Cinema Sommerso

Il giardino di cemento (1993), il tema della morte genitoriale come pretesto per raccontare altro

Il giardino di cemento: Inghilterra, inizi anni Novanta. Quattro fratelli vivono in un prefabbricato costruito durante la Seconda Guerra Mondiale, interamente fatto di cemento. Un blocco di calce circonda tutta l’area e il clima rende poco fertile il terreno circostante. Jack (Andrew Robertson) ha quindici anni, introverso, solitario e decisamente narcisista, passa il suo tempo lontano dalla famiglia, incurante dei suoi fratelli, nascondendosi dagli altri, frequentando casolari abbandonati per guardare riviste pornografiche e per masturbarsi incessantemente. La sorella maggiore Julie (Charlotte Gainsbourg) ha diciassette anni, sta crescendo ed è in piena fase ormonale. Una moderna Lolita, Julie è molto avanti rispetto ai suoi coetanei e trascorre le giornate ad aiutare i fratelli più piccoli: Sue (Alice Coulthard) di undici e Tom (Ned Birkin) di sei anni.

Il capostipite di famiglia muore improvvisamente per un attacco cardiaco e pochi mesi dopo anche la madre dei ragazzi si ammala gravemente e viene a mancare. Per paura di essere divisi e soprattutto di perdere la propria casa, i quattro fratelli decidono di seppellire la loro madre in una cassa, di ricoprirla di cemento e di lasciarla in cantina. La scelta di conservare la loro madre nella calce cambierà le sorti dei ragazzi per sempre, andando a distorcere le dinamiche famigliari già labili e precarie. I ruoli si invertono e i fratelli iniziano a vivere in una sorta di sogno, in una bolla che presto o tardi arriverà a scoppiare.

Il giardino di cemento – Locandina ufficiale/Credit photo: Filippo Kulberg Taub

Le tematiche affrontate ne “Il giardino di cemento”

Il regista Andrew Birkin rilegge fedelmente il romanzo dello scrittore e sceneggiatore britannico Ian McEwan del 1978, cercando di affrontare una serie di tematiche molto delicate e ancora oggi considerate proibite. Il tema della morte e, quindi, della perdita dei genitori è solo il primo di una serie di espedienti narrativi utilizzati da Birkin per arrivare al vero argomento del film: l’incesto e l’amore che nasce spontaneo, senza regole, in un contesto famigliare. Tra le mura domestiche, rivestite di cemento, i fratelli scelgono da soli come vivere.

Tom, ad esempio, scopre di trovarsi a suo agio vestendo abiti femminili e portando una parrucca bionda. Sue, riflessiva e osservatrice, vive la perdita della madre in modo quasi morboso e scrive quotidianamente un diario a lei dedicato restando molto spesso in cantina dove il cadavere della madre è coperto dal cemento.

La scoperta della sessualità

La scoperta della sessualità, la conoscenza del proprio corpo viene messa in risalto dal regista in più momenti, basti pensare a quando, in una notte di pioggia, Jack si denuda completamente e balla fuori casa mentre la pioggia continua a scendere oppure quando Julie chiede al fratello di farsi spalmare la crema provocando in lui un’erezione e capendo, forse per la prima volta di aver sviluppato per la sorella maggiore un sentimento non solo sessuale ma d’amore. Ad interrompere la fittizia armonia famigliare sarà l’arrivo di Derek (l’attore tedesco Jochen Horst), il nuovo fidanzato di Julie che inizierà a fare domande insistenti fino a scoprire l’orribile verità.

Birkin gioca con i suoi personaggi creando un intreccio inquietante ma mai disturbante. La vera protagonista del film rimane la casa immersa nella calce, grigia, sporca che però viene interpretata dai ragazzi come un’oasi nel deserto. Il luogo del cuore al quale i fratelli non possono e soprattutto non vogliono rinunciare.

Frame del film/Credit photo: FIlippo Kulberg Taub

Un intreccio inquietante e riflessivo ma non disturbante

Il giardino di cemento fece scalpore quando uscì nelle sale cinematografiche europee nell’agosto del 1993. Coprodotto in Inghilterra, Germania e Francia, il film ottenne una serie di riconoscimenti importanti, tra i quali ricordiamo l’Orso d’Argento al 43° Festival del Cinema di Berlino e fu girato quasi interamente vicino ai Docklands sul Tamigi nel cuore di Londra.

È un film poco ricordato e non facile da recuperare né da digerire che lascerà sicuramente qualcosa nello spettatore. Rivederlo a distanza di oltre venti anni dalla sua uscita vi dimostrerà di non aver perso quel fascino latente e quella delicatezza nel voler rappresentare un microcosmo fatto di sogni, di privazioni e della scoperta dell’amore. Una pellicola che merita dal mio punto di vista di essere riesumata, analizzata ed inserita in un contesto moderno proprio per la bravura del regista nel dirigere i quattro protagonisti.

La Gainsbourg figlia dell’attrice Jane Birkin è sensuale e molto intensa. Andrew Robertson, qui al suo debutto, bello, selvaggio, scontroso e incredibilmente veritiero, riesce ad entrare perfettamente nella parte del giovane dannato. A voi come sempre l’occasione di ri-scoprirlo e di assaporare la delicatezza e la sofferenza dei personaggi che come un blocco di cemento, come un pugno nello stomaco, vi daranno l’occasione di fare una riflessione sulla vita, sulla morte e soprattutto sull’amore spontaneo che va al di là di ogni forma di pregiudizio.

Buona visione!

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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