La notte di San Lorenzo ha qualcosa che le altre notti d’estate non hanno. Sarà forse perché arriva quando agosto è entrato pienamente nel vivo, con le giornate che sembrano ancora infinite, ma che, sotto sotto, cominciano già a fare i conti con la fine delle vacanze. O chissà, magari perché, almeno per una sera, in quel mood da vita lenta che caratterizza quella che per molti è la stagione più bella dell’anno, ci diamo la possibilità di aspettarci che succeda veramente qualcosa. E a dirla tutta, non importa nemmeno troppo cosa. In fondo, basta una luce che attraversi il cielo, una scia veloce, un piccolo lampo, e prima ancora di capire se l’abbiamo vista davvero, abbiamo già espresso un desiderio.
È una delle poche superstizioni che continuiamo a praticare senza farci troppi problemi, tant’è che persino chi dice di non credere (più) alle stelle cadenti, davanti ad una Perseide finisce spesso per cambiare atteggiamento: guarda in alto, pensa a qualcosa, e perché no, probabilmente senza dirlo a nessuno, spera.
Ovviamente, ormai in molti sanno che quelle che chiamiamo “stelle cadenti” non sono stelle e, a dire il vero, non stanno nemmeno “cadendo” da qualche parte. Al contrario, si tratta di meteore, prodotte da minuscoli frammenti di materiale rilasciati dalla cometa 109P/Swift-Tuttle lungo il suo tragitto vicino alla Terra. Quando il nostro pianeta attraversa questa scia di detriti, infatti, le particelle entrano nell’atmosfera ad altissima velocità e si consumano, producendo le strisce luminose che tutti osserviamo. Prendono il nome di “Perseidi” dalla costellazione di Perseo, perché è da quella zona del cielo che le loro traiettorie sembrano avere origine.
Comunque, tralasciando per un attimo le spiegazioni, che rischiano di togliere quel pizzico di magia a cui in tanti preferiscono ancora affidarsi, c’è una buona notizia per coloro che quest’anno cercheranno puntualmente il luogo migliore dal quale osservarle. Il picco è in effetti atteso nella notte tra il 12 e il 13 agosto, ma allora perché continuiamo ad associare il 10 agosto al fenomeno delle cosiddette stelle che cadono?
Ebbene, con ogni probabilità per abitudine o perché in quella data la Chiesa ricorda il diacono e martire romano Lorenzo, ucciso nel 258 d.C. durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. La tradizione cristiana lega il suo martirio alla graticola e proprio da questa immagine nasce una delle associazioni più conosciute, quella scie luminose, che diventano le “lacrime di San Lorenzo”, oppure, secondo un’altra interpretazione popolare, le scintille del suo supplizio.
Del resto, è ampiamente risaputo che le tradizioni popolari abbiano sempre avuto un rapporto particolare con il cielo. Prima di sapere cosa fosse una meteora, gli uomini guardavano le stelle per orientarsi, per comprendere il ciclo delle stagioni, cercare presagi e provare a dare un significato a ciò che non riuscivano a spiegare. E le Perseidi, proprio per via del loro ritorno ciclico, sono diventate quasi una promessa che si rinnova e che, in qualche modo, ci ricorda che alcune cose continuano a succedere anche mentre tutto il resto cambia.
A legare indissolubilmente la data di oggi alla nostra idea delle stelle cadenti, però, potrebbe essere stato Giovanni Pascoli. In X Agosto, scritta nel 1896, il poeta parte dalle stelle per raccontare un dolore molto più personale e profondo:
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade…
Un componimento in cui quegli astri diventano lacrime, dolore, memoria, con il cielo che pare prendere attivamente parte a ciò che accade sulla Terra e potrebbe essere anche per questo che la notte di San Lorenzo ci è rimasta così impressa, perché riesce a tenere insieme cose apparentemente lontanissime: la festa e la malinconia, la superstizione e la scienza, il desiderio e il ricordo.
Ad ogni modo, al di là di qualsiasi motivazione scientifica o storica, per quale motivo continuiamo ad esprimere desideri? In fondo, nessuno ci ha mai promesso che una meteora sia in grado di realizzare quello che desideriamo. Non esiste nessuna legge dell’universo secondo cui una scia luminosa debba occuparsi dei nostri problemi. Ciò nonostante, quando ne vediamo una, qualcosa dentro di noi scatta automaticamente. Da bambini poteva pure un gioco, ma adesso c’è evidentemente qualcosa di più.
Crescendo, impariamo che i desideri non sono sempre facili da formulare, così come non è scontato che chiunque possa permettersi di averne. Alcuni cambiano nel tempo, altri diventano più concreti e altri ancora ce li teniamo per noi, perché tanto sappiamo benissimo che, per quanto lo vogliamo, non si avvereranno mai. Inevitabilmente, però, benché razionali o disincantati, rimaniamo con il naso all’insù e con le tasche piene di speranze.
Non saprei spiegarne la ragione precisa. Quel che è certo è che un desiderio, incluso quando sappiamo che probabilmente resterà tale, dice qualcosa di noi. Racconta quello che ci manca, quello che vorremmo cambiare, le persone che vorremmo accanto o quelle che vorremmo semplicemente rivedere più di quanto saremmo disposti ad ammettere a noi stessi. E alla fine, va bene così. Il cielo non ci prometterà nulla, non esaudirà le nostre richieste e non ci cambierà la vita. Tuttavia, fosse anche solo per alcuni istanti, ci ricorda che l’immaginazione è e rimane uno di quei pochi lussi di cui nessuno potrà mai privarci e che se qualcosa arriva, bisogna essere abbastanza fortunati da accorgersene.
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