Ci sono spettacoli che si guardano. E poi ce ne sono altri che si attraversano, come una stanza piena di ricordi, come un sogno da cui si emerge con il cuore leggermente più fragile. Glass With Silence, in scena al Teatro Vascello, appartiene a questa seconda e rarissima categoria. L’opera non è soltanto uno spettacolo di danza: è un’immersione nell’universo poetico di Lucinda Childs, figura leggendaria della danza postmoderna americana, artista capace di trasformare il movimento in una forma di pensiero e lo spazio scenico in un paesaggio mentale. Nel suo complesso la serata appare come un atto d’amore verso ciò che nell’arte resiste al tempo. Un viaggio sospeso tra presenza e assenza, memoria e futuro, in cui ogni immagine sembra nascere per poi dissolversi un istante dopo, lasciando nello spettatore una traccia profonda e difficile da nominare.
Il tempo è la sostanza di cui sono fatto — Jorge Luis Borges
Fin dall’apparizione di Katema, lo spazio scenico si trasforma in un luogo della memoria. Le immagini provenienti dal video del 1978 non restano semplici testimonianze del passato: tornano a respirare. Le due danzatrici che dialogano con le proiezioni sembrano evocare fantasmi benevoli, figure che attraversano il tempo senza appartenere né all’ieri né all’oggi. Le loro presenze si intrecciano alle immagini come fili invisibili, creando una commovente conversazione tra generazioni diverse della stessa danza. L’Andare all’unisono dei 3 corpi, crea una sovrapposizione quasi catartica tra il reale e quello che pur se non è tangibile è l’ideale.
La poetica di Lucinda Childs vive proprio in questo mistero. Niente enfasi, nessuna ricerca dell’effetto. Solo il fluire incessante del movimento, in quell’incedere ossessivo e ripetuto nel tempo, in quelle braccia lanciate nello spazio che creano uno spazio squarciato mentre ti avvolge. Eppure, dentro quella apparente semplicità, si nasconde un universo. Le sue geometrie si fanno emozione, le sue traiettorie diventano sentimenti. I corpi percorrono lo spazio con una precisione quasi celeste, come astri che seguono orbite segrete. Ogni ritorno, ogni ripetizione, ogni minima variazione sembra raccontare il trascorrere della vita stessa.
Seduta sulla poltrona in sala, senti il rimbombare dei passi come un martello che trova nell’anima una cassa di risonanza, il bianco e nero che confonde in modo netto quello che e dentro e quello che è fuori. Ti penetra, ti inchioda, ti scopre vulnerabile
E poi c’è Philip Glass. Le sue Études non accompagnano la danza: la abitano. Le note si rincorrono in un moto perpetuo che ricorda il respiro, il battito del cuore, il passare delle stagioni. La struttura musicale, fatta di ritorni e trasformazioni impercettibili, trova nella scrittura coreografica di Childs la sua incarnazione più naturale. Ascoltando Glass e osservando Childs si ha la sensazione di assistere a un unico atto creativo diviso in due linguaggi diversi.
La ripetizione diventa allora qualcosa di profondamente umano. Non è mai uguale a se stessa, così come non lo siamo noi. Ogni frase musicale ritorna cambiata dall’esperienza dell’ascolto; ogni sequenza coreografica riappare trasformata dal tempo trascorso. È lì che nasce la commozione. Nella consapevolezza che nulla si ripete davvero e che ogni ritorno contiene già una perdita.
La proiezione di Calico Mingling amplifica ulteriormente questa sensazione. Guardare oggi quelle immagini del 1973 significa osservare una visione artistica che continua a parlare con sorprendente nitidezza al presente. Non c’è nostalgia in questo sguardo rivolto al passato. C’è gratitudine. La gratitudine per un’artista che ha saputo reinventare radicalmente il rapporto tra corpo, spazio e movimento, lasciando un’impronta indelebile nella storia della danza contemporanea.
Ma è forse in Pastime che la serata raggiunge il suo apice emotivo. Il primo solo della coreografa, qui trasformato in un delicato dialogo a tre voci, assume il valore di una trasmissione affettiva. Come se un gesto custodito per decenni passasse di mano in mano, di corpo in corpo, senza smarrire la propria verità. Come se la danza fosse, in fondo, una forma di eredità sentimentale.
Alla fine resta una sensazione struggente di bellezza. La sensazione che il tempo non sia trascorso invano ma sia stato trasformato in arte. Lucinda Childs ci mostra che il movimento può conservare la memoria; Philip Glass che la musica può rendere udibile ciò che normalmente sfugge all’ascolto. Cosa pensi di aver visto? Una bambola robot, dal meccanismo rotto da oleare, un uovo da cui impertinente vuole uscire la vita.. ma poi ci ripensa e si ritrae impavida; il senso disturbante di occhi che ti penetrano e ti sfidano con un ritmo diverso e staccato dalla meccanica di arti che si muovono lanciati nello spazio senza un apparente senso.
Quando le luci si spengono, non si ha l’impressione di aver assistito a uno spettacolo, ma di aver contemplato qualcosa di infinitamente fragile e prezioso: il passaggio del tempo attraverso i corpi. Corpi che creano geometrie, in armonie senza salvifici orpelli. E in quel silenzio finale, quasi sacro, si comprende che la vera protagonista della serata non è la danza, né la musica. È la vita stessa. Quella che torna, si trasforma, si allontana e ritorna ancora, come una melodia lontana che continua a risuonare dentro di noi molto tempo dopo l’ultimo applauso.
Insomma, una serata di grande eleganza e profonda intensità, capace di ricordarci che la vera avanguardia, quando è autentica, non invecchia mai: continua a parlare al presente con la stessa limpida, disarmante bellezza.
Venezia regina del cinema, ma i fotografi trattati come intrusi – L’Opinione
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