Per chi suona la campana? Ernest Hemingway direbbe, nel suo famoso romanzo del 1940, che suona per chi è sempre andato in cerca della comprensione della vita, per chi troverà il coraggio di credere, al di là di ogni errore e di ogni violenza, che ci sia pace e libertà per chiunque, e l’umanità non si rassegni al dolore e alla vergogna. Ma questo non è un articolo per la recensione di un libro, perché questa campana, paradossalmente, non segna il diritto all’esistenza libera e giusta per chiunque, ma sancisce la vergogna di chi questo diritto alla libertà di vita non può esercitare. Essa è un suono di morte, sì! Ma per chi suona questa morte?
Noi siamo soli. E questo è il prezzo del vivere. E dobbiamo cercare di fare ciò che possiamo con ciò che abbiamo— Ernest Hemingway
A chiudere un anno difficile e tremendo in termini di violenza e libertà negate, a Sanremo la decisione del vescovo locale di inaugurare una ‘campana dei bimbi non nati‘ che suona ogni sera alle 20, ha fatto scoppiare un caso, sollevando polemiche nette e corali richieste da parte di Non Una di Meno, il PD e i collettivi studenteschi, che chiedono a gran voce che si rispetti l’autodeterminazione delle donne.
Il 28 dicembre scorso, infatti, con una nota pubblicata sul sito ufficiale, la diocesi di Ventimiglia ha informato i cittadini di Sanremo che dalla stessa sera avrebbero udito i rintocchi della neo campana dei bimbi non nati, collocata nella torretta di Villa Giovanna d’Arco, residenza del vescovo e sede della diocesi stessa. “A partire da oggi – recita il comunicato – oltre al suono delle ore durante il corso della giornata, la campana suonerà ogni sera, alle ore 20.00, diventando un richiamo quotidiano alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia. Il suo suono sarà un invito al silenzio, alla riflessione, alla compassione e alla speranza“. E ancora si legge che “essa nasce dal desiderio di dare voce a chi non ha potuto avere voce, di custodire nel cuore della Chiesa il ricordo dei bambini non nati a causa dell’aborto“.
Una campana che ha decisamente generato a buon titolo polemiche, spaccato l’opinione pubblica e fatto indignare le associazioni pro-aborto che hanno chiesto un passo indietro al vescovo Antonio Suetta, che in risposta si è detto fermissimo sulla sua decisione.
Intervistato dal Corriere della Sera, l’alto prelato, che guida la diocesi di Ventimiglia-Sanremo da oltre dieci anni, ha rivendicato la sua decisione di aver istituito di fatto una campana anti-aborto definendo questa pratica “una strage e una carneficina” perché “l’aborto non è mai giustificabile. Se si parte dal fatto che il concepito è un essere umano, allora la soluzione non è sopprimerlo, si potranno e dovranno trovare altre strade“.
Confermando la volontà di continuare con l’iniziativa, ha ribadito la sua soddisfazione nell’aver suscitato sconcerto ed indignazione, perché da buon comunicatore sa che la comunicazione dell’iniziativa “ha sortito l’effetto che speravo” parlarne e far riflettere. Certo. Scuotere le coscienze. Certo, ma di quale coscienza stiamo parlando?
Alla base di tutte le prevedibili polemiche dell’iniziativa è la considerazione che la campana per i bambini mai nati calpesta la legge 194, perché l’interruzione volontaria di gravidanza è tutelata dalla legge: la Chiesa con un’imposizione che stigmatizza e denota mancanza di rispetto si sta ergendo a giudice in un ambito che in un Paese laico deve essere garantito e tutelato dalla legge.
La prima a prendere posizione è stata Laura Amoretti, consigliera di Parità della Regione Liguria che ha deciso di scrivere direttamente a Papa Leone chiedendo lo stop immediato per rispettare “la dignità delle donne“. Una società pluralista e ribadiamolo, laica, non deve creare un clima di giudizio dominato dallo stigma di scelte personale, di cui ciascuna persona ha diritto ad esercitare libertà e responsabilità. Inoltre, ha specificato che “iniziative di questo tipo rischiano di trasformarsi in un giudizio pubblico sulle donne, sul loro corpo e sulla loro autodeterminazione, alimentando una narrazione che non tiene conto della responsabilità, della sofferenza e della consapevolezza che accompagnano tali decisioni“.
E ancora una volta a fare le spese di queste iniziative che incrementano divari sociali e di genere, sono le donne, condannate a non esercitare la libertà sulle proprie scelte, sulla propria vita, sul proprio corpo.
Per Cristina Carelli, invece, presidente della rete nazionale di centri anti-violenza Di.Re., l’iniziativa “è paragonabile alla reazione violenta di molti uomini che rifiutano la libertà delle donne“. Dura anche la posizione di Progetto Comune di Sanremo, che ha attaccato il Vescovo Suetta per non avere “la stessa solerzia nel far risuonare la campana per tutte le vittime minorenni degli abusi sessuali all’interno della Chiesa“.
A volte le notizie che riempiono i giornali oggi, per essere solo archivio domani, si avvitano in noi e passano da questioni a carattere sociale a dolore della carne individuale. E questa campana che suona di morte e non per la vita, risuona dentro il corpo di donna, di ogni donna, del mio ma anche del tuo.
