Nonostante il dibattito pubblico sembra consumarsi tra slogan e guerre culturali, esistono ancora luoghi in cui la società sceglie di raccontarsi senza alzare barricate. Uno di questi è il PAC di Milano, che con la retrospettiva a cura di Sabato De Sarno Eravamo notte, ora siamo giorno dell’artista Ambrosia Fortuna, in mostra dal 13 al 15 giugno, porta all’attenzione del pubblico un archivio di fotografie e video dedicati a oltre dieci anni di vita della scena queer e drag italiana.
Il focus in questo caso, però, non è tanto sulle sensibilità culturali sollevate dal tema, quanto più sulla vera utilità dell’arte. E in effetti, in molti si chiedono a cosa serva. Ebbene, una società liberale dovrebbe avere una risposta semplice. L’arte non serve a confermare i nostri pregiudizi, ma a mettere in discussione le nostre certezze. Non è propaganda quando racconta mondi che spesso sono rimasti ai margini, diventa semmai un esercizio di conoscenza. E la conoscenza, in una democrazia matura, non dovrebbe fare paura a nessuno.
Il titolo della mostra è già una dichiarazione politica nel senso più alto del termine: Eravamo notte, ora siamo giorno. La notte è il luogo simbolico di tutto ciò che è stato costretto a vivere nell’ombra. Il giorno è invece la conquista della visibilità. Non un privilegio, ma il diritto elementare a essere riconosciuti come parte della comunità civile.
C’è un aspetto che merita particolare attenzione. Ambrosia Fortuna non osserva questo universo dall’esterno. Il suo non è il reportage di chi studia un fenomeno sociale, ma il diario di chi appartiene a quella storia e ne condivide relazioni, affetti e fragilità. Per questo le immagini non hanno il sapore della cronaca, ma quello della memoria. Ed è proprio la memoria il grande tema del nostro tempo.
L’Italia è un Paese che conserva con cura gli archivi delle guerre, delle lotte operaie, della Resistenza, delle migrazioni. Fa bene. Perché un popolo senza memoria è un popolo più fragile. Ma allora dovremmo riconoscere che anche le vicende delle minoranze, delle comunità LGBTQIA+, delle culture della notte e della performance fanno parte della storia contemporanea italiana. Non sono una parentesi folcloristica, ma una tessera del mosaico collettivo.
Naturalmente qualcuno obietterà che le istituzioni culturali dovrebbero essere neutrali. È un argomento rispettabile, ma spesso equivoco. La neutralità non consiste nel cancellare le differenze, ma piuttosto nel dare spazio a linguaggi diversi, evitando che una sola narrazione diventi egemone. Una galleria pubblica che ospita una mostra come questa non impone una visione del mondo: offre ai cittadini l’opportunità di confrontarsi con una realtà che esiste, indipendentemente dalle opinioni personali.
L’arte è una menzogna che ci permette di conoscere la verità – Pablo Picasso
In fondo, il compito della cultura è proprio questo: trasformare gli sconosciuti in interlocutori. Ridurre la distanza. Restituire umanità dove la società spesso costruisce categorie astratte. Perché dietro ogni fotografia non ci sono etichette, ma persone. Volti, amicizie, attese, camerini, sorrisi, paure, gesti quotidiani. Vita. E forse il messaggio più importante della mostra è proprio questo. Nessuna società perde qualcosa quando rende visibili i suoi margini. Al contrario, guadagna consapevolezza di se stessa.
La libertà, del resto, non si misura dalla tutela delle maggioranze. Si misura dalla capacità di guardare chi per troppo tempo è rimasto nella notte e riconoscere che anche quella storia appartiene al giorno.
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