Benvenuti ad un nuovo appuntamento di Senti chi parla, la rubrica che vi porta dietro le quinte del doppiaggio italiano con osservazioni, interviste , riflessioni e, quando serve, una sana dose di polemica. Oggi mi tocca smontare insieme a voi un mito, o meglio, un atteggiamento che per troppo tempo è rimasto inosservato: quello degli spettatori che si sentono automaticamente superiori perché vedono tutto in lingua originale.
Noi doppiatori cerchiamo di riproporre quel che è stato fatto in lingua originale, adeguandolo alla nostra sensibilità, al nostro linguaggio, alla nostra espressività e in un contesto italiano – David Chevalier
Li conosciamo tutti. Sono quelli che ti guardano con sufficienza se confessi di aver visto una serie doppiata, come se stessi ammettendo un peccato mortale. Secondo loro, “se non è in lingua originale non è la stessa cosa”. Ma la verità è che dietro questo atteggiamento da snob, spesso, non c’è reale competenza, ma solo frustrazione e voglia di sentirsi un gradino sopra gli altri.
Chiariamo subito una cosa: non sto dicendo che il doppiaggio sia sempre perfetto. Ci sono stati, e ci sono ancora, prodotti doppiati male. È un fatto. Non siamo immuni dagli errori o da lavori poco riusciti. Ma da qui a decretare che “il doppiaggio rovina tutto” ce ne passa!
Vi racconto un episodio. Tempo fa ho conosciuto una persona che consigliava con aria da grande intenditore di guardare “Desperate Housewives” esclusivamente in lingua originale, perché “in italiano perde troppo”. Ora, permettetemi di sorridere. “Desperate Housewives” in italiano è doppiata da Dio. Le voci, le interpretazioni, il ritmo: un lavoro magistrale che ha reso quella serie amatissima anche qui, e che ha dato alle protagoniste un’identità fortissima. In alcuni momenti, oso dire, le voci italiane hanno persino più presa rispetto alle originali. Ma niente, secondo certi guru dell’“originale a tutti i costi”, se non hai visto un episodio in inglese sei un profano.
E poi c’è la mia esperienza personale. Quando ho lavorato a “Squid Game“, mi sono trovato davanti a una valanga di critiche al doppiaggio. Non costruttive, non motivate: critiche buttate lì da persone convinte di “capire meglio” guardando la serie in coreano. Coreano, sì. Ma ditemi: quanti in Italia parlano davvero il coreano? Quanti lo conoscono a tal punto da coglierne inflessioni, registri, sfumature culturali? La verità è che molti di quelli che gridavano “meglio in originale” non sapevano distinguere il coreano dal giapponese o dal cinese. Sentivano un suono, qualsiasi suono esotico, e già si fomentavano, convinti di aver colto chissà quale autenticità. Ma in realtà… non capivano nulla. Nulla di nulla. È come applaudire una poesia in una lingua che non conosci, solo perché ti piace il suono delle parole. Suggestione pura, non comprensione.
E qui voglio aggiungere un altro aspetto fondamentale: oggi, fortunatamente, abbiamo la possibilità di vedere un’opera nella lingua che preferiamo. Le piattaforme di streaming ci danno la libertà totale: doppiaggio italiano, originale, sottotitoli, versioni alternative. Una ricchezza che fino a venti o trent’anni fa era semplicemente impensabile. Io stesso, quando compravo le VHS, non avevo questa scelta: vedevi il film come te lo davano, doppiato, punto. E nessuno gridava allo scandalo, anzi. Oggi invece si può scegliere. Ed è proprio questa libertà che rende ancora più ridicolo l’atteggiamento di chi guarda con disprezzo chi preferisce il doppiaggio: non è superiorità, è solo snobismo. Non è intelligenza, è un modo sciocco per sentirsi più in alto degli altri. Ma non si è più in alto, si è soltanto sciocchi.
Il doppiaggio esiste per aprire le porte delle storie a chi non conosce la lingua d’origine, e quando è fatto bene non toglie nulla: aggiunge. È sacrosanto preferire l’originale se si conosce davvero la lingua: arricchisce, è formativo, è bellissimo. Ma giudicare gli altri per la loro scelta è inutile, meschino e pure patetico.
Quindi, cari amici del “solo originale”: prima di snobbare il doppiaggio, imparate almeno a usare bene la vostra lingua, l’italiano. Perché finché inciampate sui congiuntivi e vi esaltate per suoni che non capite, fate un po’ la figura di chi si crede sommelier facendo roteare il Tavernello nel bicchiere di plastica. Insomma, chi guarda un’opera doppiata non è un eretico da processare, così come chi sceglie i sottotitoli non è un illuminato da venerare. Alla fine, ognuno fa quello che vuole: l’unico vero rumore di fondo resta quello di chi pretende di decidere per gli altri.
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