Questa settimana avrei voluto parlarvi sicuramente dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, che vedono 16 sport in programma e che se li avessero fatti ad Honolulu, viste le infinite criticità che stanno causando a chi vive nella non più ridente cittadina di Milano, tipo me, sarebbe stato un bene. Oppure, ma questo ieri, avrei voluto raccontarvi, nella giornata mondiale che li consacra, del magico mondo dei nostri amatissimi gatti, che sono certo, prima o poi, e meglio di noi, un giorno governeranno il mondo. E invece no, mentre ero intento a crogiolarmi sugli allori, tutto ad un tratto mi sono ricordato che il prossimo 22 e 23 marzo i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi, attraverso un Referendum, su una riforma costituzionale che tocca uno dei pilastri più delicati dello Stato di diritto: l’organizzazione della magistratura e, nello specifico, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
La libertà è il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire — George Orwell
Al netto delle posizioni ideologiche, tutte rispettabili e legittimi, una domanda mi è sorta spontanea: è davvero sensato e opportuno affidare a un voto popolare una decisione così tecnica, così complessa e così profondamente incastonata nel motore della giustizia? Alla fine non stiamo parlando o sentenziando su di che colore era il cavallo bianco di Napoleone, ma di competenze specifiche, di iter giuridici, di dinamiche sottili tra accusa e giudizio, di equilibri costituzionali, di effetti concreti sui processi e sull’autonomia della magistratura. Roba che non rientra esattamente nella quotidianità della maggior parte dei cittadini, me compreso. E no, miei adorati adoranti cyber-navigatori, aver visto una stagione di Suits non vale come master in diritto costituzionale!
La mia non è una bestemmia contro la democrazia diretta. È, più banalmente, un bagno di realtà: chi non vive il sistema giudiziario dall’interno credo possa difficilmente misurarne le conseguenze strutturali. Il rischio concreto, non teorico, è che una riforma così delicata venga giudicata a colpi di propaganda, più che sulla base di una reale comprensione dell’impatto che potrebbe avere. E allora viene spontaneo chiedersi: non sarebbe stato più lineare affidare una scelta del genere a chi nella giustizia ci lavora ogni giorno? Magistrati, avvocati, studiosi del diritto, operatori del settore.
Non per mettere il cittadino dietro la porta, anche se io più della metà, giusto per essere magnanimo, li appenderei ad un muro, ma per riconoscere che non tutte le decisioni hanno lo stesso peso tecnico e lo stesso livello di complessità. Non tutto si può comprimere in una casella da barrare. Perché trasformare una riforma costituzionale così articolata in un secco “sì” o “no” ha un che di tragicomico. E rischia di essere controproducente comunque vada. Se vincesse il sì, perché potremmo approvare una modifica senza una piena consapevolezza collettiva, mentre se vincesse il no, potremmo respingere una riforma senza aver davvero compreso il merito del dibattito.
In un’epoca in cui la politica ha l’ossessione di semplificare ciò che è complesso e di trasformare questioni tecniche in guerre identitarie da social network, forse il vero atto rivoluzionario sarebbe ammettere che non tutto può, o dovrebbe essere ridotto a una consultazione popolare priva degli strumenti necessari per capire davvero cosa c’è in gioco.
Perché quando si parla di giustizia non si sta commentando un reel. Si sta parlando dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, della tutela dei diritti e della credibilità stessa delle istituzioni. E quella, a differenza degli slogan politici e partitici, non dovrebbe mai andare in promozione!
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Referendum Giustizia: servono davvero le 500mila firme? E per cosa votiamo? – L’Opinione
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