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Doveva morire, ma non è morta: il caso Christa Pike e le contraddizioni della pena capitale

Il 30 settembre 2026 il Tennessee doveva giustiziare Christa Gail Pike, cinquant’anni, condannata a morte per il brutale assassinio della diciannovenne Colleen Slemmer, commesso nel 1995 quando Pike aveva diciotto anni. Sarebbe stata la prima donna messa a morte nello Stato da circa due secoli. L’esecuzione, però, non è terminata con la morte della condannata, ma è risultata in una pena (tortura) crudele.

Non si potranno esigere cauzioni eccessive, né imporre ammende eccessive, né infliggere pene crudeli e inusuali – Costituzione degli Stati Uniti, VIII Emendamento (1791)

Il personale del Riverbend Maximum Security Institution ha somministrato a le due dosi di pentobarbital previste dal protocollo. Lei ha continuato a respirare. Testimoni presenti hanno riferito di averla sentita russare rumorosamente e di averla vista ancora manifestare segni vitali. Dopo che la procedura era iniziata da oltre un’ora, è stata trasferita in ospedale. Al 2 ottobre i suoi avvocati la descrivono in condizioni critiche e sottoposta a cure salvavita.

Tennessee State Capitol, Nashville. Foto: FaceMePLS/Credit: Wikimedia Commons/CC BY 2.0.

I tentativi di esecuzione a Christa Pike non sono stati propriamente due

Occorre subito una precisazione, perché la terminologia giornalistica rischia di deformare il fatto. Christa non è propriamente “sopravvissuta a due esecuzioni”: ha subito un unico tentativo di esecuzione, durante il quale le sono state effettuate due somministrazioni del farmaco letale previste dalla procedura. La differenza non è nominalistica. Quando si discute di pena capitale, l’esattezza lessicale è già parte dell’analisi. Il Tennessee Department of Correction sostiene di avere seguito ogni passaggio del protocollo approvato e afferma che il farmaco utilizzato si era dimostrato efficace nelle precedenti applicazioni. Ma proprio questa dichiarazione apre la questione più difficile: se il protocollo è stato seguito correttamente e tuttavia l’esecuzione è fallita, il problema non può essere liquidato come semplice errore dell’operatore.

Il governatore Bill Lee ha definito quanto accaduto profondamente preoccupante, ha bloccato la restante esecuzione prevista nel Tennessee nel 2026 e ha disposto una revisione indipendente. Non è neppure la prima volta. Nel 2022 lo stesso Tennessee aveva sospeso le esecuzioni dopo la scoperta di irregolarità nell’applicazione delle procedure. A seguito di quella crisi il protocollo era stato nuovamente revisionato e, dal dicembre 2024, lo Stato aveva adottato il pentobarbital come unico farmaco.

La storia comincia molto prima: un rischio che non era invisibile

Il caso assume una dimensione particolarmente delicata perché alcuni dei problemi emersi durante l’esecuzione erano stati prospettati prima. Negli atti giudiziari depositati poche giornate prima dell’esecuzione compaiono riferimenti specifici alle condizioni fisiche di Pike: trombocitosi, vene piccole e compromesse e possibili difficoltà nell’accesso venoso. La documentazione processuale mostra che proprio questi elementi erano diventati materia di controversia tra la difesa e lo Stato.

Secondo la testimonianza di uno dei suoi avvocati, durante l’esecuzione il personale avrebbe utilizzato almeno sette aghi nel tentativo di ottenere gli accessi venosi necessari. È una circostanza che dovrà essere verificata dall’indagine e non può ancora essere trattata come conclusione ufficiale. Lo stesso vale per l’affermazione della difesa secondo cui il pentobarbital utilizzato sarebbe stato degradato: al momento è un’ipotesi avanzata dai legali, non un fatto accertato. Anche escludendo ciò che resta da dimostrare, rimane un dato difficilmente eludibile: prima dell’esecuzione la difesa aveva già segnalato il rischio di difficoltà nell’accesso venoso, e durante l’esecuzione quel rischio si è concretamente manifestato.

Non significa che sia già dimostrata una violazione costituzionale, ma che la parola “imprevedibile” dovrà essere utilizzata con molta cautela.

