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Milano, la protesta tradita dalla violenza: il caro vita non si combatte distruggendo il lavoro altrui

Milano è ancora sotto shock dopo due giornate di violenze che hanno trasformato una protesta contro il caro vita in una vera e propria guerriglia urbana. Le devastazioni in piazza Duomo, i negozi saccheggiati, gli incendi e gli scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito nazionale il tema della sicurezza. Il bilancio aggiornato del fine settimana parla di centinaia di persone accompagnate negli uffici di polizia e di decine di arresti, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato un vertice sull’ordine pubblico e ha predisposto, insieme al suo Governo, la presenza di 500 militari in strada a partire da oggi.

Le tensioni, esplose anche in altre città italiane, hanno evidenziato una frattura sociale che non può essere ignorata, perché, se la violenza deve essere condannata senza esitazioni, altrettanto urgente è affrontare le cause di un malessere economico che coinvolge milioni di cittadini.

La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri — Montesquieu, Lo spirito delle leggi (1748), Libro XI, capitolo III.

Il caro vita non giustifica la violenza a Milano: a pagare sono anche i cittadini che protestano per sopravvivere

Il caro vita è un dramma che attanaglia migliaia di cittadini italiani. Famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, lavoratori e pensionati che vedono diminuire ogni giorno il proprio potere d’acquisto, bollette, affitti, spesa quotidiana e carburanti che pesano sempre di più sui bilanci familiari. Non si tratta soltanto di numeri o di statistiche economiche. Dietro ogni rincaro ci sono persone, sacrifici, rinunce e preoccupazioni che la politica ha il dovere di ascoltare.

Protestare contro tutto questo è legittimo. Manifestare pacificamente è un diritto costituzionale e dare voce al disagio sociale è fondamentale in una democrazia. Ma quello che abbiamo visto a Milano non può e non deve essere confuso con il diritto di manifestare. Vetrine distrutte, negozi saccheggiati, arredi urbani devastati, incendi e scontri con le Forze dell’Ordine non rappresentano una protesta civile. Sono atti di vandalismo e violenza che devono essere condannati senza esitazioni. Secondo le prime valutazioni di Confcommercio Milano, i danni economici alle attività commerciali del centro, compresi i mancati introiti, hanno già superato i 500mila euro. E a pagare saranno ancora una volta commercianti, lavoratori e cittadini, molti dei quali stanno affrontando proprio quello stesso caro vita contro cui la manifestazione era nata.

Avere il coraggio di condannare chi utilizza le proteste per devastare

C’è una contraddizione enorme: non si può protestare contro le difficoltà economiche distruggendo il lavoro e i sacrifici di altre persone.

Difendere il diritto alla protesta significa anche avere il coraggio di isolare e condannare chi utilizza una manifestazione per devastare una città. Chi scende pacificamente in piazza per chiedere salari più dignitosi, una tassazione più equa e un futuro migliore deve essere ascoltato, mentre chi distrugge vetrine, saccheggia negozi, incendia arredi urbani e aggredisce gli agenti deve invece assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Non esistono giustificazioni sociali o politiche che possano trasformare un atto di vandalismo in una legittima forma di protesta.

Le immagini del capoluogo lombardo devono rappresentare un monito per tutti. Per le istituzioni, che hanno il dovere di garantire sicurezza e risposte concrete al disagio economico, per la politica, che deve smettere di alimentare divisioni e cominciare ad affrontare seriamente i problemi del Paese, e per chi manifesta, che deve comprendere come la violenza finisca inevitabilmente per indebolire anche le ragioni più giuste. Il disagio sociale merita risposte concrete dalle istituzioni. La protesta merita ascolto, ma la violenza e il vandalismo meritano una condanna ferma e inequivocabile perché il diritto di manifestare non può diventare il diritto di distruggere e, soprattutto, non si può pretendere di combattere la povertà impoverendo qualcun altro!

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Simone Di Matteo

Simone Di Matteo, Latina 25 gennaio 1984. Curatore della DiamonD EditricE, autore, scrittore e illustratore grafico è tra i più giovani editori italiani. I suoi racconti sono presenti in diverse antologie. Molti dei suoi libri invece sono distribuiti all'interno degli istituti scolastici italiani. È noto al grande pubblico non solo esclusivamente per la sua variegata produzione letteraria, ma anche per la sua partecipazione nel 2016 alla V edizione del reality on the road di Rai2 Pechino Express. Consacratosi come Il giustiziere dei Vip, da circa due anni grazie a L’Irriverente, personaggio da lui ideato e suo personale pseudonimo, commenta il mondo della televisione, dei social network e i personaggi che lo popolano, senza alcun timore, con quel pizzico di spietatezza che non guasta mai attraverso le sue rubriche settimanali.

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