Credit: immagine di copertina creata con l'ausilio di un software di IA generativa
Da che mondo è mondo, si sa, i venditori di sogni e i mercanti di illusioni sono sempre esistiti. Quotidianamente assistiamo infatti alla diffusione di prodotti che promettono risultati eccezionali, ma che di rado, per non dire mai, ci aiutano ad ottenere gli effetti sperati. La cosa ancor più bizzarra è che tra integratori capaci di rallentare l’invecchiamento, rimedi naturali che assicurano di risolvere problemi cronici, metodi rivoluzionari per perdere peso senza sacrifici e presunte cure alternative che ci offrirebbero ciò che la medicina non può garantire, l’uomo ha cercato scorciatoie in grado di raggiungere una salute perfetta sin dalla notte dei tempi e qualcuno è sempre stato pronto a vendergliele. Insomma, cambieranno i mezzi di comunicazione e i linguaggi, certo, ma il meccanismo rimane puntualmente lo stesso. Della serie, ogni epoca ha la sua Wanna Marchi!
Un po’ ciò che accadeva un centinaio di anni fa, quando dei semplici “dilatatori rettali”, che ricordano quelli che noi chiameremmo volgarmente “plug anali” per forma e utilizzo, venivano spacciati, per quanto strano ci possa sembrare, per autentici miracoli!
Per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, chiara e sbagliata – H. L. Mencken,
Nello specifico, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un momento in cui la medicina moderna stava costruendo molte delle proprie certezze scientifiche, il mercato dei cosiddetti dispositivi terapeutici prosperava come non mai. Riviste, giornali e cataloghi postali erano pieni di pubblicità che garantivano guarigioni sorprendenti per una vasta gamma di disturbi. In quel marasma di invenzioni insolite figuravano i dilatatori rettali, che all’epoca venivano presentati come veri e propri strumenti medici.
I più noti erano quello commercializzati dalla statunitense Battle Creek Sanitarium Company, fondata dal medico John Harvey Kellogg, figura piuttosto controversa nel panorama medico americano. Suddetti dispositivi consistevano in una serie di dilatatori di diverse dimensioni, generalmente realizzati in gomma dura o materiali simili, da inserire nel retto per un determinato periodo di tempo seguendo precise istruzioni. Le confezioni apparivano eleganti e professionali, accompagnate da opuscoli che fornivano dettagliate spiegazioni in merito al loro utilizzo, risaltando i benefici che l’organismo avrebbe potuto trarne. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, inoltre, non si trattava di articoli venduti in ambienti clandestini o marginali. Anzi, veniva addirittura pubblicizzati apertamente come presidi sanitari, acquistabili attraverso canali commerciali perfettamente legittimi.
Le promesse erano impressionanti. I produttori sostenevano che questi strumenti potessero alleviare la stitichezza, migliorare la qualità del sonno, ridurre il mal di testa, combattere il nervosismo, aumentare l’energia fisica e mentale, e persino contribuire alla risoluzione di disturbi psicologici. Basti pensare che in alcuni annunci pubblicitari la lista dei benefici occupava più spazio della descrizione del prodotto stesso. In che modo, però, riuscirono a riscuotere un così notevole successo?
Ebbene, una delle teorie mediche più diffuse tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX sosteneva che molte malattie fossero causate dall’accumulo di tossine nell’intestino. In base a tale concezione, nota come teoria dell’autointossicazione, il colon produceva sostanze nocive che, ristagnando nell’organismo, finivano per contaminare tutto il corpo. Stanchezza, depressione, insonnia, problemi cutanei e alcune malattie mentali venivano spesso attribuiti a questo presunto processo.
Perciò, se il problema nasceva nell’intestino, la conclusione sembrava logica. Bisognava intervenire su quell’area per migliorare la salute generale. E così, cominciarono a diffondersi i dilatatori rettali, presentandosi come una soluzione semplice e accessibile per ristabilire il corretto funzionamento del corpo umano. Ovviamente, con il progredire della ricerca scientifica, la teoria dell’autointossicazione si rivelò infondata e convinzioni del genere furono abbandonate, mentre le straordinarie proprietà attribuite ai dilatatori non trovarono (più) conferme nei dati clinici.
Per carità, pensarci adesso fa inevitabilmente sorridere. D’altronde, è difficile immaginare che qualcuno potesse credere davvero a quel che si diceva, eppure sarebbe un errore liquidare la questione come il frutto dell’ingenuità dei nostri antenati. In fondo, il meccanismo che rese popolari quei dispositivi è il medesimo che continua a funzionare ancora oggi. Se all’inizio del Novecento c’erano cataloghi e giornali che magnificavano le virtù dei plug, ora esistono social network e campagne pubblicitarie che magnificano realmente la qualunque, raggiungendo e condizionando milioni di persone nel giro di pochi minuti.
La vera differenza, forse, è che ci sembra assurdo credere a certi rimedi semplicemente perché appartengono al passato. Chissà, magari fra cent’anni sfoglieranno i nostri cataloghi con stupore identico a quello con cui noi osserviamo quelle dei dilatatori medici. Alcuni sorrideranno delle nostre convinzioni, altri prenderanno in giro le nostre mode salutistiche e altri ancora si faranno beffe delle nostre cure miracolose, ma poco importa perché se la storia della medicina è fatta di grandi scoperte, quella delle illusioni pare non passare mai di moda!
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