Movimento di macchina su una stanza piena di bambole, una nenia infantile in sottofondo e una signora di mezza età che dondola una culla. Così si apre il film. Ma chi è la donna inquadrata? Ebbene, è la famosissima zia Ruth che, all’interno dell’altrettanto nota pellicola Chi giace nella culla di zia Ruth?, canta per la sua “figlia”:
Fai la brava e dormi.
La mamma tornerà domattina
La donna, vestita in abiti ottocenteschi, si allontana. La macchina da presa torna sulla culla: la bimba dormiente è ora uno scheletro mummificato. Cosa è successo alla bambina?
In questo film criptico e tra i più riusciti del regista Curtis Harrington (1926-2007), il tema della perdita, della morte e della speranza nell’aldilà si fondono in una grottesca favola nera, che ricorda i racconti dei Fratelli Grimm. Shelley Winters (1920-2006), due volte Premio Oscar per Il diario di Anna Frank (George Stevens, 1959) e Incontro al Central Park (A Patch of Blue, Guy Green, 1965), interpreta una donna sola che vive in una grande casa circondata da servitù e da un sedicente medium, interpretato da Ralph Richardson (1902-1983), che le promette di comunicare con la figlia morta Katharine.
Disperata e vulnerabile, Zia Ruth desidera rivedere la figlia e si lascia facilmente ingannare, pagando cifre esorbitanti per ottenere il conforto che cerca.
Ogni anno, Zia Ruth organizza una festa di Natale invitando pochi bambini scelti dall’orfanotrofio locale. Solo i più meritevoli trascorreranno tre giorni nella sontuosa casa Forrest, tra leccornie e letti caldi. Tra loro, i fratelli orfani Christopher (Mark Lester) e Katy Coombs (Chloe Franks) riescono a eludere la sicurezza e a intrufolarsi alla festa. Zia Ruth, premurosa ma eccentricamente ossessiva, resta colpita dalla piccola Katy, che le ricorda la figlia.
Le giornate natalizie scorrono serene, fino a quando tutti i bambini tornano all’orfanotrofio, tranne Katy, che scompare misteriosamente.
Harrington struttura il film puntando sugli sguardi e sui dialoghi di Winters, che domina la scena tra risate agghiaccianti e crisi interiori. La grande casa diventa teatro di una sorta di caccia al topo, tra mannaie, voci notturne e suspense crescente.
Gli altri attori fanno da cornice alla Winters, che qui diventa la caricatura di sé stessa: un’apparente padrona di casa amabile, per poi rivelarsi una “strega” o, più tristemente, una madre disperata. Questo psico-thriller, spesso confuso con un horror, è in realtà un film amaro e malinconico. Il pubblico può immedesimarsi negli occhi dei bambini o in quelli di Zia Ruth, continuamente ingannata da chi la circonda.
Alcune scene, pur grottesche, hanno un tono quasi comico, come quando Zia Ruth cucina il maiale e Christopher teme di diventare il pasto, mentre la signora addenta una mela con ingordigia davanti al ragazzino. Il film si inserisce nel contesto del cinema indipendente anni Settanta, aprendo la strada a sperimentazioni narrative e psicologiche. Da non perdere il doppiaggio italiano originale con la voce di Lydia Simoneschi, che aggiunge profondità alla performance della Winters.
Per chi ama lo stile di Harrington e la Winters inquietante, consiglio anche I raptus segreti di Helen (What’s the Matter with Helen?, 1971) con Debbie Reynolds e Agnes Moorehead, e Ruby (1977), più vicino al cinema horror classico. Whoever Slew Auntie Roo? è un cult senza tempo, un film che mescola grottesco, psico-thriller e fiaba nera. Tra lucida follia e malinconia, Harrington ci regala una storia che intriga, diverte e inquieta. Per gli appassionati di cinema anni ’70, Shelley Winters e misteri macabri, è un’esperienza cinematografica imperdibile.
«Adesso è morto… il colonnello Forrest?» chiede uno dei bambini. «È andato dall’altra parte dello specchio, ma io gli parlo spesso!» risponde Zia Ruth!
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“La casa del terrore” di Seth Holt (1961): quando la paura fa novanta! – L’Opinione
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