Maliarde e mortifere, ibride e ambigue, fascinose e fatali. L’immaginario collettivo ha plasmato una forma del femminile che mescola in sé l’incanto e l’orrore: le sirene. Dal mito greco alle leggende del nord Europa, queste creature hanno da sempre sedotto e terrorizzato. La loro fama è ormai consacrata nella cultura di massa, ma cosa succede quando le trame del mito si staccano dalla pagina scritta e iniziano a serpeggiare tra i sentieri e i vicoli di una città? É il caso della leggenda di Partenope, la sirena indissolubilmente legata a Napoli.
Donne punite. Così, secondo una parte della tradizione mitica, ebbero origine le sirene: per alcuni, una vendetta della dea Afrodite, disprezzata da queste fanciulle vergini per la sua strabordante lussuria; per altri, una punizione di Demetra, inflitta alle sirene colpevoli di non aver impedito il rapimento di sua figlia Persefone da parte di Ade, dio dei morti. Dell’origine umana le sirene conservarono il volto e parte del torso, mentre la parte inferiore del corpo, vittima di una trasformazione bestiale, assunse le fattezze di uccello, con zampe dotate di artigli e ampie ali. Benché apparsa sporadicamente già in alcune raffigurazioni di età classica, a fronte di una parte della tradizione che le indicava come figlie di divinità marine, l’immagine della sirena metà donna e metà pesce entrerà stabilmente nell’iconografia e nella cultura di massa a partire dal Medioevo.
La natura duale di questi mostri – la parola è da intendersi nel suo valore etimologico, cioè tutto ciò che, in positivo o negativo, esula dai confini dell’usuale – non era l’unica peculiarità. Le sirene, infatti, disponevano di due potenti armi: l’onniscienza e l’abilità nel canto.
La prima attestazione scritta delle Sirene compare nell’Odissea. L’episodio è noto, ma conviene ripercorrerlo: Odisseo, nel suo lungo e travagliato ritorno in patria dopo la conclusione della guerra di Troia, si trova a solcare le acque dello stretto di Messina. In quei luoghi molti sono i pericoli, tra cui Scilla, Cariddi e, appunto, le Sirene. Odisseo, informato dalla maga Circe, sa che il canto melodioso di queste creature è foriero di morte, perché la seduzione dei naviganti si conclude con il divorarli. Allora l’eroe ordina ai suoi compagni di coprirsi le orecchie con la cera e di legarlo all’albero della nave.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa
di uomini putridi, con la pelle che raggrinza. – Odissea XII, 184-8
Ma le note melliflue e funeste delle Sirene promettono di dischiudere la conoscenza più totale, ambizione irresistibile per Odisseo, che si dibatte, combatte contro se stesso e implora di essere slegato, perché troppo forte è la brama di sapere, cifra distintiva del personaggio omerico. Lo stratagemma, tuttavia, funziona e l’imbarcazione riesce a proseguire oltre le temibili creature.
Solo in un’altra occasione del mito, narrata da Apollonio Rodio, una nave era riuscita a sfuggire alle Sirene, quando, al ritorno dalla Colchide, Giasone e i suoi Argonauti furono in grado di oltrepassare illesi i luoghi delle cantrici di morte – collocati in questo caso nei pressi di Sorrento –, solo grazie al poeta e musico Orfeo, che annichilì le creature battendole in una sorta di gara di canto.
In un poema di III sec a. C. di Licofrone di Calcide, compaiono i nomi delle Sirene (assenti in Omero) – Partenope, Leucosia e Ligea – e la descrizione del loro infelice destino: non essendo riuscite ad ammaliare e uccidere Odisseo, le tre sorelle si librarono in volo dagli scogli che abitavano e si precipitarono in mare scegliendo il suicidio.
Il corpo di Leucosia riemerse nelle acque dell’odierno Golfo di Salerno e il suo nome riecheggia ancora nella toponomastica di quei luoghi; i flutti trasportarono quello di Ligea sulle coste tirreniche della Calabria, mentre Partenope fu ritrovata nelle acque di Napoli. La città intitolò gare sportive alla Sirena, che iniziò ad essere venerata come dea protettrice del luogo.
La figura di Partenope è ormai intimamente fusa nell’anima del capoluogo campano, del quale simboleggia tutto il fascino ambiguo, la bellezza ammaliante e quasi tragicamente dolorosa. Le tracce della creatura mitologica vivono e pulsano non solo nei luoghi della città – si veda la Fontana della Sirena in Piazza Sannazaro –, ma anche nella cultura del luogo: l’ultimo film di Sorrentino, la canzone Partenope dell’artista napoletano Liberato, sono solo due esempi di come la seduzione della sirena non rimanga relegata alle pagine del mito.
Sebbene l’immaginario collettivo nel corso dei secoli abbia progressivamente emendato la componente di ferocia nella figura delle sirene – fino a renderle creature innocue e adatte ai bambini come nel caso della Disney –, mantenendone il carattere intrinsecamente sensuale, la strutturazione originale della sirena del mito permette di scorgere qualcosa sulla mentalità antica. Nel mondo omerico, in particolare nell’Odissea, la donna vedeva la sua realizzazione più alta e nobile in Penelope, moglie arguta e intelligente che ha votato la sua intera esistenza alla famiglia, all’attesa paziente e casta del ritorno dello sposo Ulisse. Tutte le manifestazioni del femminile devianti rispetto alla devozione e alla compostezza di Penelope, la mentalità misogina antica le catalogava come ambigue e pericolose.
Le sirene, dunque, incarnano la forza rabbiosa e indomabile del femmineo, nonché la sua potenza, che si manifesta in una seduzione irrazionale e perciò perturbante, bramata e temuta dall’uomo. È questa forse la ragione per la quale le sirene – come tante altre figure del mito, come Circe – devono rientrare nell’etichetta dell’anormale e del mostro, perché, come tutte le manifestazione del femminile che non consentono di essere domate e di rientrare in una rappresentazione tranquillizzante per il maschile, costituiscono una minaccia al potere dell’uomo. Mogli sante, pu**ane pericolose. Le uniche due categorie che la donna può abitare ancora oggi. Insomma, i germi della misoginia moderna hanno origine antica.
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