Attualità

Legge sulla caccia, il nuovo disegno del Governo Meloni: verso un Far West venatorio?

Il disegno di legge sulla caccia promosso dal ministro Francesco Lollobrigida e approvato in Consiglio dei ministri del Governo di Giorgia Meloni rappresenta un attacco senza precedenti alla normativa italiana sulla caccia. Un cambio di paradigma che, se confermato nei suoi contenuti, minerebbe decenni di tutela ambientale e renderebbe la caccia un’attività pressoché senza limiti. Il rischio? Che l’Italia diventi un Far West venatorio in piena regola.

In cosa consiste?

La proposta, anticipata da Il Fatto Quotidiano, è un mosaico di interventi che nel loro insieme ridisegnano completamente il rapporto tra l’uomo e la fauna selvatica, tra caccia e ambiente. Non si tratta solo di estendere i giorni di caccia o modificare i calendari venatori: il ddl spalanca la porta all’accesso dei cacciatori in aree demaniali, foreste, e potenzialmente persino spiagge e sentieri escursionistici, con buona pace di escursionisti, famiglie e amanti della natura. Il principio della convivenza civile viene capovolto: non è più il cacciatore a dover rispettare spazi e tempi, ma il cittadino comune a dover convivere con le doppiette.

Particolarmente grave è l’apertura ai famigerati roccoli, impianti di cattura tradizionali già messi al bando dall’Unione Europea. Una mossa che non solo ignora le direttive europee, ma rischia di esporre l’Italia a nuove procedure d’infrazione. In parallelo, l’ampliamento delle specie usabili come richiami vivi – da 7 a 47 – rappresenta un chiaro passo indietro sul piano del benessere animale e dei controlli ambientali.

Ancora più inquietante è il tentativo di ridimensionare il ruolo dell’ISPRA, organismo tecnico indipendente, a favore di un comitato nazionale notoriamente vicino al mondo venatorio. È difficile non leggere questa mossa come un modo per politicizzare la gestione della fauna selvatica e allungare ulteriormente le stagioni di caccia, magari aprendo a quelle notturne o in pieno inverno.

La riforma va anche a colpire uno dei pilastri del diritto: la proprietà privata. Con il mantenimento (e anzi la valorizzazione) dell’articolo 842 del Codice Civile, i cacciatori possono accedere a fondi agricoli privati senza il consenso del proprietario. Una norma anacronistica, figlia del 1942, che oggi appare incompatibile con qualsiasi moderno concetto di diritto individuale.

Uno smantellamento delle aree protette

Sullo sfondo di tutto ciò, si intravede un disegno più ampio: smantellare progressivamente le aree protette. La clausola che obbliga le Regioni a non superare il 30% di territorio agrosilvopastorale protetto è un’arma a doppio taglio, in palese contrasto con gli obiettivi UE che mirano a raggiungere il 30% di protezione, non certo a contenerla. Il fatto che, in caso di inadempienza, il potere passi al ministero dell’Agricoltura (e non a quello dell’Ambiente) è il segnale più chiaro di quale sia la reale intenzione: subordinare la tutela ambientale agli interessi di una specifica categoria.

Le proteste del mondo ambientalista e delle opposizioni sono quindi tutt’altro che ideologiche. Sono un grido d’allarme di fronte a una riforma che minaccia non solo gli animali selvatici, ma anche l’idea stessa di natura come bene comune.

È doveroso interrogarsi: è davvero questo il modello di gestione faunistica che vogliamo per il futuro? Un’Italia dove il bosco non è più rifugio, ma terreno di caccia permanente? Dove la biodiversità si piega alle esigenze di una minoranza rumorosa e influente? Dove le norme europee e persino la Costituzione – che all’articolo 9 tutela ambiente, biodiversità e animali – vengono trattate come ostacoli formali, e non come valori fondanti?

In un’epoca in cui la crisi climatica e la perdita di biodiversità sono tra le emergenze più gravi del nostro tempo, la politica dovrebbe fare tutt’altro: investire in conservazione, in educazione ambientale, in convivenza tra attività umane e tutela del territorio. Questo disegno di legge, invece, fa l’esatto contrario.

Un passo indietro. E, forse, un baratro, dinanzi al quale Giancarlo De Salvo, Presidente dell’associazione nazionale “Rispetto per Tutti gli Animali” ha deciso di non rimanere in silenzio.

