’inizio del XX secolo per intercettare una vena di carbone e presto abbandonato per la sua improduttività: esso divenne però nel maggio del 1945 un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, da parte dei partigiani comunisti di Tito, dapprima destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente processati e giustiziati a Basovizza.

Dietro la rimozione

Dietro alla rimozione agì innanzitutto il contesto geopolitico della Guerra Fredda. Nei primi anni ’50 la Jugoslavia di Tito, nonostante la rottura con Stalin, rappresentava un’utile “cortina di ferro” occidentale nei Balcani, e la questione del confine orientale venne sacrificata all’alleanza con gli occidentali. In altre parole, la priorità fu la stabilità internazionale: una riaffermazione italiana degli esuli poteva essere letta come propaganda anticomunista. Allo stesso tempo operò un fattore interno-culturale: l’Italia repubblicana era fondata sul mito resistenziale antifascista, e molti opinarono che ricordare le foibe avrebbe “scomodato” i fascisti italiani rei di crimini in Jugoslavia (l’occupazione del 1941–’43).

L’opinione pubblica venne dunque preparata ad accettare come legittima la versione jugoslava (gli infoibati erano «fascisti e collaborazionisti» puniti nel momento della resa dei conti). Infine, fattori diplomatici e pratici (“interessi diplomatici”): Roma negoziava con Tito cessioni territoriali – dal Trattato di Osimo 1975 al trattato di Roma 1983 sui profughi – e temeva rappresaglie economiche su comunità italiane ancora nel confine. Ogni riaccensione del tema rischiava di innescare “reazioni polemiche” con Slovenia e Croazia, come l’ANPI ha osservato nel 2023. L’insufficiente disponibilità a confrontarsi pubblicamente su queste cause storiche ha contribuito a “cancellare le tracce” del passato.

Eterogenesi dei fini: con l’interrogazione di Rampelli sulle foibe il Parlamento torna a occuparsi di Scuola

In fondo, una buona notizia in questa vicenda dell’interrogazione di Rampelli c’è, e non va liquidata con cinismo: il Parlamento torna a occuparsi di scuola.

Potrebbe perfino essere un felice inizio, se davvero da qui nascesse una discussione all’altezza delle urgenze reali del sistema educativo italiano. Perché oggi la scuola vive sotto pressione non per difetto di rituali: la dispersione scolastica resta al 9,8% e colpisce soprattutto i contesti socialmente più fragili; le prove INVALSI continuano a mostrare divari territoriali profondi negli apprendimenti; all’inizio dell’anno scolastico 2025-2026 il Ministero stesso ha riconosciuto la presenza di quasi 58 mila docenti di sostegno precari; e l’OCSE segnala che l’Italia investe nell’istruzione il 3,9% del PIL, sotto la media dell’Organizzazione pari al 4,7%.

Meno ansia di certificare la correttezza simbolica degli istituti, più volontà di affrontare precarietà, disuguaglianze educative, fragilità formative e povertà culturale. Sarebbe un bel segnale, finalmente: non chiedere alla scuola di mostrarsi allineata, ma metterla nelle condizioni di insegnare, includere e formare coscienze.

La Scuola del XXI secolo dovrebbe continuare a considerare gli studenti (e il corpo docente) come persone intelligenti

Rampelli foibe
Copertina di un libro di geografia in uso presso la scuola primaria italiana (1909)/Credit: Renato Ongania

In un testo delle elementari del 1909 di Giacomo Lo Forte dopo ogni capitolo c’era un “Esercizio di intelligenza”: si ponevano domande relative alla conoscenza del contenuto del capitolo… possibile che oggi non si riconosca più agli studenti (e agli insegnanti) la prerogativa di essere persone intelligenti?

C’è un punto che andrebbe chiarito, prima ancora di schierarsi: studiare, ricordare e commemorare non sono la stessa cosa.

  • Studiare significa conoscere, contestualizzare, distinguere, problematizzare. È il lavoro proprio della scuola.
  • Ricordare significa custodire una memoria civile, sottrarre una tragedia all’oblio pubblico. È il compito della Repubblica.
  • Commemorare, invece, significa dare a quella memoria una forma rituale, simbolica, cerimoniale. È una pratica pubblica possibile, talvolta utile, ma non coincide affatto con la finalità essenziale dell’istituzione scolastica.

La legge sul Giorno del Ricordo

L’interrogazione di Rampelli sul presunto mancato ricordo della tragedia delle foibe in alcune scuole, ci invita a riprendere in mano la legge sul Giorno del Ricordo, la n. 92 del 2004. Si afferma con chiarezza che il 10 febbraio serve a “conservare e rinnovare la memoria” della tragedia delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e della vicenda del confine orientale. Ma aggiunge subito che, nella giornata, sono previste iniziative per “diffondere la conoscenza” dei tragici eventi presso i giovani delle scuole e che è favorita la realizzazione di “studi, convegni, incontri e dibattiti”. Il cuore della norma, dunque, non è una liturgia obbligatoria: è la costruzione di conoscenza storica.

Anche la legge n. 16 del 2024 si muove nella stessa direzione. Rafforza la promozione della conoscenza nelle giovani generazioni, prevede un concorso nazionale e finanzia i “Viaggi del Ricordo” per gli studenti. Non impone una scenografia; rafforza strumenti educativi. Non trasforma la scuola in un altare civile; la richiama alla sua missione formativa.

