Quarant’anni fa, il 2 dicembre 1984, la mafia uccideva il primo pentito di Cosa Nostra, una delle più pericolose organizzazioni criminali di stampo mafioso che l’Italia abbia mai conosciuto. Leonardo Vitale, era questo il nome di quell’uomo che, per troppo tempo, è rimasto nell’ombra. La sua morte fu una sentenza emessa non solo dal clan, ma anche (e soprattutto) dall’indifferenza e dall’incomprensione di una società incapace di accogliere nonché valorizzare la sua scelta. Ed è proprio per questo che ricordarlo oggi non significa rendere omaggio al suo coraggio, bensì riflettere sul cammino compiuto e su quanto lavoro ci sia ancora da fare nella lotta alla criminalità organizzata.
Perché il non restare indifferenti in un mondo in cui si preferisce di gran lunga voltarsi dall’altra parte è uno degli atti più eroici che si possano compiere. Un po’ quello che ci ricordava Martin Luther King:
La nostra vita comincia a finire il giorno in cui restiamo in silenzio di fronte alle cose che contano
Se dovessimo riassumere in una sola parola il percorso di vita di Vitale, potremmo dire che egli è stato un precursore, qualcuno che, nel 1973, decise di rompere il silenzio omertoso tipico del suo mondo. In un’epoca in cui parlare significava firmare la propria condanna, infatti, Vitale confessò i crimini di cui era stato protagonista, denunciando i vertici dell’organizzazione. Non lo fece per convenienza, come avverrà per altri pentiti negli anni successivi. Al contrario, il suo gesto fu il risultato di un turbamento morale scaturito da un’incontentabile bisogno di redenzione, che trovava radici nella sua fede e in un percorso interiore di sofferenza.
Tuttavia, a quel tempo la società e le istituzioni non erano ancora pronte. Non a caso, i magistrati accolsero con diffidenza le sue parole, giudicandolo più un folle che un testimone attendibile, e sentenziarono che venisse internato in un ospedale psichiatrico. Non trovò, dunque, l’indulgenza o il plauso per il coraggio che, riflettendoci a posteriori, avrebbe meritato. Anzi, visse anni di isolamento, derisione e dolore. La sua verità, in gran parte, fu ignorata e venne presa in considerazione solamente quando oramai era troppo tardi.
Quel 2 dicembre del 1984, poi, appena due anni dopo essere uscito dal manicomio, Vitale fu ucciso con due colpi di pistola all’uscita dalla chiesa del suo quartiere, a Palermo. Nessuna protezione, nessuna tutela per chi aveva osato sfidare il potere mafioso. Il messaggio era chiaro: chi parla muore, chi tradisce il giuramento di omertà è condannato. La mafia, del resto, ha sempre saputo trasformare le sue vittime in avvertimenti.
Ciò nonostante, l’assassinio di Vitale non è soltanto un monito che mette in guardia dalla ferocia della criminalità organizzata. Anzi, per certi versi, potrebbe diventare perfino un “esempio” che ricordi il valore delle scelte individuali, il coraggio di tentare, la temerarietà nel voler seguire un cammino differente da quello intrapreso in passato e la necessità di dar vita ad un sistema che sia in grado di sostenere chiunque, presto o tardi, sia disposto a scegliere il bene, anche a caro prezzo.
Al giorno d’oggi, in effetti, ricordare Leonardo Vitale, il primo di una lunga lista, significa non soltanto compiere un atto di giustizia storica (seppur tardiva), ma richiamare ciascuno alla responsabilità collettiva. Se i pentiti successivi, Tommaso Buscetta in poi, hanno avuto la possibilità di cambiare le sorti della lotta alla mafia e ai clan, lo si deve anche a chi, proprio come Vitale, ha aperto la strada pagando con la vita.
Perché combattere questo tipo di realtà non è solamente una questione di giustizia o di essere nel giusto, ma anche di cultura. La nostra dovrebbe essere una comunità che, per quanto sia chiamata al rispetto della legge (civile, penale e morale), sia capace di non abbandonare chi decide di denunciare, di accoglierlo, proteggerlo e, prima di ogni altra cosa, ascoltarlo. In un’Italia che ha fatto passi avanti contro la criminalità organizzata, ma che ancora combatte contro l’indifferenza e il silenzio, questo non può (e non DEVE) più essere tollerato.
Pertanto, ricordare Vitale, simbolo di coraggio e solitudine, è un impegno verso il futuro, un invito a non lasciare che altri, al pari di lui e della lotta che hanno contribuito ad animare, si sacrifichino invano e dimenticati.
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