Nei giorni scorsi a Berlino un uomo si è lanciato con un furgone contro la folla radunata per il Christopher Street Day, il Pride della capitale tedesca. L’attacco ha provocato vittime e numerosi feriti, trasformando una giornata di festa e libertà nell’ennesimo episodio di violenza ai danni della comunità LGBTQIA+. Secondo quanto comunicato dalle autorità tedesche, il sospettato era noto agli ambienti dell’estremismo islamista e gli investigatori stanno seguendo questa pista come principale ipotesi.
Ora le indagini faranno il loro corso e cercheranno di stabilire ogni responsabilità, ma perché i Pride sono diventati bersagli così esposti nel corso degli ultimi anni? Si tratta di manifestazioni che rappresentano vivamente libertà, diritti civili, inclusione e pluralismo, eppure organizzarne (e soprattutto viverne) uno starebbe diventando ogni giorno più complicato.
Dal corteo alla trincea: quando celebrare i diritti significa imparare a difenderli
Di recente, infatti, ideare una marcia dell’orgoglio in Europa implica, sempre più spesso, la predisposizione di piani di sicurezza via via più articolati. Barriere antisfondamento, veicoli delle forze dell’ordine, controlli agli accessi, unità cinofile, artificieri, sorveglianza aerea con droni. Misure che fino a poco tempo fa erano riservate, ad esempio, all’arrivo in città di vertici internazionali o a grandi eventi sportivi.

È un cambiamento significativo, perché se negli anni novanta ci si doveva preoccupare della possibilità stessa di organizzare un Pride, adesso il problema è garantire che migliaia di persone possano parteciparvi senza dover temere per la propria vita, come del resto sarebbe potuto accadere in un passato che non smettiamo mai di ricordare. Gli inquirenti hanno identificato il presunto autore della tragedia di Berlino come il 21enne Abdul Ballout, cittadino tedesco di origine libanese, a quanto pare già conosciuto per la sua radicalizzazione islamista e con precedenti per reati legati alla preparazione di atti violenti. Dopo una vasta caccia all’uomo, gli agenti lo hanno rintracciato nel quartiere berlinese di Spandau e ucciso dopo che questo si sarebbe avventato contro di loro armato di un coltello.
Il timore di riconoscere il volto di chi perpetra odio
Ad intimorire maggiormente, però, non è solamente l’atto perpetrato in sé da Abdul, ma anche la reazione della comunità a quello che è successo. Parte dell’opinione pubblica, in effetti, sembrerebbe provare un certo disagio dinanzi a vicende del genere, poiché quando la violenza proviene da ambienti riconducibili all’estremismo islamico, la condanna dell’attentato si accompagna, purtroppo, al timore che il racconto dei fatti possa alimentare sentimenti islamofobi. Potrebbe pure considerarsi comprensibile, ma il rischio è che la paura di essere strumentalizzati finisca per rendere più difficile parlare apertamente di una realtà che, ci piaccia oppure no, esiste!
Riconoscere che una parte del fondamentalismo islamico considera l’omosessualità incompatibile con la propria visione non significa attribuire quella posizione all’intera comunità musulmana. Allo stesso modo, ignorare il problema per non alimentare pregiudizi sicuramente non aiuta né il confronto né la tutela di quelle stesse minoranze che si vorrebbero difendere. Una società democratica dovrebbe essere capace di fare entrambe le cose: contrastare l’islamofobia senza minimizzare l’estremismo, così come combattere l’omofobia senza trasformarla in un’accusa indiscriminata contro un’intera fede.
Da Oslo a Berlino: una minaccia che attraversa l’Europa
Per di più, il caso berlinese non è neppure il primo. Difatti, nel giugno 2022 Oslo fu teatro di una sparatoria nei pressi dei locali frequentati dalla comunità LGBTQ+, poche ore prima del Pride. L’attentato provocò due morti e decine di feriti, e le autorità norvegesi parlarono fin da subito di terrorismo di matrice islamica. Per non parlare, poi, degli allarmi, arresti preventivi e minacce in altre città europee. In Belgio, ad esempio, durante l’EuroPride le autorità hanno più volte rafforzato i dispositivi in dotazione alle forze dell’ordine alla luce del rischio di attentati e delle tensioni internazionali.
Certo, limitarsi a parlare di terrorismo islamico sarebbe comunque riduttivo. Del resto, l’ostilità verso il mondo LGBTQ+ proviene da numerosi ambienti, a partire dall’estrema destra radicale, dove alcuni movimenti suprematisti, gruppi ultraconservatori e perfino singoli individui radicalizzati online hanno preso di mira manifestazioni Pride con modalità differenti: aggressioni, intimidazioni, campagne d’odio, tentativi di sabotaggio e violenze fisiche.
Perciò, cambieranno le bandiere, gli slogan e perfino la retorica utilizzata per giustificare la violenza, ma ciò che non cambia è la volontà di colpire. D’altronde, per chi rifiuta una società aperta e pluralista, il Pride è la dimostrazione concreta che persone diverse possono convivere rivendicando pari dignità ed è proprio questo a renderlo, agli occhi degli estremisti, un obiettivo privilegiato.
L’Italia non è immune dall’odio, anche se racconta una storia diversa

Nel nostro Paese, fortunatamente, non si sono verificati di recente attentati paragonabili a quelli che hanno colpito altre realtà europee. Questo, però, non significa che il fenomeno dell’odio sia assente. Anzi, spesso e volentieri, i Pride italiani sono accompagnati da contestazioni, minacce, scritte offensive, aggressioni ai partecipanti e campagne di disinformazione, e di disprezzo, sui social network. La differenza con lo scenario internazionale, semmai, riguarda la natura delle minacce.
In Italia prevalgono episodi riconducibili all’omofobia, all’estremismo politico o a singoli individui, piuttosto che ad organizzazioni terroristiche strutturate. Chiaramente il risultato, per chi partecipa, cambia poco: la percezione di essere un possibile bersaglio continua ad accompagnare manifestazioni che, almeno nelle intenzioni, dovrebbero rappresentare un momento di festa e condivisione. Insomma, più una società amplia i diritti, o almeno è quel che dice di fare, e più cresce la necessità di proteggerne l’esercizio.
Difendere un Pride significa difendere qualcosa di più grande
In una democrazia, però, in cui ciascuno è libero di condividere, criticare o ignorare i Pride, la divergenza di opinioni non può e NON DEVE trasformarsi in violenza. Quando un corteo deve essere blindato per paura di un attentato, non è soltanto la comunità LGBTQ+ a perdere qualcosa, ma tutti noi. Perdiamo perché la libertà di manifestare diventa subordinata alla capacità dello Stato di difenderla; perché l’odio riesce a modificare la vita quotidiana di chi ha la sola colpa di voler essere se stesso e, infine, perché il timore sostituisce, seppur solo in parte, la spontaneità.
I diritti di ogni uomo sono diminuiti quando i diritti di un solo uomo sono minacciati — John F. Kennedy
Che dire, l’odio cambia lingua, religione, colore politico e bandiera. La libertà, invece, resta sempre uguale. E chissà, magari è proprio questa la sua colpa agli occhi di chi vorrebbe cancellarla: non appartenere a nessuno, se non a chi decide di esercitarla!
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