Cultura e Spettacolo

Quando la materia non muore: l’arte di Marco Laganà tra memoria, trasformazione e nuova vita

Viviamo circondati da oggetti che nascono per avere una funzione, la esauriscono e vengono poi sostituiti. In una società abituata alla velocità e al consumo, ciò che perde il proprio scopo sembra spesso perdere anche il proprio valore, ma cosa accade quando quella stessa materia viene guardata in modo diverso? Quando una pagina non è più soltanto una pagina, un vecchio libro non è più soltanto un libro e un frammento può diventare l’inizio di qualcosa di nuovo? L’arte, da sempre, conosce la possibilità della trasformazione. Prende ciò che esiste già e lo osserva da un’altra prospettiva, restituendogli talvolta una forma, una funzione o persino un significato inatteso. In questo senso torna alla mente una delle formule più celebri della storia della scienza:

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Questo è il principio associato ad Antoine-Laurent de Lavoisier, per descrivere la conservazione della materia che, nel lavoro di alcuni artisti, sembra assumere anche una dimensione simbolica: quella della possibilità di una seconda vita. Ed è qui, tra ciò che finisce e ciò che può ricominciare, che si sviluppa la ricerca di Marco Laganà, artista, pittore e “installatore di emozioni”, sempre alla ricerca di elementi capaci di mettere in relazione materia, parole e sensibilità.

Marco Laganà e l’arte di dare nuova vita alle cose

Marco Laganà vive e lavora a Genova, dove dal 1987 porta avanti una ricerca che attraversa pittura, incisione, cartapesta e collage. Dopo gli studi nelle botteghe di artisti liguri e l’approfondimento dell’incisione all’Accademia Ligustica di Belle Arti, ha sviluppato un percorso personale legato soprattutto alla trasformazione della carta e dei materiali, realizzando sculture, scenografie, maschere e installazioni. Parallelamente ha maturato una formazione in teatroterapia e collaborato a diversi progetti teatrali e culturali.

Tra materia e intuizione, il gesto dell’artista trasforma ciò che esiste già in una possibilità ancora da scoprire/Credit: Marco Laganà

Nel corso della sua attività ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, in musei, gallerie e spazi istituzionali, tra cui Palazzo della Regione Liguria, Palazzo Oddo di Albenga, il Museo della Ceramica Trucco di Albisola, l’Ecomuseo delle Langhe, Palazzo Fogazzaro di Schio, Villa Panizza a Paese, la mostra internazionale “Mirror Face to Face” a Santiago del Cile e il Museum MUA di Alicante. Una delle sue installazioni è attualmente conservata nel Museo Diocesano di Genova. E oggi, ha scelto di condividere con noi alcune riflessioni sul suo rapporto con l’arte, la vita e la morte, e quale messaggio evocano le sue opere.

Una vita per l’arte

Da sempre lavoro con la carta: stampa artistica (acquaforte e acquatinta), sculture in cartapesta e collage. Quando ho cominciato a fare sculture in cartapesta, mi affascinava l’idea che tutta la potenza delle parole e tutto il sapere di quelle pagine scritte, rimanesse vivo all’interno dell’opera. È così anche per i collage: per me non si tratta di un riciclo, ma della ricerca di una vibrazione che voglio trasmettere. Le parole intrise di colore, che a volte affiorano e talvolta rimangono più nascoste, non creano solo texture: racconti, personaggi e poesie scivolano fuori dalle pagine per trovare un nuovo percorso fisico.

Ultimamente sto lavorando con un libro di poesie di Simona Garbarino, attrice e poetessa. Le sue poesie vivono di frammenti, di spazi, di accostamenti fulminei e di non-detto. Questo mezzo è perfetto per il mio lavoro perché genera la vibrazione che cerco, perché non spiega, ma evoca e guida l’occhio di chi osserva lungo un sentiero fisico fatto di parole e immagini. Una sorta di mappa emotiva che riguarda ognuno di noi”.

L’arte come incontro

Le opere, nel lavoro di Laganà, non sembrano quindi chiedere soltanto di essere osservate. Richiedono tempo, attenzione e una disponibilità a cercare anche ciò che non emerge immediatamente sulla superficie. La materia diventa così un luogo nel quale chi guarda può entrare con la propria sensibilità:

Le mie opere si rivolgono a chi ha voglia di fermarsi un secondo in più, di avvicinarsi e di lasciarsi guidare da ciò che non viene detto ad alta voce. ma è disposto a fermarsi, ad avvicinarsi e a “leggere” la superficie. Voglio far sì che il pubblico colga i dettagli, le stratificazioni e le sfumature. Quello che voglio trasmettere è una vera e propria vibrazione emotiva. Non spiegare un concetto in modo rigido, ma far sì che la potenza delle parole e della luce rimanga viva nella materia. Per me l’arte non è un oggetto da esporre o una spiegazione da dare, ma un incontro. È il punto in cui la materia smette di essere solo un supporto e diventa un corpo vivo. Per quello che mi riguarda l’arte è quella mappa emotiva di cui parlavo prima, è lasciare che sia chi guarda a completarla con la propria sensibilità“.

