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La Casa 4 – Witchcraft (1988): stregonerie, peccati e case maledette nel più apocrifo degli horror

Halloween è ormai alle porte e quando pensiamo ad esso, ci vengono in mente zucche illuminate, costumi e film horror da maratona. Ma se volete aggiungere un pizzico di brivido vintage alla vostra serata, La casa 4 – Witchcraft del 1988 è il titolo perfetto. Diretto dal maestro del cinema di genere italiano Fabrizio Laurenti sotto lo pseudonimo di Martin Newlin, questo film riesce a mescolare suspense, sangue e atmosfere gotiche, trasformando una normale notte di Halloween in un vero e proprio incubo.

Nel panorama dell’horror degli anni Ottanta, pochi film incarnano la confusione e la creatività del mercato europeo come questa perla sommersa prodotta da Joe D’Amato: il film è un curioso incrocio tra gotico ed exploitation, tra stregoneria e possessione, tra aspirazioni mistiche e puro intrattenimento da home video. È un film che nasce dalla logica del marketing — cavalcare il successo della saga apocrifa “La casa” — ma che finisce per assumere una vita propria, misteriosa e involontariamente magnetica.

“La Casa 4”: una produzione europea dal successo oltreoceano grazie anche ad un cast stellare

Locandina ufficiale/Credit: web

Nell’edizione americana, La casa 4 è diventato un piccolo cult del circuito VHS. Distribuito da Vidmark nel 1989, il film fu presentato come un horror soprannaturale “a sé”, separato dal franchise Witchcraft, già popolare negli Stati Uniti. In realtà, è una produzione interamente europea, girata in lingua inglese con un cast internazionale: David Hasselhoff, Linda Blair, Hildegard Knef, Catherine Hickland e Annie Ross. Una miscela improbabile di star televisive, icone horror e attrici decadenti, riunite su un’isola spazzata dal vento per affrontare un incubo che odora di zolfo e di colpa.

La trama

La storia si apre con una coppia di giovani, Gary (Hasselhoff) e Leslie (Leslie Cumming), che raggiunge un’isola al largo del Massachusetts per indagare sulle leggende di una strega legata a un vecchio albergo abbandonato. Allo stesso tempo, la famiglia Brooks — composta dalla matriarca Rose, dal figlio Freddie, da Jane (Linda Blair), incinta, e dal piccolo Tommy — arriva sull’isola con l’intenzione di acquistare la proprietà e trasformarla in un resort di lusso. L’incontro tra i due gruppi coincide con l’arrivo di una tempesta che li isola dal mondo, intrappolandoli in un luogo in cui il confine tra realtà e inferno si dissolve.

Nell’albergo, che sembra respirare e osservare, si aggira una presenza femminile vestita di nero: è la Lady in Black, interpretata da Hildegard Knef, icona del cinema tedesco degli anni Cinquanta, qui in uno dei suoi ultimi ruoli. La sua figura, nobile e spettrale, rappresenta la strega che da secoli reclama le anime dei peccatori. Con il suo sguardo glaciale e la voce profonda, la Knef incarna la superbia del male antico, la convinzione che la morte e la corruzione siano eterne. Il suo personaggio si muove come un’ombra consapevole, un fantasma che non ha bisogno di violenza per terrorizzare: basta la sua presenza per far vibrare l’aria.

Intreccio ed epilogo

La tensione cresce man mano che gli ospiti iniziano a essere vittime di apparizioni e rituali infernali. Leslie, la giovane che accompagna Gary, diventa oggetto di un rituale demoniaco in cui viene violentata e fecondata dal male stesso, in una scena che rappresenta il trionfo della lussuria come peccato primordiale. Rose, la donna d’affari, manifesta l’avidità del profitto, volendo dominare la casa per ricavarne denaro e prestigio. Gli altri personaggi cedono uno dopo l’altro alle proprie debolezze, come se l’edificio stesso si nutrisse dei loro difetti. L’ira esplode nei litigi e negli omicidi, l’invidia serpeggia tra gli ospiti, la superbia è incarnata dalla strega, l’accidia dall’incapacità dei personaggi di reagire al male che avanza. Perfino la gola, uno dei peccati più viscerali, si manifesta nei rituali che mescolano cibo, sangue e sacrificio, in un banchetto satanico che riecheggia le liturgie proibite dei sabba medievali.

