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Demonio dalla faccia d’angelo (1977): un horror sospeso tra ghost story e dramma psichico

Full Circle (1977), noto in Italia come Demonio dalla faccia d’angelo, è uno dei titoli più sottovalutati dell’horror psicologico della seconda metà degli anni ’70. Diretto da Richard Loncraine e interpretato da Mia Farrow, il film si inserisce nel solco di un cinema britannico intimista, più interessato alla disgregazione interiore che alla spettacolarizzazione del soprannaturale. A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, “Full Circle” merita una rilettura critica per la sua costruzione formale rigorosa e per l’uso del perturbante come metafora del trauma.

Credit: Web

Il lutto come dispositivo horror in “Demonio dalla faccia d’angelo”

La vicenda ruota attorno a Julia Lofting, donna segnata dalla morte accidentale della figlia, soffocata a causa di un pezzo di mela. Dopo aver lasciato il marito, si trasferisce in una casa londinese carica di memorie oscure. Lì inizia a percepire presenze infantili e tracce di una tragedia passata.

Narrativamente, Demonio dalla faccia d’angelo adotta una progressione lenta e controllata. Non c’è accumulo di shock visivi né un uso insistito del jumpscare; il film costruisce tensione attraverso ellissi, silenzi e una ripetizione quasi ossessiva di gesti quotidiani. L’elemento soprannaturale rimane ambiguo fino alla conclusione, sospeso tra allucinazione e manifestazione reale. Questa ambiguità costituisce il vero motore drammaturgico dell’opera e rafforza la dimensione psicologica del racconto.

Mia Farrow e il volto dell’isteria moderna

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Dopo l’esperienza in Rosemary’s Baby di Roman Polanski, Mia Farrow torna a incarnare una femminilità fragile e perseguitata. In Full Circle, tuttavia, il suo personaggio assume una dimensione più tragica che vittimistica. Il corpo e il volto dell’attrice diventano superfici di proiezione del trauma. Lo sguardo smarrito, i movimenti trattenuti e una recitazione costruita per sottrazione suggeriscono una frattura interiore mai del tutto verbalizzata. Farrow non mette in scena l’esplosione della follia, ma la sua lenta sedimentazione, rendendo la performance uno degli elementi più solidi del film.

L’accostamento con Don’t Look Now di Nicolas Roeg risulta inevitabile, soprattutto per la centralità del lutto come esperienza che altera percezione, memoria e spazio.

Estetica e regia: lo spazio come organismo narrativo

Richard Loncraine costruisce un horror atmosferico fondato sulla gestione dello spazio domestico. La casa londinese non è semplice ambientazione, ma un vero dispositivo narrativo che assorbe e riflette il dolore della protagonista. I corridoi profondi suggeriscono un senso di fuga impossibile, le stanze vuote amplificano il silenzio e il fuori campo diventa strumento privilegiato per evocare la presenza dell’invisibile. La fotografia privilegia tonalità fredde e una luce diffusa che smorza i contrasti netti. L’assenza di ombre marcate o effetti espressionisti rende l’orrore ancora più sottile, radicato nell’ordinarietà. Anche la colonna sonora interviene con discrezione, lasciando che il silenzio diventi elemento strutturale della tensione.

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Nel panorama dell’horror psicologico anni ’70, Demonio dalla faccia d’angelo rappresenta un momento di passaggio. L’orrore non è più incarnato da una figura mostruosa esterna, ma dal collasso dell’equilibrio interiore. Il trauma familiare e la maternità assumono una dimensione ambivalente, mentre la casa si trasforma in luogo di minaccia latente. L’opera di Richard Loncraine partecipa a questa ridefinizione del genere con un approccio sobrio e analitico, anticipando sensibilità che diventeranno centrali nel cinema psicologico contemporaneo.

Ambiguità finale e lettura simbolica

Il finale non offre rassicurazioni né spiegazioni definitive. L’ambiguità rimane intatta, lasciando aperta la possibilità che il soprannaturale sia una costruzione mentale generata dal dolore irrisolto. La struttura circolare suggerita dal titolo originale rafforza l’idea di un trauma che non trova catarsi e che ritorna, ossessivo, a reclamare attenzione. Il “demone” evocato dal titolo italiano non coincide con un’entità precisa, ma con la materializzazione simbolica del lutto. L’orrore, in questo caso, non irrompe dall’esterno: emerge dall’impossibilità di elaborare la perdita.

Poster/Credit: web

Perché riscoprirlo oggi?

Riscoprire la pellicola oggi significa confrontarsi con un cinema dell’attesa e della sottrazione, distante dall’horror spettacolare contemporaneo. La centralità del trauma psicologico, l’interpretazione stratificata di Mia Farrow e la coerenza formale della regia rendono Demonio dalla faccia d’angelo un’opera ancora sorprendentemente attuale. Non è un film che cerca di spaventare con effetti immediati. È un horror che lavora in profondità, trasformando il dolore in presenza invisibile e persistente. Ed è proprio questa dimensione intima e perturbante a garantirgli, oggi, una nuova e meritata attenzione critica.

Quella perfida, malvagia creatura l’ho uccisa io. Lei graffiava, scalciava ma io misi la mia mano sulla sua bocca mentre la sua anima dannata come vomito le usciva. Soffocò strozzata dalla sua stessa malvagità…

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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