Tra tensione e intuizione: la morte come passaggio

Dietro il risultato finale esiste poi un momento creativo che, per l’artista, sembra avere una dimensione altrettanto importante. Prima che l’opera diventi materia visibile, c’è un processo fatto di attesa, intuizione e ricerca di una frequenza capace di mettere in comunicazione l’opera con chi la incontrerà. “Quando creo – dichiara – percepisco dentro di me un’attesa concentrata. A volte c’è anche la paura di non riuscire a raggiungere quella frequenza giusta. Tendenzialmente quando creo sono in uno stato di flusso in cui avverto tensione e calma insieme. Cercando di lasciarmi guidare dall’intuizione e di creare l’immagine, un ponte emotivo che dall’opera possa arrivare dritto a chi la guarderà“.

È però nel rapporto tra morte e rinascita che la sua ricerca sembra trovare uno dei suoi nuclei più profondi. Se la materia può cambiare forma, anche ciò che appare concluso può diventare il punto di partenza di una nuova esistenza. Un’idea che attraversa il suo lavoro e che torna con particolare forza quando parla dei libri e della carta:

La morte nel mio lavoro non è una fine cupa, ma è il presupposto della trasformazione. Prendiamo per esempio un vecchio libro, io lo distruggo, muore. Ma è pronto ad una nuova vita. L’amore è un atto di attenzione. È un gesto che accoglie quei frammenti, che vengono curati, intrisi di colore nella maniera più appropriata. L’arte e il punto di contatto, è la vibrazione. L’arte e cio’ che tiene insieme gli altri due elementi. È il ponte. Se la morte separa e l’amore unisce, L’arte prendere la memoria trasformandola in una vibrazione viva. L’arte e il tentativo di superare il tempo, di far scivolare le parole fuori dalla pagina morte, per farle diventare un corpo fisico. Una mappa emotiva, capace di far battere il cuore di chi osserva“.

Una ricerca continua

Il discorso non sembra dunque fermarsi alla semplice trasformazione di un materiale. Il passato e il presente, la fine e l’inizio, la memoria e la materia diventano elementi che possono convivere nella stessa opera. È una relazione che Laganà sintetizza ancora una volta attraverso il rapporto tra morte, amore e arte. Sono complementari. Ma non perché uno spiega o completi l’altro, lo sono perché si fondono per evocare ciò che sta oltre. Per diventare atmosfera

La trasformazione, del resto, non riguarda soltanto le opere già realizzate. Anche il percorso dell’artista resta aperto a nuove esperienze, esposizioni e collaborazioni, mantenendo quella ricerca che parte dalla materia per arrivare alla dimensione emotiva. Per il futuro ci sono molti progetti, esposizioni personali da qui a dicembre e altri da confermare con gallerie e fondazioni d’arte. E così la carta, i libri, le parole e i frammenti continuano a cambiare forma. Non per cancellare ciò che sono stati, ma per permettere a quella memoria di trovare un altro modo per esistere.

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Bartolomeo Di Giovanni

Bartolomeo Di Giovanni (detto Theo) è nato a Palermo il 2 Giugno 1975, ha conseguito la laurea in filosofia presso l’università di Palermo, docente di materie umanistiche. Ha collaborato con realtà poetiche dei paesi dell’Est, e del Messico, ha in attivo diverse pubblicazioni di silloge poetiche e saggi di filosofia psicopedagogica, le opere sono state tradotte in Spagnolo, Russo, Rumeno, Arabo. Scrive per alcune riviste articoli sulla cultura letteraria antica e contemporanea, esperto e studioso di Dante Alighieri e di Ebraico biblico. Nel 2013 fonda il movimento culturale “Una piuma per Alda Merini” per la salvaguardia del patrimonio poetico della poetessa dei navigli. Collabora con Wikipoesia per la estensione della nascente Repubblica dei Poeti, di cui è console e cavaliere con distintivo dell’ Ordine di Dante Alighieri. Ha ricevuto da parte della Ordine dei poeti della Bielorussia, e di altre realtà culturali l’appellativo di “Vate”. Nel 2024 gli viene conferito il premio : Cattedra della Pace, tenutosi ad Assisi, nello stesso anno diviene vicepresidente di WikiPace.

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