Benvenuti ad un nuovo appuntamento di Senti Chi Parla, la mia rubrica dedicata al meraviglioso mondo del doppiaggio italiano, quello sconfinato universo fatto di voci che ci emozionano, ci fanno sognare e che spesso riconosciamo prima ancora di ricordarci del volto dell’attore. Oggi ho con me un ospite davvero speciale. Lui è un grande professionista, ma è soprattutto una persona splendida sul piano umano: gentile, disponibile, e animata da una passione autentica per questo mestiere. Sto parlando di Fabrizio Pucci, voce italiana di attori come Hugh Jackman e Brendan Fraser, che molti ricorderanno anche per aver doppiato Russell Crowe nel toccante A Beautiful Mind, un film che ci ha davvero emozionato.
Quello che ai più forse potrebbe essere sfuggito, però, è che Fabrizio presta la propria voce al protagonista della serie animata Bojack Horseman, amatissima dal pubblico, e che ha conquistato tantissimi fan grazie alla sua straordinaria interpretazione. E di attori e personaggi importanti, lasciatemelo dire, Fabrizio ne ha doppiati davvero parecchi, così tanti che la lista sarebbe praticamente infinita! Perché la sua voce ha attraversato generi, epoche e storie, lasciando ogni volta un segno riconoscibile e unico. Per di più, oltre che ad essere un grande interprete, Fabrizio è pure un affermato direttore del doppiaggio, tant’è che ha ha curato film di enorme successo come l’ultima saga di Halloween, The Conjuring, It con l’inquietante Pennywise, e la nuova saga di Ghostbusters, che il pubblico sta apprezzando tantissimo.
Insomma, un artista completo, una voce che emoziona, una persona autentica. E oggi è per me un grandissimo piacere averlo qui con noi, tra le pagine della mia rubrica Senti Chi Parla
Ciao Omar. Il piacere è sicuramente reciproco, visto il nostro lungo rapporto di amicizia e stima.
Se intendi i miei esordi come attore, non potrò mai dimenticare la mia partecipazione appassionata di diciassettenne, a uno spettacolo semi-amatoriale, un musical sul vangelo durato due anni, durante i quali ho mosso i miei primi passi sulle tavole del palcoscenico, e ho stretto dei rapporti di amicizia e affetto che sono tutt’ora saldissimi e molto presenti nella mia vita. E dopo anni di esperienze nel teatro professionale, in cui ho avuto la gioia di collaborare con i più grandi maestri di quel periodo storico, anni particolarmente ricchi e intensi, sono approdato al doppiaggio, che è diventato da riempitivo nei periodi in cui non ero in tournee, a impegno centrale del mio lavoro.
Sicuramente Hugh Jackman è l’attore a cui sono più legato, e che conosco più profondamente. Ma sinceramente tutti gli attori a cui ho dato la voce, hanno un posto importante nel mio cuore. Una citazione a parte, vorrei dedicarla non ad un attore, ma a un personaggio di un cartone animato; Bojack Horseman, a cui ho dato qualcosa di più che solo la mia voce. Una parte della mia stessa anima vive in lui, e forse un po’ mi rappresenta come essere umano, tra difetti e virtù, tra cadute e rinascite.
Più che di un turno, parlerei di un film che ho diretto, Wit. Un film che mi ha costretto a ripercorrere la malattia e la morte di mia madre, che se n’è andata molto giovane per un cancro ai polmoni. Per me è stato un impegno allo stesso tempo doloroso e esaltante, per la bellezza del film e la bravura di Emma Thompson, e la straordinaria interpretazione di Ludovica Modugno. Un film che mi ha messo molto alla prova, ma che ho vissuto come un tributo a quella meravigliosa creatura che era mia madre.
Credo il doppiaggio di ‘A Beautiful Mind’. Un film che mi ha messo alla prova sia come interprete che come uomo, ponendomi di fronte alle mie stesse fragilità.
Il solo consiglio che mi sento di dare ai giovani che sognano di fare questo mestiere meraviglioso, è di non considerarlo come unica opzione, ma anche di farlo come se fosse l’unica opzione. Bisogna sempre ricordare che un doppiatore è principalmente un attore, e quindi deve esperire ogni forma espressiva legata a questa arte. E che si deve a questo lavoro tutto l’impegno possibile. Meyerhold diceva, riferendosi al teatro: “Se al teatro non gli hai dato tutto, non gli hai dato niente”. Per me questa è sempre stata la regola aurea, la stella polare della mia vita artistica.
Per me, il più grande doppiatore della storia, dopo di me naturalmente (ride) è stato Peppino Rinaldi. Lui aveva una capacità di mimesi con gli attori a cui dava la voce, probabilmente unica. E una naturalezza e una verità superiore a chiunque altro. Ho anche avuto la fortuna incredibile di dirigerlo e di conoscere una persona squisita e cordiale. Un grande!
Non voglio dilungarmi troppo a lungo su una polemica stupida e inutile. Chi parla di casta non ha la più pallida idea di cosa sia questo lavoro.
Io credo che questa sovraesposizione non ci abbia fatto assolutamente bene. Il mistero che avvolgeva le voci del doppiaggio doveva restare tale. E il rimanere delle voci nell’ombra avrebbe contribuito a ridimensionare qualche ego sovradimensionato.
Grazie al cielo sono in pace con me stesso e con tutte le persone che mi circondano. Credo che se qualcuno mi ha fatto del male, lo ha fatto in modo involontario, senza rendersene conto.
Mi sarebbe piaciuto da morire fare il cantante lirico.
Non credo di essere una persona particolarmente interessante. Sono un uomo oggi tranquillo, che è passato attraverso molte battaglie, e che è arrivato a una serenità accettabile, dopo aver affrontato un’irrequietezza a volte anche dolorosa. Sono felice della mia vita, e di quello che ho dato a questo mestiere. L’unico messaggio che mi sento di dare a chi mi ascolta, è un messaggio di pace, di fratellanza e di giustizia sociale.
Che dire, è stato un vero privilegio ascoltare Pucci raccontare la sua carriera, le emozioni, le sfide e le riflessioni che accompagnano ogni suo lavoro. Non soltanto per via del suo meraviglioso percorso professionale, ma anche (e soprattutto) per quel lato più umano di sé e del suo mestiere che oggi ci ha permesso di intravedere. Non a caso, Fabrizio ci ha ricordato l’importanza della sincerità, della pace interiore e della fratellanza, valori che vanno oltre il lavoro e che rendono il mestiere del doppiatore un vero atto d’amore verso chi ascolta. Grazie, Fabrizio, per aver condiviso con noi la tua storia, la tua voce e il tuo cuore.
E grazie a voi che continuate a seguirci con affetto e lealtà. Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti e restate sintonizzati per il prossimo numero della rubrica. Ne leggerete delle belle!
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