Le ultime ore davanti ai giudici

La sequenza giudiziaria che precede l’esecuzione è altrettanto significativa: il 29 settembre la Corte Suprema degli Stati Uniti respinse una precedente richiesta di sospensione; il giorno successivo, invece, il Sixth Circuit Court of Appeals concesse uno stay temporaneo per esaminare un’ulteriore questione processuale sollevata dalla difesa. Il Tennessee si rivolse immediatamente alla Corte Suprema. Con l’ordine nel caso Nelsen v. Pike, la maggioranza della Corte revocò la sospensione e consentì allo Stato di procedere. Le giudici Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson dissentirono. Sotomayor criticò in particolare la scelta di consentire l’esecuzione mentre una questione giuridica era ancora pendente davanti alla corte d’appello, richiamando la necessità di particolare cautela quando una decisione produce conseguenze irreversibili.

Poche ore dopo, lo Stato tentava di eseguire la sentenza. Il rapporto temporale tra i due fatti non dimostra naturalmente che la decisione della Corte Suprema abbia determinato il fallimento tecnico. Sarebbe un salto logico. Ma rende evidente una peculiarità della pena capitale: il tempo processuale e il tempo biologico finiscono per entrare in collisione. Una volta eseguita la pena non esiste più alcun rimedio successivo capace di ricostituire la situazione precedente. È anche il punto sul quale, intervenendo il 2 ottobre ai microfoni di Radio Radicale, la costituzionalista Benedetta Barbisan ha richiamato l’attenzione discutendo il ruolo dell’emergency docket e la particolarità delle decisioni assunte nelle ore immediatamente precedenti un’esecuzione.

Camera per l’iniezione letale nel penitenziario di San Quentin, California. Foto: California Department of Corrections and Rehabilitation/Credit:Wikimedia Commons

Trent’anni per arrivare alla somministrazione della morte a Christa Pike: perché?

Esiste poi il paradosso opposto. I giudici hanno condannato Pike nel 1996. Sono trascorsi circa trent’anni tra la sentenza e il tentativo di esecuzione. Perché tanto tempo? Una risposta semplicistica consisterebbe nel denunciare la lentezza della giustizia americana. Tuttavia, nella pena capitale la lentezza ha una funzione molto particolare: consente appelli, ricorsi, verifiche sull’efficacia della difesa, valutazione di nuove prove, richieste di clemenza, procedure statali e federali. In altre parole, proprio perché la pena è irreversibile, il sistema moltiplica i controlli per ridurre il rischio di un’esecuzione erronea.

Accelerare drasticamente significa ridurre quelle garanzie. Mantenerle significa però condannare una persona a trascorrere decenni sapendo che lo Stato potrebbe stabilire il giorno e l’ora della sua morte.

Paolo Passaglia, professore di Diritto comparato all’Università di Pisa, intervistato da Radio Radicale dopo il caso, ha ricondotto questa tensione al cosiddetto death row phenomenon: la condizione prodotta dalla lunghissima permanenza nel braccio della morte, questione che il diritto europeo aveva già incontrato nel celebre caso Soering. La Commissione interamericana dei diritti umani, appena sei giorni prima dell’esecuzione, aveva pubblicato il proprio rapporto, soffermandosi anche sui più di ventotto anni trascorsi dalla donna nel braccio della morte e sulle sue condizioni di detenzione. La Commissione aveva raccomandato agli Stati Uniti di commutare la sentenza capitale.

È importante distinguere i piani: una raccomandazione della Commissione interamericana non equivale a una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti. Ma dimostra che il caso era già diventato, prima ancora del 30 settembre, oggetto di scrutinio internazionale.

La medicina chiamata a produrre la morte

C’è infine un aspetto forse ancora più profondo. La cultura contemporanea ha presentato l’iniezione letale come un’evoluzione della pena capitale. Rispetto all’impiccagione, alla fucilazione o alla sedia elettrica, elimina apparentemente la dimensione violenta dello spettacolo. Il personale distende il condannato su un lettino. Si prepara un accesso venoso. Si utilizzano farmaci. Gli operatori controllano parametri corporei. Il lessico è clinico.

La scena somiglia a quella di un ospedale, ma soltanto la scena. L’atto medico utilizza aghi e farmaci per preservare una vita; l’iniezione letale utilizza gli stessi segni per terminarla. È una singolare inversione semiotica della medicina: il dispositivo conserva il linguaggio della cura mentre ne rovescia la finalità. Non sorprende che proprio qui nasca una delle contraddizioni strutturali del sistema. Per realizzare un’esecuzione farmacologica affidabile occorrerebbero competenze mediche sofisticate; ma le organizzazioni professionali mediche pongono fortissime restrizioni alla partecipazione dei propri membri alle esecuzioni. A questo si aggiunge il problema dell’approvvigionamento.