Sono madre. E sono cresciuta con l’idea nel cuore che sarei stata sempre contraria all’aborto. Poi il mio pensiero, come me, è diventato grande ed è radicalmente (e si dirà paradossalmente) cambiato nel momento in cui sono rimasta incinta. Nel momento preciso in cui la possibilità della vita si stava incarnando in me, è proprio allora che ho scelto che l’aborto era un diritto delle mie possibilità. Una scelta che io, se avessi voluto e ritenuto opportuno, avrei potuto esercitare. Una scelta, un diritto, una strada.
Ho fatto tutti i passi medici per sapere, per valutare cosa scegliere. Se tenere o non tenere il feto in me. Il diritto ad una scelta attraverso la lucidità della conoscenza. Non so cosa alla fine avrei fatto qualora mi fossi trovata di fronte ad una necessità di dover scegliere. O se il mio percorso avesse avuto altre motivazioni valide all’aborto, o se la mia idea di me non avesse dovuto trovare una motivazione non imbrigliabile in un aggettivo giustificante. So solo cosa avrei avuto il diritto di poter fare. Scegliendo.
Perché, in questa narrazione dove attingo al mio particolare per aspirare all’universale, è l’aggettivo che è dirompente e dirimente: dolorosa scelta. Perché la realtà dei fatti è che di fronte all’aborto la condizione vera e drammatica è la solitudine, il baratro del peso di una scelta le cui conseguenze non andranno mai via. E che di fronte ad una scelta che è dubbio, dolore, paura, scissione, la donna è sola con il suo corpo, il suo cuore, la sua mente.
Questa è la verità. Ma questa è la libertà. E la radice ultima e irrinunciabile della libertà è proprio il diritto ed il dovere di attraversare quel dolore e quel dubbio per poi decidere. Si decide da soli senza l’aiuto di nessuno. E soprattutto senza il veto deresponsabilizzante e violento di uno Stato o di un giudice, o di un prelato che nulla sanno del corpo incarnato di una donna. Nulla sanno della caverna profondissima e potente di un utero che urla ascolto, rispetto, silenzio e un passo indietro, alle volte necessario.
Nessuna persona si poteva e doveva sostituire alla mia carne nella scelta, che è un percorso di rispetto delle conseguenze. Così come nessuno può mai dire se devo o non devo vivere e far vivere quello che non sento giusto per me. Perché non c’è vita se il corpo di una donna è quello snaturato e immiserito alla sua funzione generatrice, come il corpo dell’ancella del romanzo di Margaret Atwood, ridotto ad essere mero contenitore. Nessuno può avere l’ultima parola sul mio corpo e sulla mia volontà. Non è un diritto alla vita questa campana fascista ed incivile.
È una dichiarazione di morte alle donne che dovranno giustificare, nascondersi, essere più fragili, sottoposte al giudizio, potere, violenza dell’uomo. Ed è dichiarazione di morte a tutta una Società che con il veto alla possibilità di aborto – di fatto anche se la Legge dice altro – sta partorendo e vomitando rigurgiti retrogradi e oscurantisti.
Io avrei fatto la mia scelta. E, come me, ogni donna. Qualunque essa sarebbe potuta essere, l’avrei fatta. Portandola avvolta nelle pieghe del mio cuore e della mia carne, che sono un doloroso effetto della libertà, diritto sacrosanto e responsabile. La libertà ha un costo ed è un dovere la forza di questo diritto. Ed è un diritto assumersi il peso di questo dovere verso la responsabilità invischiante della scelta.
Nella mia storia avrei potuto leggere questo scritto come una “lettera ad un bambino mai nato”, o alle mie figlie per armarle nel cuore con armi affilate che non devono mai arrugginirsi per loro e per tutta la società. In ogni caso, sarebbe stata frutto di una scelta. Scelta dolorosa ma sempre scelta libera. La stessa libertà per cui bisogna tutte e tutti scendere in campo per lottare insieme. E questa deve essere l’unica cosa che non sia mai una scelta ma un dovere morale e sociale.
Questa campana non suonerà per me e mi auguro che si rompa, e che rimbombi come un rumore sordo e abortito come segno di una violenza che dovrà spegnersi prima o poi, e che come atroce condanna non suoni più in alcuna vita!
“My Voice, My Choice”: abortire non è un lusso, ma salute pubblica! – L’Opinione
Maternità surrogata: reato universale o gesto altruistico? – L’Opinione
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato lo scorso 1° ottobre le nuove regole sul rimpatrio…
La sicurezza sul lavoro non riguarda soltanto chi entra ogni mattina in fabbrica, in cantiere…
C’è qualcosa di curioso, e forse anche di profondamente contemporaneo, nel ritorno di Barbara D’Urso.…
Domenica 4 ottobre, nella Sala della Protomoteca del Campidoglio a Roma, si è tenuta la…
L’ultimo giorno di asilo nido è arrivato, la festa organizzata dalle maestre per la consegna…
Ci sono film che il tempo cancella e altri che, proprio perché rimangono ai margini…
View Comments