Il 2 novembre i cimiteri si riempiono. Si portano fiori e si puliscono fotografie: è il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti e inevitabilmente porta con sé ricordi, assenze, nostalgia. Ma c’è anche un altro modo di guardare alla morte. Lo ha fatto Totò con ’A livella, trasformando un cimitero nel palcoscenico di una delle più spietate ma anche divertenti, rappresentazioni delle nostre vanità, perché ’A livella, a ben guardare, non parla tanto dei morti, bensì dei vivi.
La scena prende vita proprio il 2 novembre. Un uomo entra in un cimitero per rendere omaggio ai defunti e si sofferma davanti a due tombe molto diverse. La prima è quella di un marchese. Una tomba importante, ricca, decorata. Sull’epigrafe si legge:
Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno,
ardimentoso eroe di mille imprese…
Poco distante c’è invece una piccola croce, senza fiori e senza ornamenti. È la tomba di Esposito Gennaro, netturbino. Da una parte titoli, stemmi, celebrazione. Dall’altra un nome, un cognome e un mestiere. La società dei vivi ha portato le proprie differenze persino dentro un cimitero. Poi arriva la notte e i due morti si incontrano. Il marchese è indignato perché continua a sentirsi un uomo di rango e non tollera che il netturbino gli sia stato sepolto accanto. Quella vicinanza gli appare quasi un affronto perché lui è stato un nobile, un uomo importante. Don Gennaro, un semplice netturbino.
I due hanno solo una cosa in comune: sono entrambi morti. Ed è proprio qui che il Principe della Risata costruisce il suo capolavoro. Mette nelle parole del marchese tutta l’assurdità delle gerarchie umane quando vengono osservate da un’altra angolazione: quella della morte.
A ricordarglielo è proprio don Gennaro:
’A morte ’o ssaje ched’è?… è una livella.
Poche parole che contengono l’intero senso della poesia. La livella è uno strumento semplicissimo: serve a stabilire se una superficie sia perfettamente orizzontale. Totò la trasforma nella metafora di ciò che, prima o poi, accade a tutti. Con la morte, ogni dislivello scompare: titoli, denaro, professioni, privilegi, cognomi importanti. Tutto ciò che durante la vita utilizziamo per stabilire chi sta sopra e chi sta sotto, chi conta di più e chi conta di meno, perde improvvisamente significato.
Il mondo raccontato da Totò può sembrare lontano. Marchesi e netturbini appartengono a una rappresentazione sociale che oggi non possiamo più incontrare però se proviamo a sostituire quegli antichi titoli con altri status symbol, ecco che continuiamo a misurare le persone. In base al lavoro che fanno, ai soldi che possiedono, alla casa in cui abitano, agli abiti che indossano, alla notorietà che raggiungono. Oggi persino il numero dei follower può diventare un piccolo certificato di importanza.
Sono cambiati i titoli ma non la voglia di ostentarli. Ed è forse questa la ragione per cui ’A livella continua a essere così attuale. Totò non ha scritto soltanto una poesia sulla morte. Ha smascherato una debolezza profondamente umana: il bisogno di sentirsi un po’ più in alto di qualcun altro.
Beh, la realtà è che la morte non sembra particolarmente impressionata dal curriculum. Non guarda il conto in banca, non conta i follower, non distingue il titolo davanti al nome e non domanda quale posto occupassimo nella società. La morte azzera. O più pertinente al momento, livella!
’A livella, poesia perfetta per il 2 novembre, non ci insegna qualcosa sui morti ma utilizza la morte per ridimensionare i vivi. La commemorazione dei defunti richiama inevitabilmente al giorno dell’assenza di qualcuno che abbiamo amato e che non c’è più, ma può anche portarci a qualche riflessione sui vivi e a quella continua e spesso faticosissima costruzione dell’immagine che si cerca di creare nel corso della vita: rivalità, ambizione, prestigio, desiderio di apparire.
Vista da un cimitero, molta di questa agitazione assume improvvisamente proporzioni diverse. Totò lo aveva capito e, invece di farne una predica, ne fece una discussione tra due morti. È probabilmente questa la genialità di ’A livella: farci sorridere davanti alla morte per costringerci a riflettere sulla vita. perché alla fine il marchese e don Gennaro hanno lo stesso spazio, la stessa terra sopra la testa e lo stesso destino. Uno era marchese. L’altro netturbino.
Erano.
È questa, in fondo, la livella. Tutto il resto sono, come scriveva Totò, «ppagliacciate ’e vive».
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