C’era una volta un mondo incantato, fatto di principesse scintillanti, uccellini cinguettanti, cannibalismo, torture e necrofilia. E no, non è uno scherzo! Prima che la Disney confezionasse quei capolavori di magia e meraviglia che tutti conosciamo, le favole su cui si basano erano un mix ben poco giocoso di elementi horror, violenti e macabri. Ma facciamo un salto indietro nel tempo, quando queste storie non erano affatto storie della buonanotte.
Niente matrigna, niente bacio romantico. La favola originale di Biancaneve dei Fratelli Grimm risale al 1812 e non è affatto come la conosciamo. Innanzitutto, l’odiosa matrigna che tutti ricordiamo dal cartone è, invece, la madre della nostra amata protagonista. Ossessionata dal desiderio di essere “la più bella del reame”, scopre dallo specchio magico che sua figlia, compiuti i sette anni, è ormai più bella di lei. Ne è felice? Non proprio: incarica un cacciatore di ucciderla e di riportarle come souvenir fegato e polmoni della bambina, che poi divorerà con piacere. Carne della sua carne e sangue del suo sangue, una cena leggera, insomma!
Comunque, in seguito, la regina scopre che gli organi non appartengono alla figlia – il cacciatore non aveva avuto il coraggio di ucciderla – e decide di fare da sé. Tenta di soffocarla, di avvelenarla con un pettine, finché, rullo di tamburi, capisce che una mela non è utile solo per mantenere la linea, ma è anche uno strumento perfetto per far fuori la propria prole. Biancaneve morde il frutto e cade a terra stecchita. I nani decidono di non seppellirla e la sistemano in una bara di vetro, perché è troppo bella per finire sottoterra, quasi fosse un bel pezzo d’arredamento qualunque.
Entra in scena il principe: nessun bacio, nessun colpo di fulmine, solo una sincera passione per i corpi inanimati. Chiede di portarsi via la bara; durante il trasporto, una scossa fa sputare a Biancaneve il pezzo di mela e lei si risveglia come se niente fosse. Si sposano senza troppe domande. Al matrimonio viene invitata anche la madre, che scopre l’identità della sposa solo all’ultimo. Per lei niente perdono, solo una buona dose di crudeltà: scarpe di ferro arroventate con le quali è condannata a ballare fino alla morte!
“In fondo al mar, in fondo al mar” non ci sono né amici granchi, né canzoncine briose. Se Ariel nel lungometraggio Disney rinuncia a tutto per amore, nell’originale scritto da Hans Christian Andersen la situazione è più complicata e molto meno romantica. La protagonista è, appunto, una sirena, ma queste creature nell’universo dello scrittore danese non hanno un’anima: una volta morte, niente vita ultraterrena, niente paradiso o inferno, niente, fine dei giochi.
Come sfuggire a questo triste destino? Sposare un umano. Primo passo: ottenere un paio di gambe. La Sirenetta si rivolge a una strega del mare e il contratto è semplice: gambe umane in cambio della suadente voce da sirena (con mutilazione della lingua tra i più atroci dolori, ovviamente). Due piccoli dettagli simpatici: ogni passo è come camminare su lame affilatissime – altro che tacchi, direi io – e, se il principe sposa un’altra, beh addio alla bella sirena! Che dire, nessun rimborso e niente lamentele!
Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana che abbiano mai incontrata. Serberai l’eleganza dell’andatura e la grazia della danza; nessuna danzatrice avrà movenze così leggere: ma ogni passo che farai, sarà come se tu camminassi su coltelli appuntiti e tutto il tuo sangue avesse a spicciare a goccia a goccia. – Hans Christian Andersen
Il principe, purtroppo, è un idiota: la ignora allegramente e pronuncia la frase più temuta: «ti voglio bene ma solo come amica»; per di più, porta un’altra all’altare. Il finale? La sirena si getta in mare e puff, diventa schiuma. Ma Andersen, che non è del tutto crudele, le concede un sconto di pena: viene mutata in uno spirito dell’aria, costretta a secoli di buone azioni per guadagnarsi finalmente un’anima.
Niente fate madrine, niente bacetti salvifici. Nella versione originale di Giambattista Basile, la protagonista è Talia. Un indovino predice al padre che morirà per una scheggia di lino. Il re, genio della prevenzione, bandisce il lino dal regno. Naturalmente non serve a nulla: Talia tocca un fuso, si punge e cade a terra, apparentemente morta. Il padre la sistema in una stanza del palazzo e la abbandona lì. Anni dopo, un re di passaggio entra, la trova addormentata e decide di approfittarne. Romanticismo? Inutile. Consenso? Superfluo.
Il re se ne va come se niente fosse. Talia, ancora nel sonno, resta incinta e partorisce due gemelli, Sole e Luna. Uno dei bambini, cercando il seno della madre, le succhia il dito e rimuove la scheggia di lino. Così Talia si sveglia: viva, madre e completamente ignara di tutto. Una mattina come tante! Il re, ad un certo punto, si ricorda di lei e torna. Tra i due nasce una relazione, ma piccolo dettaglio non trascurabile: lui è già sposato. La regina, scoperta la verità, reagisce con grande equilibrio emotivo e decide di far uccidere i bambini, cucinarli e servirli al marito. Quando il piano fallisce, passa al livello successivo: bruciare viva Talia. Anche questo non funziona. E così, la regina finisce punita, il re sposa Talia e tutti vissero felici e contenti, più o meno!
Ebbene, come abbiamo appena visto, le favole originali non nascevano per consolare, ma per inquietare, mettere in guardia, spaventare a morte. Disney ha poi fatto quello che sa fare meglio: ha tolto sangue, stupri, violenza e aggiunto animaletti parlanti e canzoni orecchiabili, trasformando l’orrore splatter in intrattenimento per famiglie. Perciò, oggi ci faranno anche sognare, ma le originali ci ricordano che la vita è più pericolosa di qualsiasi mela avvelenata.
Sogni d’oro!
Disney, le voci che hanno reso iconiche le nostre amate principesse – L’Opinione
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