Credit: web

Il cast: Linda Blair e Hildegard Knef brillano

Linda Blair (saga de L’esorcista di William Friedkin), con il suo volto segnato e la gestualità nervosa, interpreta Jane come una figura di redenzione tragica. La sua gravidanza aggiunge una dimensione simbolica fortissima: la vita che cresce dentro di lei rappresenta la possibilità di un mondo nuovo, di un’anima ancora pura in mezzo al peccato universale. Ma il male che la circonda non risparmia nulla, e Jane diventa il canale della perversione del Male. Nella scena climax, cercherà di impedire che la strega si impossessi definitivamente del suo corpo e di quello del figlio che porta in grembo. È un gesto che riecheggia la pietà e il martirio cristiano, e che chiude il film con un senso di condanna e purificazione.

Il ruolo di Hildegard Knef è decisivo per dare profondità a questo intreccio simbolico. L’attrice, che negli anni Cinquanta fu musa del cinema tedesco e star internazionale, trasforma il suo personaggio in un’icona della decadenza. È come se la Knef, con la sua voce rauca e il volto segnato dal tempo, incarnasse la memoria di un’Europa corrotta e stanca, in cui il peccato ha smesso di essere una tentazione per diventare una condizione inevitabile. La sua “Lady in Black” è più che una strega: è un archetipo, la personificazione della superbia, la tentazione di farsi dio e di comandare sulla vita e sulla morte.

Interessante è anche il fatto che inizialmente il produttore avesse insistito per avere Bette Davis (già malata e impegnata sul set di Strega per un giorno) nel ruolo della malefica guardiana dell’isola. Il compianto amico e grande sceneggiatore e regista Claudio Lattanzi mi ricordò proprio il desiderio di avere l’attrice nel cast poi sostituita con la Knef.

Un’allegoria della corruzione morale

Credit: web

L’atmosfera de La casa 4 è quella di un incubo da video notturno: luci fredde, colori saturi, effetti speciali artigianali ma efficaci, una colonna sonora sintetica di Carlo Maria Cordio che alterna tensione elettronica e suggestioni mistiche. Laurenti dirige con mestiere sobrio, più televisivo che cinematografico, ma riesce a creare momenti di autentico disagio visivo ed emotivo, come la scena del povero lussurioso che arde vive a testa in giù sulla croce o quella della Lady in Black che dondola una culla pronunciano parole spettrale in uno stoico tedesco.

Nonostante la semplicità del racconto, La casa 4 funziona come allegoria della corruzione morale. La casa sull’isola diventa un microcosmo in cui i personaggi affrontano non solo il male esterno, ma i propri peccati. È una parabola involontaria sul potere distruttivo dell’ego e del desiderio. Ogni peccato conduce a una morte o a una dannazione, e la strega non è altro che lo specchio in cui le vittime si riflettono.

Un esempio ben costruito di cinema horror apocrifo

La distribuzione americana, pur modificando il titolo e alcuni dialoghi, non cambiò l’essenza del film. La casa 4 rimase un prodotto tipicamente europeo, con l’estetica delle produzioni di D’Amato e una struttura narrativa che unisce melodramma, superstizione e allegoria morale. Accolto tiepidamente al momento dell’uscita, venne in seguito riscoperto dai collezionisti come una delle opere più strane e affascinanti del filone “La casa”, insieme a Ghosthouse (La casa 3) e Beyond Darkness (La casa 5).

Oggi La casa 4 è ricordato come un esempio perfetto di cinema horror apocrifo: imperfetto, eccessivo, ma carico di suggestioni. È un film che parla di streghe e possessioni, ma anche di peccati e fragilità umane. La casa sull’isola, avvolta dalla tempesta, diventa il teatro di una battaglia interiore in cui l’unica salvezza possibile è la consapevolezza della propria colpa.

E forse è proprio questo il motivo per cui, a quasi quarant’anni di distanza, La casa 4 continua a stregare gli spettatori: perché dietro il suo artigianato e le sue ingenuità, nasconde una verità antica. Non c’è casa maledetta che non contenga, in fondo, il riflesso dei nostri stessi peccati.

Buon Halloween a tutti, spettri del cuore e attenti alla “Luce della strega”!

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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