Le parole di Giancarlo De Salvo sulla nuova legge sulla caccia

La legge Lollobrigida è uno spregio per il paese, un colpo mortale all’ambiente e alla biodiversità e alla sua tutela, una follia inimmaginabile , un incubo, da film dell’orrore, per chiunque abbia a cuore il pianeta, non può approvare. Chi l’ha partorita, ha dato alla luce un mostro è un ritornare indietro di 100 anni, ma in una situazione ambientale completamente diversa, già estremamente compromessa e in sofferenza, che urla ogni giorno vendetta.

Ci vorrebbe più tutela

Molte specie sono estinte o in via d’estinzione, l’equilibrio è rotto e avrebbe urgente bisogno di un’attenta tutela, di un impegno costante, di una protezione seria e una vigilanza competente e attenta, che abbia come fine la vita e non la morte. Noi di “Rispetto per tutti gli animali” ci battiamo da anni, cercando di far sentire la nostra voce. Purtroppo, però, nessuno ci ha mai ascoltato o appoggiato. Le grandi associazioni risultano assenti e proseguono con proclami, indignazioni e petizioni, che non hanno mai portato a nulla di buono.

Non a caso, sono 30 anni che siamo fermi, l’animalismo non sta incassando risultati di alcun tipo, Mai come ora gli animali sono scoperti, non hanno alcuna protezione e sono nel mirino di chi li vuole sterminare, perché hanno capito che possono osare e distruggere tutto ciò che con fatica si è costruito. Se ci avessero dato credito, supportato, ora non saremmo qui a disperarci, a piangerci addosso, per cercare di arginare uno tsunami ambientale.

La delusione dal “mondo animalista”

Sono molto arrabbiato deluso, dal mondo animalista, perché si poteva sicuramente evitare, di arrivare a questo punto così estremo così pericoloso, in tutti i sensi e da ogni punto di vista, che lo si voglia accettare oppure no. Da questo governo qualcosa del genere me lo potevo anche aspettare, ma non di questa portata. Ci si è spinti troppo oltre il limite del possibile. Inoltre, non dimentichiamo, che questo liberi tutti porterà non solo ad una distruzione dell’equilibrio naturale, ma causerà soltanto morte.

Tutto questo, però, sembra non interessare. Pare che la vita non abbia ormai ha più valore. Ogni anno, nel periodo venatorio, che oramai durerebbe quasi 365 giorni, avviene una strage silenziosa, di animali e pure di persone, spesso malcapitate.

Possiamo fermare tutto questo!

Abbiamo sulla piattaforma del Ministero di Grazia e Giustizia due Referendum contro la caccia che metterebbero a tacere questo scempio. Si firma online con SPID o carta d’identità elettronica (CIE). La prima proposta referendaria renderebbe illegale la caccia in Italia, la seconda proposta è la ripresentazione del quesito proposto da Pannella portato al voto il 3 giugno 1990, dove per pochissimo non si raggiunse il quorum. La proposta andrebbe ad abrogare l’art. 842, dove l’attuale legge consente l’ingresso dei cacciatori nei fondi privati anche senza l’autorizzazione del legittimo proprietario.

Se ci pensiamo bene, già quasi 40 anni fa la gente aveva capito la necessità di dire basta a questi inutili abusi, non più necessari né accettabili. Si sentiva l’esigenza di chiudere definitivamente con tale pratica insensata, il cui unico effetto è quello di elargire morte e distruzione. Da allora, ahinoi, c’è stato solo un vuoto enorme, un grande silenzio.

Eppure, basterebbe un po’ più di appoggio da parte delle istituzioni, che ora sembrano contrariate. Sarebbe sufficiente raggiungere 50 000 firme per arrivare al voto, avendo la Corte di Cassazione già approvato la mozione. Di conseguenza, non possiamo far altro che domandarci il perché di una così forte resistenza. Non è la prima volta che presentiamo i nostri quesiti referendari, ma abbiamo continuamente incontrato ostacoli. Perciò, con la piattaforma online, auspichiamo ad un raggiungimento del nostro obiettivo, perché, davvero, basta poco. Non serve a nulla indignarsi se poi non ci mobilitiamo seriamente per cambiare le cose e gli ultimi Referendum sul lavoro e sulla cittadinanza ce lo hanno dimostrato!“.

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La Redazione

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