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Viviamo immersi in un tempo in cui tutto è osservabile, in cui ogni gesto può diventare pubblico, ogni istante condiviso, ogni fragilità esposta allo sguardo impietoso della folla digitale. Non guardiamo più semplicemente per comprendere: guardiamo per consumare, per intrattenerci, per saziare quella fame collettiva di vite altrui. Ma cosa dice di noi questa fame? E a quale prezzo?
Bastano pochi secondi per rovinare una vita. Una telecamera, uno schermo gigante e quel bisogno umano, primitivo, di osservare l’intimità altrui: è accaduto durante un concerto dei Coldplay a Boston, quando una “kiss cam” ha inquadrato due dirigenti aziendali colti in atteggiamenti affettuosi. Le immagini sono diventate virali in poche ore, scatenando un’ondata di commenti, giudizi e voyeurismo digitale.
Sulla coppia in questione si è detto, visto e scritto di tutto. Quasi ci siamo dimenticati della guerra, di Netanyahu, del riscaldamento globale, quindi non dirò nulla su di loro ed invece mi domando: perché siamo così attratti dal guardare? E soprattutto – da giornalista e da cittadina – mi chiedo: che informazioni sta dando la stampa? O meglio: è informazione, tutto questo?
Un giornalista ha il compito di informare il pubblico in modo accurato, equilibrato e responsabile. La deontologia professionale stabilisce linee guida che vanno al di là dell’informazione pura e semplice: l’obiettivo è fornire una narrazione che rispetti la dignità delle persone e il loro diritto alla privacy.
Il codice deontologico dei giornalisti italiani afferma chiaramente che
“il giornalista ha il dovere di rispettare i diritti della persona e di tutelare la privacy, la riservatezza e l’onore, evitando qualsiasi forma di violazione e di danno derivante dalla diffusione di informazioni personali non rilevanti per il pubblico interesse.”
La diffusione virale (e globale!!) delle immagini di due persone colte in un momento privato non contribuisce in alcun modo all’informazione o all’arricchimento sociale o culturale. È mera curiosità morbosa, un’invasione della sfera privata senza giustificato interesse pubblico.
La questione della privacy diventa particolarmente spinosa quando riguarda persone comuni o quando non esiste un collegamento diretto con il bene collettivo. La responsabilità dei media tradizionali diventa cruciale: se pur di attrarre pubblico e di ottenere click sulle notizie abbassano la soglia del rispetto e della responsabilità, alimentano una cultura in cui la privacy è sacrificabile, mentre il gossip viene elevato a contenuto informativo.
Secondo una visione tradizionale del giornalismo, la notizia dovrebbe servire a un fine costruttivo: educare, sensibilizzare, promuovere la comprensione dei fenomeni sociali. Ma quando riguarda la vita privata di qualcuno senza legami con la sfera pubblica, si rischia di confondere informazione e intrattenimento voyeuristico. Di questa coppia sappiamo tutto: nomi, età, volti di mogli, figli, colleghi, evidenze sulla società. Ha senso?
La domanda che il giornalista dovrebbe sempre porsi è: “Questa storia porta davvero valore alla società? Serve a sensibilizzare, informare o educare il pubblico su qualcosa di significativo?” Se la risposta è no, la scelta di renderla una notizia dovrebbe essere rimessa in discussione.
Ma la domanda più profonda riguarda anche l’intera collettività: abbiamo ancora il diritto ad uno spazio personale, lontano dagli occhi onnipresenti dello sguardo collettivo? Oppure abbiamo già accettato che tutto sia spettacolo, e che lo sia a qualunque costo?
Ricordiamoci: questa storia ci insegna che siamo tutti dentro un Grande Fratello, dentro un The Truman Show. Non gettate più carte a terra, non superate più una fila alle poste, non mettetevi più un dito nel naso… perché la persona più lontana, la più sconosciuta o meno, oppure il giornalista rampante di turno, potrebbe buttarvi in pasto alla gogna mediatica e social. A voi, e alle vostre famiglie.
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