Amore, il vocabolo più usato in ogni tempo e in ogni contesto, è il principio della vita senza il quale nulla avrebbe fondamento. La radice dell’amore è anche morte, ma questa non va intesa come la fine di un amore o di un’unione: oggi difficilmente una relazione dura per tutta la vita, perché oltre al sentimento servono elementi per la crescita di entrambi.
Nella letteratura l’uomo ha sempre usato due parole: Eros e Thanatos, base dell’esistenza. Il dio dell’amore, bambino capriccioso e allegro, i cui scherzi, però, non salvano alcun mortale o immortale; il dio della morte, figlio della Notte e fratello del Sonno, dal cuore freddo, non risparmia nessuno. Già nascendo siamo destinati ad amare e a morire. Psicologia e psichiatria hanno creato un campo di studio su questa realtà, che non dà risposte definitive, ma che descrive atteggiamenti e azioni che definiscono il rapporto tra individuo, amore e morte. Un equilibrio fondamentale tra questi opposti è l’erotismo, anticamera della felicità ma anche terreno per azioni dannose per sé e per gli altri.
In occasione del debutto di questa nuova rubrica, tra le pagine de L’Opinione, apro il quinto canto dell’Inferno di Dante Alighieri, quello in cui appaiono con Paolo e Francesca, figure emblematiche di Eros e Thanatos, dalla relazione proibita al bacio che li condanna. Siamo nel secondo cerchio, dove sono puniti i lussuriosi: chi ha ceduto alla passione è trascinato da una bufera di vento, come una volta fu travolto dai sensi.
Dante incontra due spiriti abbracciati: Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, giovani morti per amore. Il loro dramma è realmente avvenuto: Francesca, figlia del signore di Ravenna, sposò per ragioni politiche Gianciotto Malatesta, uomo brutto e severo. Si innamorò di Paolo, il fratello bello e gentile, e quando il marito li colse insieme li uccise. Il loro amore, pur essendo pericoloso, fu un atto di consapevolezza: sfidarono il destino. “Morire amando” è il sogno di anime affini che si riconoscono nel silenzio della passione. Il canto, ricco di sensualità, fa immaginare i gesti, lo sguardo, il brivido. Dante interroga i due amanti – Francesca racconta l’inizio del loro legame – e il poeta stesso si commuove, fino alle lacrime.
129 soli eravamo e sanza alcun sospetto. Per piú fiate20 li occhi ci sospinse21 quella lettura, e scolorocci il viso; 132 ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso22 esser baciato da cotanto amante, 135 questi23, che mai da me non fia24 diviso, la bocca mi baciò tutto tremante. Galeotto25 fu il libro e chi lo scrisse: 138 quel giorno piú non vi leggemmo avante». Mentre che l’uno spirto questo disse, l’altro piangea, sí che di pietade 141 io venni men26 cosí com’io morisse, e caddi come corpo morto cade
“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria.” Il ricordo del tempo felice provoca sofferenza: il contrasto tra gioia e dolore si lega indissolubilmente. La fine segna il buio, e quel gioco di sguardi che accende la sofferenza. A mio avviso si tratta anche di un gesto di possesso – una forma precorritrice di femminicidio – in cui la donna diviene oggetto del marito.
Dante, pur narrando un fatto reale, mostra che l’amore non si può fermare. Le parole di Lancillotto e Ginevra evocano l’idea del desiderio acceso dallo sguardo, la parola che diventa energia erotica. Nel 1920 Freud, in Al di là del principio del piacere, descrive due pulsioni che guidano l’uomo: vita e morte. Se esistesse solo il piacere, ogni processo psichico sarebbe piacevole; invece spesso vince la sofferenza. Da qui l’ipotesi di una pulsione di morte. L’amore combatte ogni giorno con la morte: Eros non può escludere Thanatos, perché insieme formano l’equilibrio della vita. Anche dopo un incontro erotico, quando l’intensità svanisce, si interrompe il legame, poi tutto ricomincia. Inizio e fine, trascinati come nella bufera che avvolge Paolo e Francesca.
A cura di Luana Borgia
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