Attualità

Sanità, quando la salute pubblica diventa un ADV: pubblicità o sponsorizzazione del privilegio?

«Sono stato al San Raffaele per un check-up che voglio consigliarvi»: con queste parole, il rapper Rosa Chemical ha acceso un acceso dibattito sui social, promuovendo il Full Body Scan, un esame diagnostico dal costo di almeno 2.500 euro. Prima di lui, anche Sfera Ebbasta e Shade avevano fatto lo stesso, trasformandosi in testimonial non ufficiali di un sistema sanitario che premia chi può permetterselo e lascia indietro chi non ha alternative se non il pubblico.

Le reazioni non si sono fatte attendere: centinaia di commenti negativi hanno invaso il web, denunciando un’Italia in cui la sanità non è più per tutti, ma è un privilegio. «Io non riesco a prenotare una mammografia da tre mesi» scrive un utente, mentre un altro denuncia che sua madre, in attesa di una visita oculistica, ha ricevuto come prima disponibilità ottobre 2026.

In un Paese in cui le liste d’attesa della sanità pubblica sono sempre più lunghe, vedere artisti con milioni di follower pubblicizzare esami a pagamento che molti non potranno mai permettersi non è solo inopportuno: è la dimostrazione di un sistema che premia chi ha soldi e penalizza chi ne ha bisogno.

Sanità e marketing della disuguaglianza

Full Body Scan è un esame avanzato sviluppato dall’Unità di Radiologia di Imaging Avanzato per la Medicina Personalizzata dell’Ospedale San Raffaele di Milano/Credit: web

Il Full Body Scan promosso dagli artisti è un esame che promette di scansionare il corpo intero in 35 minuti, rilevando eventuali anomalie. Ma il suo costo non è accessibile alla maggior parte dei cittadini. Il San Raffaele ha dichiarato che questi esami sono fuori dal Sistema Sanitario Nazionale e vengono utilizzati per la ricerca. Quando la macchina non è impegnata in studi scientifici, insomma, viene sfruttata per esami clinici privati, ma a prezzi da capogiro.

In altre parole, la struttura utilizza una tecnologia avanzata – che potrebbe potenzialmente salvare vite – ma solo per chi può pagarla. E qui nasce la vera polemica: se un esame del genere è così utile per la prevenzione, perché non è accessibile a tutti? Perché chi ha soldi può fare diagnosi precoci mentre chi dipende dal servizio pubblico rischia di scoprire malattie solo quando è troppo tardi?

Da diritto a lusso: quando la prevenzione diventa un’esclusiva

La prevenzione dovrebbe essere il pilastro della sanità pubblica. Un sistema sanitario efficace investe nella diagnosi precoce per evitare costi maggiori in futuro e, soprattutto, per salvare vite. Eppure, oggi in Italia, chi è povero si ammala di più e viene curato meno.

Mentre alcuni possono permettersi un check-up totale con un post su Instagram, molti italiani rinunciano a curarsi perché non possono permettersi neanche una visita di base nel privato, né possono aspettare anni per una nel pubblico. Secondo i dati più recenti, in Italia oltre 4 milioni di persone rinunciano alle cure per motivi economici. E questi numeri continuano a salire.

Gli artisti: inconsapevoli complici di un sistema ingiusto?

Il post di Rosa Chemical/Credit: Instagram

Quando un artista decide di promuovere – anche senza essere pagato (seppur la dicitura ADV ci fa pensare il contrario) – un esame del genere, non sta solo dando un consiglio, ma sta rafforzando un messaggio pericoloso: se vuoi stare bene, devi pagare.

Personaggi pubblici come Sfera Ebbasta, Shade e Rosa Chemical hanno un enorme impatto culturale, soprattutto sui giovani. Quando pubblicizzano un esame sanitario da 2.500 euro senza riflettere sulle implicazioni sociali, rendono glamour e aspirazionale qualcosa che, in realtà, è un’ingiustizia.

È vero che gli artisti hanno il diritto di scegliere quali collaborazioni accettare, ma promuovere servizi sanitari esclusivi senza una riflessione sul contesto può far passare un’idea sbagliata. Quando un artista si fa portavoce di una simile narrazione, implicitamente avalla un sistema in cui la salute non è più un bene collettivo.

Molti utenti, proprio per questo, hanno criticato Rosa Chemical chiedendogli di usare la sua visibilità per parlare della sanità pubblica in crisi, invece di trasformare la prevenzione in una questione di status. Lui si è difeso affermando di non voler fare uno sfregio alle fasce deboli della società poiché anche lui ha vissuto periodi in cui “non poteva permettersi nulla”. E anche qui, però, si dà la zappa da solo sui piedi: «Se davvero hai vissuto momenti difficili, dovresti parlare di diritto alla salute, non fare pubblicità mascherata a chi può permettersi cure private» scrive un utente su Instagram.

Diritto alla salute o strategia di marketing?

La salute non è una merce – Slogan del manifesto del Global Health Summit

I commenti sui social non sono solo rabbia, ma una fotografia di un Paese in cui il divario tra chi può curarsi e chi no sta diventando sempre più ampio. Le persone non si indignano perché un artista fa un esame costoso, ma perché il sistema sanitario pubblico è al collasso e sempre più italiani si trovano davanti a un bivio: aspettare anni o pagare cifre impossibili.

La questione, infatti, non è se un esame del genere sia utile o meno, ma chi può accedervi. Se davvero rappresentasse un progresso nella prevenzione, allora dovrebbe essere disponibile per tutti e non diventare un’opzione di lusso. Perché la salute non dovrebbe mai essere un privilegio.

La sanità non è un prodotto da vendere

La salute è un diritto fondamentale, non un bene di consumo da pubblicizzare sui social.

Il marketing della sanità privata si inserisce in un contesto già critico: la sanità pubblica italiana è sotto pressione, con ospedali sovraffollati, carenza di personale e liste d’attesa che superano anche i due anni per esami essenziali. In un simile scenario, vedere un personaggio famoso promuovere un check-up costoso trasmette un messaggio implicito inquietante poiché queste sponsorizzazioni contribuiscono a normalizzare un sistema in cui chi ha soldi si cura e chi non ne ha aspetta, si rassegna o, peggio, si ammala e muore.

Le polemiche suscitate dalla decisione del San Raffaele di pubblicizzare il Full Body Scan, quindi, sono solo un sintomo di un problema più grande: se il privato diventa la sola alternativa, il pubblico è destinato a morire. E questo è qualcosa che nessun post Instagram potrà mai giustificare.

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Sonia Russo

Classe 1984, è una giornalista che ha iniziato la sua carriera nel 2006 presso un'emittente locale, dove si occupava principalmente di cultura e attualità. La sua passione per il giornalismo e la comunicazione l'ha portata a collaborare con alcune delle più importanti testate nazionali, ampliando il suo raggio d'azione su una vasta gamma di temi.Nel corso degli anni, ha scritto di attualità, cultura, spettacoli, musica, cinema, gossip, cronache reali, bellezza, moda e benessere. Ha avuto l'opportunità di intervistare numerosi cantanti, attori e personaggi televisivi italiani e stranieri.Attualmente, scrive per le riviste Mio, Eva 3000 e Eva Salute, dove continua a esplorare i temi che da sempre la appassionano, con un occhio attento alle tendenze e ai cambiamenti del panorama mediatico e culturale.

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