In un’epoca in cui la scarsità d’acqua non è più una minaccia futura ma una realtà già presente per milioni di persone, l’arte ha il dovere di scuoterci, di spogliarci delle nostre certezze e accorciare quella distanza che, seppur simbolicamente, in svariate occasioni viene a crearsi tra noi e il mondo che ci circonda. È quello che fa Eau de Eau, un progetto artistico e concettuale di Max Papeschi (clicca QUI per leggere la nostra intervista all’artista), con la partecipazione di Barbara Alberti che si traveste da profumo di lusso per rivelarsi poi, con feroce ironia, ciò che è sempre stato: pura acqua.
Presentato a Milano il 21 maggio 2025, nel corso di un evento che ha elegantemente “ingannato” gli invitati, Eau de Eau non è solo un oggetto d’arte, ma una critica lucida e spietata al nostro sistema di valori. L’acqua, simbolo universale di vita, diventa qui un feticcio, un bene d’élite, imprigionato in una boccetta dal design lussuoso, venduto come fosse una fragranza esclusiva. E così, quello che dovrebbe essere un diritto diventa un privilegio. Il che, lasciatecelo dire, è ciò che accade realmente in numerose parti del mondo!
E forse è proprio per questo che Eau de Eau risulta essere un’opera potente, in cui l’estetica viene usata come cavallo di Troia per parlare di etica. Il pubblico si ritrova a spruzzare un “profumo” invisibile, sedotto dal packaging, per poi scoprire, con sgomento, di essere stato parte di una messinscena. Ma è solo allora che il vero messaggio colpisce con forza: abbiamo imparato a desiderare ciò che brilla, anche se ci sta togliendo l’essenziale.
In un presente dove la crisi climatica miete vittime silenziose e le guerre per l’acqua sono già in atto, riflessioni come questa sono più che arte, sono necessità. Non è un caso che la campagna abbia coinvolto figure di spicco come Barbara Alberti, o artisti capaci di raccontare la disidratazione della terra attraverso linguaggi differenti, come la danza di Valentina Vernia o la regia visionaria di Arianna Bonucci. Il tappo dorato a forma di Terra ideato da Sebastiano D’Augusta, l’ologramma fluttuante Planète Terre, il coinvolgimento di studenti e artigiani: ogni elemento del progetto è un tassello che parla, urla, denuncia.
Ma Eau de Eau non si limita alla denuncia. Porta con sé un impatto concreto: grazie alla partnership con WAMI, il progetto ha finanziato nuovi rubinetti in Nicaragua, restituendo acqua – vera – a chi ne è privato. È questo, forse, il messaggio più urgente dell’opera: l’arte non può più permettersi di essere solo contemplazione, deve essere anche trasformazione.
Viviamo un tempo paradossale, dove possiamo acquistare bottiglie d’acqua aromatizzata a 20 euro al litro, mentre comunità intere vivono senz’acqua potabile. Dove l’apparenza domina sul contenuto, e la scarsità diventa business. Eau de Eau ci costringe a guardare dentro questo specchio deformante e ci domanda, con brutale eleganza: quanto vale davvero ciò che ci tiene in vita?
Soltanto quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che il denaro non si può mangiare – Proverbio attribuito ai nativi Cree
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
Le notti insonni generano grandi idee o grandi mostri - Filippo Alosi Nell Masters è una donna realizzata.…
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato lo scorso 1° ottobre le nuove regole sul rimpatrio…
La sicurezza sul lavoro non riguarda soltanto chi entra ogni mattina in fabbrica, in cantiere…
C’è qualcosa di curioso, e forse anche di profondamente contemporaneo, nel ritorno di Barbara D’Urso.…
Domenica 4 ottobre, nella Sala della Protomoteca del Campidoglio a Roma, si è tenuta la…
L’ultimo giorno di asilo nido è arrivato, la festa organizzata dalle maestre per la consegna…