“My Voice, My Choice”: abortire non è un lusso, ma salute pubblica!

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My Voice, My CHoice aborto

In seguito ad anni di lotte e petizioni, lo scorso 5 novembre sembra essersi mosso davvero qualcosa. La Commissione per i Diritti della donna e l’Uguaglianza di genere del Parlamento europeo (FEMM), infatti, ha detto ““, con 26 voti favorevoli e 12 contrari, alla proposta “My Voice, My Choice”, un’iniziativa popolare che chiede una cosa molto semplice: che in tutta l’Ue si possa abortire in condizioni di sicurezza! Semplice, appunto. Ma in Europa, quando si parla di diritti delle donne, niente è mai facile!

La proposta di “My Voice, My Choice”: l’aborto approda nell’agenda UE

La proposta arriva forte di oltre 1,2 milioni di firme, la soglia minima per costringere Bruxelles ad ascoltare. L’Italia, sorprendentemente attiva, ne ha portate più di 160mila, terza in tutta l’Unione. Forse perché qui le donne sanno bene cosa significhi avere un diritto solo sulla carta: troppi ospedali pieni di obiettori e troppe porte chiuse per chi cerca un servizio sanitario che dovrebbe essere garantito nei famosi Livelli Essenziali di Assistenza.

My Voice, My Choice” mette le cose in chiaro: l’aborto è assistenza sanitaria di base. Negarlo non è solo un attacco alla libertà delle donne, è un rischio sanitario ed economico. Secondo la campagna, la mancanza di accesso porta a danni fisici, stress psicologico e un carico economico spesso insostenibile, soprattutto per chi appartiene a comunità già marginalizzate.

E non è tutto. Quando lo Stato non garantisce un diritto fondamentale, qualcun altro lo garantisce al posto suo: criminalità organizzata, cliniche abusive, pratiche illegali senza tutela né sicurezza. Una società che chiude gli occhi sull’aborto legale non elimina gli aborti: elimina solo quelli sicuri. Tutto il resto finisce per ingrassare i circuiti clandestini, a rischio delle donne e, volendo essere cinici, anche del sistema sanitario e sociale che poi deve gestire le conseguenze.

Così l’Europa si sveglia (forse)

La commissione Femm chiede ora alla Ue di andare oltre le dichiarazioni di principio e di istituire un meccanismo finanziario europeo “opt-in”: ogni Paese potrà aderire volontariamente e usare fondi dell’Unione per garantire l’accesso all’interruzione di gravidanza nel rispetto delle leggi nazionali. Tradotto: nessuno obbliga gli Stati più conservatori, ma almeno non potranno impedire ad altri di fare quello che è giusto.

Un passo politico necessario, visto che nel 2025 solo sei Paesi dell’Ue consentono l’aborto senza restrizioni: Svezia, Francia, Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca e Lussemburgo. L’Italia, invece, precipita nella parte bassa della classifica europea per via dell’altissimo numero di obiettori e delle mille barriere pratiche che rendono il diritto un labirinto burocratico.

Il Parlamento europeo è preoccupato: parla di “reazione anti-diritti”, di movimenti che vogliono riportare le donne indietro di decenni, di attacchi alla salute sessuale e riproduttiva. 

Nessuna donna dovrebbe lasciare il proprio Paese per esercitare un diritto

La frase è della relatrice Abir Al-Sahlani, e sembra quasi banale nella sua ovvietà. Eppure è la realtà quotidiana di molte europee costrette a spostarsi per fare qualcosa che dovrebbe essere garantito sotto casa, in un ospedale pubblico, senza vergogna e senza ostacoli.

Oltre la mera retorica

Le eurodeputate, da Moretti (PD) a Scuderi (Verdi) fino a Morace (M5S), parlano di diritti universali, di corpo, di autodeterminazione. Le parole sono quelle che conosciamo, ma almeno questa volta sono accompagnate da un voto concreto. Ciò nonostante, il traguardo è ancora lontano: ora tocca alla plenaria del Parlamento, indicativamente nel novembre 2025, e poi alla Commissione europea decidere se tradurre tutto in una legge vera.

E nel frattempo, simbolicamente, molte eurodeputate si sono vestite di rosa: “On Wednesdays, we wear pink. And change history”. Sarà. Per ora, se l’Europa vuole davvero cambiare la storia, potrebbe iniziare col garantire che nessuna donna debba più scegliere tra la propria salute e un viaggio clandestino. Perché un diritto negato non resta negato: diventa un affare. E quando lo Stato abbandona le donne, qualcun altro è sempre pronto a intervenire. Di solito, nel peggiore dei modi.

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Nata a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1996 da genitori tunisini, inizia il suo impegno nel sociale a soli 16 anni, dedicandosi al volontariato e all'attivismo nei quartieri più difficili della città. A 18 anni, è la prima ragazza con il velo a candidarsi come consigliera comunale in Italia. Dopo la maturità, si iscrive a giurisprudenza, dove al momento sta scrivendo una tesi in inglese sulla tutela delle vittime di tratta di esseri umani. Ha avviato un percorso di formazione come mediatrice interculturale. Parla fluentemente italiano, arabo, inglese e francese, ed è specializzata nel supporto alle vittime di tratta e nella tutela dei minori non accompagnati. Ha lavorato per anni con organizzazioni internazionali come l'agenzia delle Nazioni Unite IOM e Save the Children. Nel 2016 si trasferisce in Germania, dove completa una formazione come Fundraiser e continua a lavorare su progetti di immigrazione. Oltre all'impegno professionale, porta avanti la sua passione per i diritti umani e la scrittura.

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