Crea fastidio, dubbi e perplessità l’esposizione di un gatto impagliato sulla fotocopiatrice con il titolo CopyCat, nella mostra al MAMbo di Bologna, in cui l’invito nascosto sembrerebbe essere quello di fotocopiarlo. Il pensiero ed il sorriso di compassione vengono spontanei e rivolti agli autori, tanto da portare quasi a chiedersi quali violenze abbiano subito da bambini e a rivolgere al povere gatto un sonoro “perdona loro, perché non sanno quello che fanno“!
Oltre ai trascorsi storici e simbolici del gatto che di seguito vado a sviluppare, sul tema delle riproduzioni meccaniche mi vengono in mente, per esempio, il mio carissimo amico Ciro Discolo, attore e regista, che a forza di solleciti rivolti ad una persona le faceva fotocopiare la mano per poi inventarsi predizioni surreali. Oppure, una buona “vecchia” pellicola all’interno della quale, il protagonista, credo fosse David Niven, dopo aver visto a Firenze il “David” di Donatello, si chiudeva in una cabina per le fototessere dove si fotografava le parti basse per poi confrontarle, con esito frustante, con quelle del celebre colosso scultoreo.
Insomma, quello che vorrei contestare riportano alla mente tali ricordi, è la mancanza di rispetto che si intravede (neanche troppo velatamente) nella mostra del MAMbo. Ma non solo. Anzi, in tutte quelle forme di svilimento della morte (incluso l’atto di mangiare una semplice bistecca) e di sfregio come questa. Eppure, il gatto è da sempre un animale sacro, venerato per millenni da innumerevoli popolazioni. Chissà, evidentemente ce lo siamo dimenticati!
Basti pensare all’Antico Egitto, in cui il felino in questione veniva erto a simbolo di protezione e fertilità in relazione alla dea Bastet. Oppure, alla divinazione in relazione alla dea nordica Freja o alla dea indiana della nascita Shasti, o ancora, alla dea minoica dei serpenti, della fertilità e della natura. Per di più, per chi non lo sapesse, da un punto di vista esoterico, gli alchimisti consideravano il gatto un animale magico, tant’è che spesso veniva raffigurato accanto a loro poiché si riteneva che potesse ispirarli con la sua sola presenza. Nelle scene familiari, poi, lo si poneva accanto al fuoco giacché si pensava che potesse renderlo magico e che fosse un riferimento al segreto della vita eterna.
Le ulteriori considerazioni le lascio ad una convinta ambientalista ed animalista, la dottoressa Carla Ursino:
“Per chi, come noi, ha vissuto la propria infanzia in campagna ha imparato che ogni forma di vita contribuisce a creare un ecosistema che sostiene le esistenze di tutti i suoi componenti e ha imparato a rispettare ogni singolo animale come parte necessaria e integrante del tutto. Di sicuro mai avremmo pensato di poter “fotocopiare” una vita, seppur ormai finita, come parte di una installazione artistica.
È quello che è accaduto a Bologna al MAMbo dove due artisti, Eva e Franco Mattes, hanno esposto il corpo di un gatto morto e trattato con la tecnica dell’imbalsamazione in un’opera chiamata ‘Copycat’, dove si può letteralmente effettuare una copia dell’animale, in nome di un’arte che parla di provocazione e ironia. L’arte in questo caso, però, diventa strumento di spettacolarizzazione della morte, sfociando in una brutalità fine a sé stessa.
Si priva un animale della sua dignità, della sua funzione nell’ecosistema e viene utilizzato come un oggetto, reso una mera espressione della volontà dell’artista. In questo modo l’esistenza perde tutto il suo valore. L’uomo diventa padrone della vita altrui senza alcuno scrupolo. L’arte deve fornire spunti di riflessione, invitare il proprio pubblico a pensare ai cambiamenti nella società odierna, ma non deve mai perdere di vista il confine sottile fra ciò che giusto e ciò che non lo è.
Non basta la giustificazione che il gatto fosse un randagio già morto, perché altrimenti passa l’ulteriore messaggio che una vita ha meno valore di un’altra solo perché non sufficientemente importante. Invece, in quella campagna dove abbiamo trascorso l’infanzia, il gatto randagio si rifocillava, nutriva, trovava protezione, proprio perché aveva la funzione preziosa di proteggere i raccolti dai topi. Era una vita che aveva un grande valore. E, una volta conclusa, ritornava alla terra come parte di essa. Si poteva “fotocopiare” un fantoccio, sarebbe stata una grande lezione di vita oltre che artistica.”
In conclusione, qui non siamo davanti ad una espressione di arte, ma ad una vera e propria operazione “trash” diretta al solo denaro ed alla sola volontà di far parlare di sé in un mondo di sole parole e non di fatti!
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