L’archivio di Radio Radicale

L’archivio di Radio Radicale conserva una parte importante di questa storia. Già nel 2010-2011 Nessuno tocchi Caino e Reprieve condussero in Italia una campagna sul possibile impiego nelle esecuzioni statunitensi di sodio tiopentale prodotto nello stabilimento Hospira di Liscate. Le pressioni sui produttori europei resero sempre più difficile per gli Stati americani procurarsi i farmaci necessari alle iniezioni letali. Negli anni successivi diversi produttori hanno introdotto restrizioni affinché i loro prodotti non fossero impiegati nelle esecuzioni. È così nato un singolare problema logistico: lo Stato dispone del potere giuridico di uccidere, ma incontra crescenti difficoltà nel mercato per acquistare gli strumenti farmaceutici con cui esercitarlo.

Anche per questo la provenienza, la conservazione, la purezza e la potenza del pentobarbital utilizzato nel caso Pike dovranno essere oggetto della revisione disposta dal Tennessee. Attribuire già oggi il fallimento a un farmaco degradato sarebbe prematuro. Sarebbe altrettanto prematuro non chiedere quale farmaco abbia utilizzato il Tennessee, chi lo abbia prodotto e quali controlli ne abbiano verificato qualità, conservazione ed efficacia.

L’Ottavo Emendamento non promette una morte indolore

Occorre evitare anche un altro equivoco. La giurisprudenza della Corte Suprema non stabilisce che un metodo di esecuzione divenga incostituzionale semplicemente perché comporta dolore o perché una sua applicazione fallisce. Da Baze v. Rees a Glossip v. Gross e successivamente Bucklew v. Precythe, la Corte ha costruito una soglia assai più complessa: per contestare un metodo di esecuzione occorre generalmente dimostrare un rischio sostanziale di grave sofferenza e indicare un’alternativa disponibile capace di ridurlo significativamente. La Costituzione americana, ha affermato la Corte, non garantisce una morte completamente priva di dolore.

Per questo il caso Pike non consente ancora una conclusione costituzionale automatica. Potrebbe però modificare il quadro probatorio che i giudici esamineranno nelle future controversie. Un rischio soltanto ipotetico prima di un’esecuzione assume infatti una qualità diversa dopo che la procedura progettata per provocare rapidamente la morte ha lasciato la condannata viva e in condizioni critiche.

La persona che non deve scomparire è Colleen Slemmer

In tutta questa discussione c’è infine un nome che non dovrebbe diventare una nota a piè di pagina: Colleen Slemmer. Aveva diciannove anni. Il delitto per il quale Pike fu condannata fu di straordinaria violenza. Ricordarlo non indebolisce la critica alla pena capitale; la rende più difficile e quindi più seria. La questione dei diritti umani comincia precisamente quando si decide se alcuni diritti appartengano soltanto a chi li merita oppure alla persona in quanto tale. Una società può condannare senza attenuanti un assassinio e contemporaneamente interrogarsi sui limiti del potere dello Stato nei confronti dell’assassino. Le due proposizioni non sono incompatibili. Anzi, è proprio nei casi peggiori che il principio viene messo alla prova.

Insomma, il caso Pike rivela quanto la modernizzazione della pena di morte abbia progressivamente cercato di sottrarre l’esecuzione alla rappresentazione della violenza. Il patibolo diventa lettino; il boia diventa operatore; il veleno diventa farmaco; l’uccisione diventa protocollo. Il linguaggio cambia e con il linguaggio cambia la percezione dell’atto. Finché tutto funziona. Quando invece l’ago non trova la vena, il farmaco non produce l’effetto previsto e il condannato continua a respirare davanti ai testimoni, il dispositivo simbolico si rompe. Dietro la procedura riappare ciò che la procedura aveva cercato di rendere invisibile: un essere umano immobilizzato e uno Stato impegnato tecnicamente a provocarne la morte.

L’indagine ordinata dal governatore Lee dovrà stabilire che cosa sia materialmente accaduto: accessi venosi, dosaggi, farmaci, conservazione, controlli, responsabilità e procedure di emergenza. Eppure, non posso fare a meno di chiedermi se per rendere accettabile la pena di morte, abbiamo davvero bisogno di farla somigliare sempre di più alla medicina!? In tal caso, il problema non riguarda soltanto come lo Stato uccide, ma ciò che cerchiamo di non vedere quando lo fa!

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Renato Ongania

Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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