“La felicità nei giorni di pioggia” vede come protagonista Romany. Ed è da lei che partiamo. Romany ha (quasi) diciotto anni e un grande fardello sulle spalle: sua mamma Angie, la sua dolcissima e incasinata e filosofica e molto poco pratica mamma, è morta. Un brutto male l’ha portata via in un battibaleno: una manciata di mesi e cenere alla cenere e polvere alla polvere. Romany ha detto addio al suo unico porto sicuro. Sì, l’unico, visto che ha perso i contatti con il suo papà quand’era poco più che neonata.
Ora, se è vero che per la legge a diciotto anni si è maggiorenni, è altrettanto vero che a quell’età – quando l’adolescenza lascia i suoi strascichi e le paure sono troppe per essere contenute in una sola borsa – si è fragili come soprammobili in vetro, di quelli che si fanno in mille pezzi anche solo sfiorati. Romany, benché determinata e tenace come la mamma, e persino poco incline ai piagnistei, è sola.
Sola al mondo. Ma lo è davvero?
Angie, vedendo avvicinarsi la donna con la falce, ha pensato a tutto. Del resto, quella bambina che tirò su da sola, con molto amore e improvvisazione q.b., era la sua ragione di vita. Il suo faro nella tempesta. La sua persona nel mondo. E nemmeno dopo aver esalato l’ultimo respiro molla la presa su di lei. Ed ecco che Romany si ritrova in uno studio legale con accanto quattro persone che Angie ha riunito da un testamento che non lascia scampo a equivoci: saranno loro i tutori della ragazzina.
Ognuno di loro ha un compito. Ognuno di loro è sotto una lente di ingrandimento. Ognuno di loro è legato. Per un anno – o per sempre (che poi non è sempre così)? A Tiger, Maggie e Leon, amici storici di Angie, vengono dati incarichi pratici e intellettuali insieme. Perlomeno quello che dovranno fare è chiaro – più o meno. E il perché siano stati “nominati” è sibillino, comprensibile. Quasi scontato, nella stranezza della situazione. Ma il vero mistero è un altro: la quarta persona è la giovane e stupenda Hope, a lei è affidato il compito di supportare Romany nel versante “relazioni”.
Ma cosa vorrà mai dire? E perché proprio lei? Gli altri alle spalle hanno 30 anni di amicizia, ma lei e la donna si conoscevano sì e no da una manciata di mesi. In che modo la sua esistenza si sposa con quella di una ragazzina rimasta orfana?
Insomma, in La felicità nei giorni di pioggia di Imogen Clark partirà un viaggio tra passato e presente che darà una risposta a ogni nodo, soprattutto al più bizzarro.
Uno dei libri più letti di quest’anno… eppure onestamente non capisco perché. Non è brutto, eh, badate bene. Scorre, in un modo o nell’altro, sebbene all’inizio in maniera un pochino lenta (il passato dei quattro amici viene scandagliato in maniera certosina, a tratti troppo dettagliata), ma da come viene descritto online sembra un libro che aprirà gli occhi.
Sì, viene presentato come un tomo che cambierà il nostro modo di vedere il mondo, che ci farà apprezzare la vita anche nei momenti bui, che ci accompagnerà durante la tormenta e blablabla. Ma è solo una storia, originale ma non indimenticabile, che spiega quanto l’amicizia possa essere pilastro portante in una vita. Ah, fa capire che nessuno deve stare solo… chiedere aiuto, legarsi gli uni agli altri, poter appoggiare la testa su una spalla amica: ecco come riuscire a non soccombere.ù
Carino, non pazzesco: perfetto per l’estate.
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