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Giornata Mondiale degli insegnanti: a scuola l’inclusione non si misura soltanto con i numeri!

Attraverso gli occhi di un bambino di origine straniera si comprende quanto sia cruciale il lavoro di maestri, professori ed educatori. Di fronte al suo sorriso ampio, il sorriso di chi fatica a comprendere, ma continua a credere, si avverte il desiderio di imparare. Questo sorriso, pieno di fiducia verso una figura adulta sconosciuta, è una promessa: la possibilità di realizzare qualsiasi obiettivo nella vita. In quel momento, usando ogni mezzo possibile, si fornisce supporto in questo lungo e impegnativo percorso di alfabetizzazione in italiano.

Prima dei numeri vengono i bambini, e dietro ogni sorriso c’è il lavoro degli insegnanti!

Nel contesto dell’accoglienza dei bambini noti come N.A.I. (Nuovi Arrivati in Italia), il protocollo prevede che sappiano identificare oggetti scolastici, chiedere di andare in bagno e comunicare bisogni primari. Tuttavia, vivendo questa esperienza, diventa evidente che i bambini necessitano ben più di queste competenze linguistiche. Hanno bisogno di un’accoglienza genuina, di un sorriso mattutino, di un abbraccio caloroso e del sostegno generoso dei compagni. Sono queste piccole e magiche esperienze in una classe eterogenea a trasformare l’ambiente scolastico in un luogo di crescita e inclusione.

La sfida della diversità in classe, indipendentemente dal numero di alunni o dalla materia insegnata, quando vi è buon senso e passione per l’insegnamento, diventa superabile. Eppure, il lavoro degli insegnanti rimane spesso invisibile. Chi sa quante ore vengono dedicate dietro ogni singola attività proposta in classe? Ogni giorno richiede pianificazione e creatività, specialmente quando si tratta di integrare alunni stranieri.

Il tetto massimo degli alunni stranieri

In occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti, celebrata il 5 ottobre di ogni anno e istituita nel 1994 dall’UNESCO insieme all’ILO, all’UNICEF e ad altri partner in ricordo dell’adozione (il 5 ottobre 1966) della Raccomandazione UNESCO-ILO sullo status degli insegnanti, è importante focalizzarsi non solo sul numero degli stranieri nelle classi, ma sull’impegno instancabile dei docenti nel promuovere la loro integrazione. Le statistiche indicano un aumento continuo di questi ragazzi nelle scuole italiane. Il che, oggettivamente, rappresenta una sfida notevole. Del resto, chi occupa il posto in cattedra deve gestire la diversità culturale e linguistica, creando un ambiente inclusivo che valorizzi l’individualità. Tale tipologia di lavoro, però, va ben oltre le aule, in quanto professori e maestri diventano inevitabilmente punti di riferimento per le famiglie e contribuiscono a costruire una società più coesa e rispettosa della propria multiculturalità. Un autentico impegno, dunque, su cui gravano numerose responsabilità e che per questo merita riconoscimento e celebrazione.

Ed è proprio su questo tema che, negli ultimi giorni, si è acceso il dibattito sul limite del 30% per gli alunni stranieri nelle classi. Il decreto-legge 30 settembre 2026, n. 170, approvato dal Governo, è entrato in vigore il 1° ottobre e prevede il limite nelle classi iniziali per gli studenti con cittadinanza non italiana che non possiedono un’adeguata conoscenza della lingua, con specifiche deroghe. Una misura annunciata da Giorgia Meloni, che ha parlato della necessità di evitare classi-ghetto e situazioni in cui gli alunni italiani diventino minoranza, e sostenuta anche da Roberto Vannacci, favorevole a un limite alla presenza degli studenti stranieri nelle classi.

Ciò nonostante, al di là delle percentuali e delle decisioni politiche, resta la realtà di chi ogni giorno si trova davanti a questi bambini e deve trasformare una norma in accoglienza, inclusione e possibilità, poiché è in classe, e non sulla carta, che si misura quanto una scuola riesca davvero a non lasciare indietro nessuno.

Accoglienza: oltre il cartello di benvenuto e la necessità di un supporto ad ogni livello

Accogliere supera di gran lunga il semplice cartello di benvenuto. È essenziale riconoscere che i valori dell’accoglienza devono costituire le fondamenta di ogni nucleo familiare. Da docente, ho spesso percepito un senso di inadeguatezza per non essere riuscita a fare di più, confrontandomi con una realtà molto più ampia. Ho temuto di non riuscirci, di non portare a termine la programmazione e di affrontare le sfide degli alunni in svantaggio. A volte, affrontando le paure e le sfide quotidiane, mi sono sentita sopraffatta e lasciata sola da chi avrebbe dovuto mettermi a disposizione risorse più adeguate per svolgere al meglio il mio lavoro.

Accogliere ha senso solo se tutti condividono questo valore e forniscono gli strumenti necessari per includere non solo un bambino, ma un’intera famiglia. Nella maggior parte dei casi, solo uno dei genitori parla italiano e, in svariate occasioni, non è mai presente all’uscita da scuola, complicando ulteriormente la comunicazione. È cruciale che scuole e istituzioni riconoscano l’importanza di fornire un supporto adeguato agli insegnanti. Solo così si può garantire un’accoglienza autentica, dove ogni bambino possa sentirsi parte integrante di una comunità. Insomma, serve un impegno collettivo, da parte di tutti e in osservanza del quale ogni attore coinvolto, dai genitori agli educatori, contribuisca a creare un ambiente favorevole all’apprendimento.

Così facendo, si possono superare le difficoltà e offrire ai ragazzi (e ai loro genitori) un futuro migliore. Celebrare il lavoro degli insegnanti, perciò, è essenziale tanto quanto valorizzare il ruolo degli educatori nel promuovere inclusione e accoglienza. Il loro operato, silenzioso ma pur sempre presente, consente ai bambini di sentirsi parte della comunità, del gruppo, a prescindere dalle loro origini. Celebriamone l’impegno e dedizione, sapendo che il sorriso di ogni studente è il risultato del loro amore per l’insegnamento!

L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo – Nelson Mandela

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Monica Raeli

Nata a Noto, paesino della Sicilia Orientale, dove ogni giorno sapeva di sole, mare e granita alle mandorle. Si trasferisce a Milano nel 2005 per diventare pendolare, precaria e vivere quotidianamente di corsa. Insegna da 20 anni, nell’hinterland milanese, con passione, dedizione e spirito di sacrificio. Ama cucinare sorseggiando un buon bicchiere di vino, legge per rilassarsi e adora guardare tutti i tipi di film, ad eccezione degli horror. Quando può, viaggia alla scoperta di nuovi tramonti anche se non le piace prendere l’aereo. Fotografa ogni cosa, anche quelle che possono sembrare banali per poi chiedersi come mai la memoria del suo telefono sia sempre piena!

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