L’invito alla riflessione sulla tragedia delle foibe – indipendentemente dal punto di vista di Rampelli -, può anche esaurirsi in uno studio approfondito della storia

Per questo l’interrogazione parlamentare presentata il 13 marzo 2026 da Fabio Rampelli e altri deputati di Fratelli d’Italia “sulle foibe a scuola” è politicamente rivelatrice. Nell’atto si richiama correttamente il quadro normativo, si ricordano le iniziative promosse dal Ministero e si osserva che il Ministero “invita” le istituzioni scolastiche a promuovere momenti di riflessione sul significato della ricorrenza. Ma subito dopo si passa a sostenere che in molte scuole non verrebbe dato “adeguato seguito” a tali iniziative, fino a elencare una serie di istituti uno per uno. È precisamente qui che si apre la frattura: da un invito alla riflessione si scivola verso una logica di sospetto e di censimento.

La prima crepa è concettuale

Si fa finta che il mancato allestimento di una commemorazione visibile coincida automaticamente con il mancato adempimento della legge. Ma la legge non dice questo. La legge – a dispetto di quanto si vuole tematizzare da Rampelli sulle foibe – chiede memoria pubblica e, per la scuola, la declina soprattutto come diffusione della conoscenza. Una lezione ben costruita, un percorso di fonti, un dibattito guidato, un lavoro interdisciplinare sono pienamente dentro lo spirito della norma; l’assenza di una “cerimonia”, di un evento ad hoc, non prova, da sola, l’assenza di studio. Confondere il rito con l’apprendimento è già un errore di postura e di sostanza.

La seconda crepa è pedagogica

La scuola non è il luogo in cui la memoria si esibisce per ottenere un timbro di conformità, né il teatro in cui la Repubblica misura la fedeltà degli istituti a colpi di presenza scenica. Nel sollevare — e insieme teatralizzare — la questione, l’on. Rampelli non può non conoscere il topos proprio della scuola, e non può ignorare quanto il tema delle foibe, dell’esodo e del confine orientale resti, ancora oggi, ideologicamente sensibile e facilmente esposto alla contesa simbolica.

Proprio per questo la scuola dovrebbe essere difesa da ogni tentazione performativa: perché è il luogo in cui la memoria si sottrae alla propaganda, non per rimozione, ma per eccesso di rigore. Studiare le foibe significa fare ciò che l’istituzione scolastica sa fare meglio quando è fedele a se stessa: collocare i fatti, vagliare le fonti, ricostruire i contesti, distinguere il dolore dalla sua strumentalizzazione, impedire che la sofferenza delle vittime venga requisita per un uso identitario o per una pedagogia dell’allineamento. Una commemorazione, certo, può accompagnare questo processo; talvolta può perfino nobilitarlo. Ma non può surrogarlo.

La terza crepa è istituzionale

Nel momento in cui una forza politica fa l’elenco nominativo delle scuole “mancanti”, la questione non è più solo la memoria delle vittime, ma il controllo simbolico dell’adesione. È qui che il lessico della commemorazione diventa scivoloso. Perché “commemorare”, nel linguaggio politico, finisce per voler dire non semplicemente fare memoria, ma manifestare pubblicamente una conformità. E appena succede questo, la scuola non è più pensata come comunità educativa autonoma, bensì come terminale da verificare.

La quarta crepa è ideologica

Difendere la storia non significa imbalsamarla dentro parole d’ordine, né trasformarla in una liturgia civile da esibire a beneficio del momento politico. Il paradosso è tutto qui: mentre si proclama di voler combattere la rimozione, si finisce per produrre un’altra forma di rimozione, più sottile ma non meno grave, perché sostituisce lo studio con il segnale, l’intelligenza con l’allineamento, la comprensione con l’appartenenza. Anche la memoria, allora, cambia natura: non è più esercizio critico, interrogazione scomoda, confronto rigoroso con le fonti e con i contesti, ma semplice rituale, gesto esteriore, atto dovuto. E una memoria ridotta a rito, più che custodire il passato, lo addomestica; più che onorare le vittime, le arruola.

È la classica scorciatoia di chi preferisce la riconoscibilità del simbolo alla fatica del pensiero. Eppure la scuola, per definizione, esiste proprio per opporsi a questa scorciatoia. Non serve a trasformare una data in un riflesso condizionato; serve a mettere gli studenti nella condizione di capire perché quella data esiste.

La nota del Ministero sterilizza preventivamente la polemica di Rampelli sulla commemorazione delle foibe

Persino la nota del Ministero per il 10 febbraio 2026, nel presentare la ricorrenza, insiste sulla necessità di favorire la riflessione e di proseguire le attività anche nel corso dell’anno scolastico. Il che conferma un punto decisivo: il compito della scuola non è eseguire una cerimonia in quanto tale, ma sviluppare consapevolezza storica. La memoria scolastica, quando è autentica, ha la forma del pensiero, non del riflesso.

Rampelli foibe
Credit: immagine creata con un software di IA generativa

Per questo il tema non è affatto se le foibe debbano essere ricordate. Certo che debbono esserlo. Il tema è se si voglia una scuola che studia per ricordare o una scuola che commemora per obbedire. Nel primo caso si onorano davvero le vittime, perché le si sottrae alla semplificazione e all’uso di parte. E nel secondo caso le si arruola, magari in nome della memoria, dentro una pedagogia del controllo. Proprio qui l’intera operazione mostra il suo paradosso più evidente: nel momento stesso in cui pretende di difendere il ricordo, rischia di svuotarlo. Perché la memoria, quando smette di essere conoscenza e diventa verifica di conformità, non educa più. Sorveglia.

E una scuola sorvegliata può forse commemorare, ma difficilmente riesce ancora a insegnare!

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Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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