Molti creator e altrettante società ingaggiati dallo Stato israeliano per la propaganda su Gaza stanno denunciando mancati pagamenti dopo mesi di lavoro da parte del governo israeliano che, di conseguenza, è tornato al centro del dibattito. Nei mesi scorsi, infatti, sono stati inviati influencer americani e israeliani nella Striscia di Gaza per mostrare siti di distribuzione di aiuti umanitari con l’intento, stando a quanto raccontano i diretti interessati, di contraddire le accuse di crisi umanitaria e genocidio. Costoro producevano contenuti pro-Israele sulle principali piattaforme social, spesso remunerati con migliaia di dollari per post (si parla di cifre fino a 7.000 dollari). Sfortunatamente (per loro), però, qualcosa pare essere andato storto!
Una campagna pubblicitaria che potrebbe rivelarsi piuttosto cara!


Da marzo 2026, infatti, sono in corso cause legali per mancata retribuzione nei confronti dell’esecutivo. Tra i casi principali, nello specifico, troviamo la società Intellect che reclama 1,7 milioni di shekel (circa 552.000 dollari) per operazioni mediatiche, Speedy Call oltre 600.000 shekel, l’influencer e studente Nadav Yehud, il quale ha già vinto una causa contro il Ministero degli Esteri israeliano, la somma di 12.000 dollari. Insomma, le irregolarità pare che partano dall’ufficio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, con pagamenti deviati tramite aziende private per aggirare le procedure ufficiali. Ma davvero fino a questo punto può spingersi la propaganda? Quanto vale la pubblicità su migliaia di vite spezzate e poi dimenticate?
A tal proposito, il fronte pro-palestinese ha colto la notizia come prova di ciò che realmente succede a Gaza: boicottaggio mediatico. La Hasbara (termine ebraico per “spiegazione” o propaganda israeliana), con i suoi contenuti mediatici fuorvianti, a mio avviso non è che un’operazione ipocrita e disperata per “ripulire” la realtà (e la coscienza) di fronte alla fame e della crisi nella Striscia. I tour guidati, simili a “visite turistiche” controllate dal governo, negano persino l’accesso alla stampa indipendente e mostrano soltanto siti di aiuti, mentre i creator pagati (almeno in teoria) contraddicono le accuse di genocidio. Questa vicenda è la dimostrazione di evidenti contraddizioni, presunte irregolarità e debolezza del governo israeliano, che ricorrerebbe addirittura al boicottaggio mediatico per sostenere la sua narrazione!
Ma si sa, come scriveva George Orwell nel suo famosissimo 1984:
Tutti i resoconti dei media controllati dall’Ingsoc erano pura fantasia. Ma non era la fantasia di un pazzo. Era una fantasia coerente, autoconsistente, che poteva essere inserita nel mondo reale in un unico punto, il punto in cui era necessario credere che il Partito fosse onnipotente e saggio
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Ho letto con grande attenzione l’articolo della giovane autrice e desidero anzitutto riconoscerne il coraggio e la sensibilità.
In un tempo in cui spesso si parla senza ascoltare davvero, la sua riflessione dimostra quanto anche le nuove generazioni sentano il bisogno di interrogarsi sul rapporto tra informazione, responsabilità e coscienza civile.
Mi trovo pienamente in sintonia con il pensiero espresso da Sofia. La vicenda dei presunti influencer coinvolti nella narrazione mediatica su Gaza non rappresenta soltanto una controversia politica o giudiziaria, ma evidenzia un fenomeno più ampio:
la trasformazione della guerra in comunicazione e della comunicazione in campo di battaglia.
Oggi i conflitti non si combattono solo nei territori devastati, ma anche nello spazio digitale, dove immagini selezionate, testimonianze guidate e contenuti costruiti possono orientare percezioni e opinioni collettive. Questo non riguarda esclusivamente Israele o Gaza: riguarda il modo in cui, globalmente, la realtà viene filtrata e restituita al pubblico.
Quando la narrazione passa attraverso creator, campagne mediatiche e contenuti social, il confine tra informazione e propaganda diventa fragile.
Il problema non è soltanto stabilire chi abbia ragione o torto, ma comprendere quanto sia difficile, oggi, accedere a uno sguardo realmente indipendente su tragedie che coinvolgono vite umane, sofferenze quotidiane e civili senza voce.
La questione sollevata dall’articolo apre dunque una domanda morale prima ancora che politica: può la comunicazione restare neutrale quando al centro vi è il dolore umano?
Quando la sofferenza diventa contenuto, esiste il rischio che la realtà venga semplificata fino a perdere la sua complessità e, talvolta, la sua umanità.
Il richiamo a George Orwell appare quanto mai attuale. Non perché viviamo necessariamente nella finzione totale, ma perché il nostro tempo conosce bene la forza delle verità parziali: narrazioni coerenti, persuasive, capaci di sostituirsi lentamente ai fatti stessi.
Accogliere lo spirito critico dell’autrice non significa schierarsi contro un popolo o difendere automaticamente un altro. Significa piuttosto difendere il diritto universale a un’informazione trasparente, pluralista e accessibile, soprattutto quando il mondo osserva conflitti che segnano profondamente la coscienza collettiva.
Ed è proprio qui che risiede, a mio avviso, il valore più importante dell’articolo: ricordarci che dietro ogni narrazione esistono persone reali. Al di là delle strategie comunicative, dei governi e delle polemiche, restano le vite umane, fragili, irripetibili, che chiedono prima di tutto verità, rispetto e memoria.
Per questo desidero ringraziare la giovane autrice: perché scegliere di porsi domande, anziché accontentarsi delle versioni più comode, è già un atto di responsabilità civile e, forse, anche di speranza.
[…] Israele-Gaza, il governo di Netanyahu non paga gli influencer per la propaganda? – L’Opi… […]
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