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Per chi non lo ricordasse, nelle scorse settimane abbiamo parlato di quelle abilità che il mondo moderno sta lentamente perdendo: competenze pratiche, conoscenze tramandate o intuizioni nate più dall’esperienza che da uno studio ‘matto e disperatissimo‘ di un qualsivoglia tipo di manuale, ognuna delle quali, una volta smarrita, difficilmente può essere recuperata con efficacia e concretezza. Che si tratti della semplice osservazione di una mappa, del senso dell’orientamento o dell’essere in grado di leggere un orologio analogico, l’impressione è che al giorno d’oggi, sebbene il progresso continui a correre, a noi piaccia restare (più di) un passo indietro. Il che, diciamolo, non è affatto un bene. Sarà per questo che in molti ritengono si possa imparare maggiormente dal passato che dal futuro?
Non saprei, onestamente. Quel che è certo, però, per quanto strano possa sembrare a noi che crediamo di sapere già ogni cosa, è che ciò che è stato, spesso e volentieri, si rivela migliore di ciò che è o di quel che sarà.
L’illusione della conoscenza è più pericolosa dell’ignoranza – Anonimo
Difatti, se qualcuno dicesse che, sotto certi aspetti, gli antichi romani erano migliori di noi, probabilmente storceremmo un po’ il naso. Eppure, non dovrebbe essere un mistero per nessuno, specialmente per quel che riguarda le costruzioni. Adesso celebriamo immensi grattacieli, inutili ponti spacciati per opere strategiche e materiali all’avanguardia, ma alcune delle più note strutture e stabili sono state realizzate ben oltre duemila anni fa e sono ancora lì, mentre le nostre vengono via quasi fossero dei castelli di sabbia.
Il confronto, in effetti, è a dir poco imbarazzante. Ma perché? Ebbene, il cemento odierno, quello che sostiene gran parte delle nostre città, tende a deteriorarsi nel tempo, soprattutto se esposto all’acqua e agli agenti atmosferici. Crepe, infiltrazioni e corrosione delle armature interne innescano una lenta ma inesorabile decadenza. Al contrario, il “cemento” romano (opus caementicum) si comporterebbe nella maniera opposta, diventando sempre più resistente man mano che il tempo passa.
Beh, la risposta è più semplice di quel che si potrebbe pensare. I Romani non disponevano delle tecnologie industriali attuali, ma ciò non vuol dire che non possedessero una conoscenza empirica dei materiali che utilizzavano. Non a caso, il loro cemento era composto principalmente da calce, acqua e una particolare cenere vulcanica chiamata “pozzolana”. Quando quest’ultima veniva mescolata con gli altri due elementi, innescava una reazione chimica che portava alla formazione di cristalli piuttosto stabili, i quali non solo tenevano insieme il materiale, ma continuavano perfino a svilupparsi dopo la posa, aumentando la compattezza della struttura.
E non è tutto. A differenza del cemento moderno, che soffre terribilmente l’acqua (specie quella marina), il cemento romano sembrerebbe addirittura trarne beneficio. Nei porti costruiti lungo le coste del Mediterraneo, ad esempio, il contatto con l’acqua di mare ha favorito la formazione di nuovi minerali all’interno della struttura, contribuendo ad un ulteriore rafforzamento. Insomma, è come se queste costruzioni avessero una sorta di capacità di auto-riparazione!
Un’altra scoperta recente riguarda, inoltre, una tecnica di miscelazione “a caldo” a cui i Romani pare facessero ricorso. Nello specifico, lasciavano nella miscela piccoli frammenti di calce non completamente reagita permettendo la formazione di microfratture attraverso cui far penetrare l’acqua e innescare altre reazioni per riempire le crepe. Che dire, un po’ a voler permettere che il materiale si curasse da solo. Ma era così facile come appare, perché non abbiamo continuato a farlo?
Chissà, magari perché il cemento moderno è più rapido da produrre, più prevedibile nelle prestazioni (perlomeno in quelle iniziali, perché le finali lasciano alquanto a desiderare) e perfettamente adattato ai ritmi dell’edilizia contemporanea. Ciò nonostante, non posso fare a meno di pensare che se il prezzo per una produzione immediata e su larga scala deve essere la qualità, con tutti i rischi correlati del caso, allora tanto vale non costruire affatto visto che, permettetemi di dirlo, quello che c’era prima, e ne abbiamo innumerevoli dimostrazioni, funzionava benissimo!
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